Il populismo

Un perverso complesso di aspirazioni frustrate e ideali inespressi, calato in un tessuto sociale che anno dopo anno si impoverisce intellettivamente vuoi perché avvelenato dalla retorica, antico retaggio e nemico, vuoi perché abbandonato da coloro che, pur avendo grandi potenzialità, legittimamente non ci tengono a farsi il sangue amaro. Ecco spiegata dunque la genesi del fenomeno più comunemente detto populismo.

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Tempo di nomine

Come d’abitudine, a circa mezzo anno dalle elezioni comunali iniziano ad arrivare le prime indiscrezioni, tra nomine e rinunce. Attualmente, le città sotto il mirino del dibattito pubblico sono Roma e Torino, per ora entrambe in mano ai 5 Stelle. L’importanza del vincere in città così grandi si riflette nelle varie sedi dei partiti, soprattutto in quelli di una sinistra lacerata che cerca affanatamente di recuperare il consenso perso. L’appuntamento elettorale di tarda primavera sarà il vero banco di prova per attestarsi nuovamente o, al contrario, sprofondare ancora di più.

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Lasciati soli

“Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti”. Così scriveva Antonio Gramsci nel 1917 in uno dei suoi scritti più celebri. In questo pamphlet, riesce a mettere in chiaro come l’indifferenza, l’apatia e l’odio siano malattie difficili da combattere, cancri con radici profonde e spesse che pervadono i corpi di un numero eccessivo di persone. Così, la settimana scorsa almeno 200 persone sono morte in mare, affogate tra – e a causa di – l’indifferenza della gente. Solamente nella notte fra venerdì e sabato 111 persone hanno lasciato il nostro pianeta, donne e uomini che avevano sogni e speranze, ma soprattutto un’immensa voglia di salvezza.

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Un referendum dal color “giallo stella”

Il 20 e 21 settembre gli italiani saranno chiamati a decidere sulla conferma o meno della legge costituzionale sul taglio dei parlamentari. Se vincesse il “Sì” il numero dei parlamentari verrà ridotto a 600, portando la Camera dei deputati a 400 “colletti bianchi” e il Senato a 200; in caso di vittoria del “No” prevarrà lo status quo e non vi sarà alcun cambiamento negli assetti istituzionali. Quindi, è facilmente deducibile che la portata di una riforma del genere sia travolgente e che essa, in caso di conferma, possa sconvolgere enormemente il concetto di rappresentanza a cui siamo ormai abituati. Allora io mi chiedo: perché a una riforma costituzionale, soprattutto se così importante, deve essere attribuita una valenza quasi esclusivamente politica?

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