Nel 1973 i Pink Floyd pubblicavano la canzone “Time”, come quarta traccia dell’album The Dark Side of the Moon. Roger Waters, bassista del gruppo, scriveva:

Ticchettare i momenti che compongono una giornata noiosa
Ticking away the moments that make up a dull day

Aspettando qualcuno o qualcosa che ti mostri la strada
Waiting for someone or something to show you the way

Stanco di sdraiarti al sole, stare a casa a guardare la pioggia
Tired of lying in the sunshine, staying home to watch the rain

E poi un giorno scopri che dieci anni ti sono passati
And then one day you find ten years have got behind you

Quindi corri e corri per raggiungere il sole ma sta tramontando
So you run and you run to catch up with the sun but it’s sinking

via Amazon

La canzone è un inno rivolto a chi si limita ad osservare la sabbia mentre scende lenta nella clessidra, o aspetta il termine di una giornata vuota, per trovarsi all’improvviso dieci anni più in là senza essersene accorto. Parla della rincorsa di un sole che ormai è tramontato e dell’attesa di qualcuno che ci indichi la strada per aggirare la noia quando si impossessa di noi che guardiamo gareggiare le gocce sulle vetrate.

Quali ragioni aveva Waters per comporre un testo sull’indifferenza verso il tempo che scorre? Come impieghiamo noi giovani i nostri momenti morti? Ma soprattutto, godiamo realmente di tempo libero?

Il nostro tempo libero

14 e 17: no, non sono numeri di versetti biblici, né tantomeno linee tranviarie. Sono i minuti di tempo libero che rispettivamente uomini e donne italiane hanno guadagnato in ben una decade (Istat report del 2019 “I tempi della vita quotidiana). L’Italia, tra 17 altri paesi europei campioni nell’indagine, si è classificata quinta, con un gap di un’ora rispetto alla medaglia d’oro, Finlandia (5h e 50 minuti al giorno).

Ci siamo accorti di aver conquistato un quarto d’ora di tempo libero in più?

Forse no.

via Ds-app

Di fronte alla visione del tempo e alla sua gestione, si palesa un bivio principale: vivere ogni attimo come fosse l’ultimo oppure come se dovessimo riviverlo identico all’infinito.

La prima filosofia, forse quella più gettonata, suggerisce l’idea che l’attimo vada vissuto fine a se stesso. Per quanto questa visione appaia vitalistica e positiva, lascia spazio ad un’altra interpretazione, addirittura paradossale. Se ogni momento è limitato alla sua esistenza, potrebbe venire da meno il viverlo al massimo poiché consapevoli che semmai dovesse essere doloroso, il dolore finirebbe con lui.

Questa falla viene “corretta” da una filosofia che ruota attorno ad una roccia, un serpente e un lago. Presentata così, potrebbe sembrare una scena da “Nudi e crudi”, ma la realtà è ben diversa.

La circolarità del tempo

Era il 1882, e su una roccia di fronte al lago di Silvapana, Friedrich Nietzsche, il filosofo pazzo, venne folgorato da un dejavou. Capì di essere già stato su quel cocuzzolo, nella stessa identica scomoda posizione, e che era destinato a ritrovavici seduto sopra altre infinte volte.

Questa illuminazione prese il nome della teoria dell’eterno ritorno, secondo la quale il tempo non era lineare, bensì circolare. L’uomo era costretto a rivivere in identica maniera ogni suo secondo, all’eterno. Questa teoria, può essere facilmente compresa visivamente dal suo simbolo portavoce: l’Uroboro, ovvero un serpente che si morde la coda, a sottolineare la circolarità del tempo.

via Logogenesi

Dunque di fronte al loop del primo approccio al tempo, riassumibile nell’ormai abusato carpe diem, troviamo un’alternativa geniale, sebben discutibile.

Come cambierebbe la nostra gestione del tempo, se guardassimo a tutti gli attimi con il fine di rispondere alla domanda “come vorrei fosse questo momento se dovessi riviverlo identico in eterno?”

Ammetto che è una prospettiva angosciante, tuttavia non sbagliata per rivalutare il nostro tempo libero e il modo con cui lo sfruttiamo. È logico che nessuno di noi vorrebbe mai rivivere un momento che non fosse anche solamente in parte da primo premio. L’amor proprio, anche se minimo, ci porterebbe a premurarci di non far trovare i nostri “Io del futuro” in condizioni infelici.

Sta ora a noi rivalutare questo quarto d’ora di tempo libero guadagnato in dieci anni e pensare se non sia il caso di iniziare a vederlo come un traguardo senza precedenti.

In fondo era lo stesso Roger Waters a scrivere “You are young and life is long, and there is time to kill today”

(Leggi il mio articolo precedente qui; foto di copertina da Focus)

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