Vivere per lavorare o lavorare per vivere?

Negli ultimi giorni è riemersa quella fantastica storia per cui i giovani preferiscono percepire il reddito di cittadinanza rispetto ad accettare un contratto di lavoro. Raccontata così la realtà, senza ampliarla e lasciandola a freddo e minimale slogan, si potrebbe dire che i giovani non vogliono fare nulla.

Quando però si entra in questi discorsi, in generalizzazioni che non si curano delle varie situazioni singole, a furia di parlarne e di andare sui giornali a puntare il dito succede che qualcuno ti risponda con i numeri.

Andrea Garnero, economista Ocse, intervistato ieri da Repubblica dice:

Il nostro welfare non è disegnato per favorire l’occupazione. Chi prende il reddito di cittadinanza può mantenere una fetta del sussidio, il 20 per cento, per un certo periodo anche se trova lavoro. Chi è in cassa integrazione non può invece lavorare: è vietato per legge”.

Un welfare non disegnato per favorire l’occupazione è, per un Paese, un problema molto serio. D’altra parte la crisi c’è, gravissima. Garnero dice anche che bisognerebbe “premiare il lavoro” e rivedere le politiche “in cui imprese e lavoratori hanno vivacchiato per anni”.

Qualche dato

Entrando più nello specifico e spostandosi nel Mezzogiorno si scopre che nel 2020 gli under 35 (cosiddetti Neet) siano giunti al 36,1%. Riallargando poi il raggio di osservazione alla condizione lavorativa si osserva che tra il 2008 e il 2020 è risultata nettamente in calo l’occupazione. A rilevare e pubblicare questi dati ci ha pensato l’istituto Svimez. Nello stesso documento poi viene lanciato uno spunto di riflessione: dati i salari stagnanti e le ore di lavoro che diminuiscono, di certo non sorprende che il numero di persone che, pur lavorando, sono comunque povere sia nettamente aumentato. I poveri tra gli occupati in Italia erano l’8,9% nel 2004 mentre nel 2020 sono saliti al 13%.

via LiveUniversity

Ovviamente, le dichiarazioni riportate qui di sopra vengono poi oscurate, almeno per il clamore delle parole stesse, dalle parole di matteo salvini (iniziali minuscole per una minuscola persona) secondo cui il problema è il RdC e non i salari bassi offerti dagli imprenditori a chi cerca un posto di lavoro. La storia recente racconta però che c’era proprio lui in Consiglio dei Ministri quando il governo giallo-verde approvò il RdC, ma l’impresa di giustificare gli imprenditori che offrono occupazione (anche stagionale) con compensi irrisori non stupisce più.

Salvini ribadisce che ci sono dei contratti, ignorando ovviamente una realtà del circuito di contratti stagionali e non basato su contratti legali part-time al quale si aggiunge una parte “allungata a nero per finire a fare in teoria 8 ore, in pratica 12“. Basta parlare con qualsiasi cameriere, barman dei locali situati nei pressi del lungomare di qualsiasi città italiana per ascoltare storie del genere.

Tanto ce la fanno comunque

Le lamentele degli imprenditori nascondono, tipo velo di Maya, un’altra verità: alla fine troveranno i giovani disposti a lavorare alle condizioni che loro ritengono “giuste” pur di pagarsi di tasca propria magari l’affitto per la casa universitaria, anche perché i ragazzi che rifiutano e preferiscono il solo RdC probabilmente l’università non possono neanche permettersela.

Sarebbe più opportuno e interessante analizzare e discutere del perché alcuni strumenti di sussidio per i lavoratori disoccupati siano più vantaggiosi di un contratto di lavoro o di un rischio di impresa piuttosto che continuare a raccontare la favoletta di chi preferisce stare comodo sul divano.

Poi magari il tempo alcuni davvero lo passano sul divano: ma perché disperati o perché davvero stanno comodi?

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