Tangentopoli nella cultura di massa

“Tangentopoli” è un termine coniato in Italia nel 1992 per definire un sistema diffuso di corruzione politica.

Un’etichetta che negli anni successivi all’ inchiesta di “Mani Pulite”, venne affibbiata anche ad altri tipi di scandali giudiziari (“Vallettopoli”, “Affittopoli”).

Proprio nell’anno dello scandalo, “Tangentopoli” ispirò anche la creazione di due giochi da tavolo basati sulla vicenda.

Nel 1993 la Xenia fece uscire sul mercato un videogioco ideato proprio sui fatti in questione, dal titolo “Il grande gioco di Tangentopoli”.

Nel videogame, il giocatore vestiva i panni del giudice De Petris per combattere a colpi di avvisi di garanzia, gli onorevoli di PLI, PSDE e DC.

Tutto questo allo scopo di impedire la crescita della bandiera del PDS e dell’edera del PRI.

Un altro obiettivo del gioco inoltre, era quello di evitare di essere colpito dalle inchieste ministeriali sulla magistratura.

Un’altra abilità consisteva nell’evitare che le versioni pac-matizzate di Bettino Craxi, Cirino Pomicino e Pietro Longo si impossessassero del denaro degli appalti pubblici.

Oltre al videogioco e i giochi da tavolo, la produzione di ben due documentari trasmessi da Rai Due nell’estate 1997 in prima serata.

Il caso della serie “1992” su Sky

L’opera cinematografica che racconta gli anni bui tra Prima e Seconda Repubblica è la serie tv “1992”, ideata da un maestoso Stefano Accorsi, seguita dalle sue successive stagioni “1993” e “1994”.

Boom di ascolti per Sky, grazie anche ad un Antonio Gerardi nei panni del magistrato Antonio Di Pietro.

La serie però, a livello narrativo non combacia con i fatti reali dell’epoca: persino il vero Di Pietro ammette che di tangenti, nella serie, si parla ben poco.

Parallelamente sono giunte anche molte critiche dal pubblico in merito sceneggiatura, ritenuta poco “veritiera”.

Lo spettatore a quanto pare non ha ancora superato realmente il “trauma” di quello che veramente fu “Tangentopoli”.

Quello che colpì fu il tentativo, (quello sì) centrato, di far capire quanto lo storytelling politico nel 1992 fosse adatto a intrecciare interi gruppi sociali, tramite la televisione.

(Foto di copertina di: Esquire)

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