La crisi del contratto sociale nell’epoca dell’individualismo

(Credits: Studenti.it)

Gli insegnamenti hobbesiani, al giorno d’oggi, potrebbero risultare talvolta anacronistici, eppure il filosofo inglese seicentesco aveva ben analizzato un importante passaggio per l’umanità. Infatti, nella sua opera più nota – Leviatano – Thomas Hobbes riuscì a descrivere perfettamente l’evoluzione sociale delle comunità organizzate, dalla logica del homo homini lupus (vale a dire del “tutti contro tutti”) che dominava nello “stato di natura” alla convivenza civile: un processo sugellato dal cosiddetto contratto sociale.

Questo patto tra gli uomini mise fine alla condizione di lotta permanente che permeava la società di allora, condizione causata dalla ricerca della giustizia personale e da una libertà (individuale) pressoché illimitata – leggasi pericolosamente incontrollata. Il contratto sociale, quindi, fu l’esito della decisione collettiva di affidarsi ad una figura governativa che potesse garantire la sicurezza, la giustizia e la libertà della propria popolazione, passando dalla concezione di libertà individuale a quella di una libertà di tipo collettivo. E dalla libertà ne discende conseguentemente la garanzia e la tutela dei diritti.

Non più compagni, ma singoli individui

Con il crollo dell’Unione Sovietica e, quindi, la conclusione della Guerra Fredda, la vittoria degli Stati Uniti non fu di tipo militare, bensì culturale. Non avevano vinto le forze armate occidentali ma il modello economico proveniente dall’oltreoceano: il neoliberalismo, espressione del capitalismo. Tuttavia, esso non è solamente un modello economico: si parla di una nuova concezione della società, fondata sull’individualismo sfrenato.

(Credits: Italia Proletaria)

Il neoliberalismo ha quindi fondato le radici nelle menti della popolazione mondiale, convincendo i più che l’unico modo per sopravvivere sulla Terra è quello di risultare migliori degli altri, ad ogni mezzo. Si potrebbe dire, quindi, che il mondo è tornato ad una condizione di anarchia hobbesiana, quella dello stato di natura, del caos prima del contratto sociale.

L’individualismo ai tempi della pandemia

Arriviamo ai giorni nostri. Dopo un anno e mezzo dall’inizio della pandemia di Covid-19, trarre delle considerazioni efficaci e non semplicistiche è più facile. Posso quindi constatare con fermezza una cosa: l’individualismo ha vinto, ma il mondo ha perso. La morbidezza della politica e le conseguenti concessioni eccessive a chi ha adottato comportamenti pericolosi di natura egoistica in nome della libertà individuale sono inaccettabili.

In un certo senso, sono questi soggetti ad essere i “vincitori” della pandemia. Non parlo solo di singoli che hanno fatto di tutto pur di aggirare le regole (spesso troppo superficiali), ma anche di attori internazionali che, pur di massimizzare il proprio guadagno, hanno sfruttato la condizione precaria della popolazione mondiale. Vedasi le case produttrici di vaccini, che – per non rendere “pubblico” il proprio brevetto e quindi ridurre i propri profitti – hanno rallentato la campagna di vaccinazione mondiale. Ma questo è un discorso più ampio e che abbiamo affrontato altre volte.

I partigiani di una battaglia contro i mulini a vento

Guardando alla penisola mediterranea, l’individualismo assume principalmente le forme dei movimenti “no-vax” e “no green pass”. Ho già parlato diverse volte dell’aspetto (non)metodologico dei complottisti et simili, abbindolati dalle fonti di disinformazione e dall’incapacità elaborativa dei concetti che si presentano ai loro occhi. Tuttavia, mai mi sono soffermato sulla natura dei loro proclami.

(Credits: Chiamamicitta.it)

Fieri e marcianti per le vie e le piazze di diverse città, anche se con poche adesioni, i partecipanti a questi movimenti di protesta scandiscono principalmente una parola: libertà. Quella libertà individuale, nonché pericolosa e limitante la libertà altrui, che non considera la giusta preminenza della libertà collettiva, nel nome della quale sono state prese le decisioni per la gestione della pandemia.

Dobbiamo quindi pensare a quella libertà collettiva che rende possibile (e, a mio dire, auspicabile) l’obbligo vaccinale in virtù della ricerca del ritorno alla normalità. Quella libertà collettiva che cerca di garantire la salute e la sicurezza di tutte le persone fragili, che vuole evitare il sovraffollamento degli ospedali, che pensa alla vita delle persone. Quella libertà collettiva che non pensa in prima persona singolare, ma che pensa con il “noi”.

La necessità di una ripartenza

Ed è in questo quadro che si figura l’incoerenza della destra “patriottica”, che parla di una nazione unita ma, al contempo, strizza l’occhio a questi movimenti rappresentanti l’individualismo, contribuendo a denaturare ulteriormente il concetto di nazione.

C’è quindi bisogno di un manifesto, di un nuovo contratto sociale. Dobbiamo ripartire dal “noi”, dalla voglia di fare sforzi per la comunità, dal desiderio di un mondo più equo ed inclusivo, dal sentimento sincero di collettività. Perché solo assieme possiamo rendere il mondo un posto migliore.

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Di Andrea Miniutti

Sono Andrea Miniutti, ho 21 anni e sono laureato in Studi Internazionali presso l’Università di Trento. Sono il direttore e co-fondatorer di Fast, mi occupo di politica (principalmente italiana) e temi inerenti a mafia e stragismo. Sono un grandissimo polemico.

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