di Andrea Miniutti e Saverio Lanzillo

Come ultima tappa di questa tre-giorni dedicata ai fatti di Genova volevamo dedicarla completamente ad un’analisi dei temi di quelle proteste, perché pensavamo di essere stati esaustivi. Ma, visto che noi di Fast cerchiamo di curare il rapporto con il nostro pubblico, abbiamo deciso di affrontare meglio alcuni temi che sono emersi nei commenti sotto ai due post dei giorni precedenti.

“Non era un’idealista, era un violento con il passamontagna”

Carlo, definito anche come terrorista in un altro commento, non era un violento per indole e non era in strada per portare distruzione. Non inventiamo storie che non sono vere: ciò che successe in Piazza Alimonda e nel resto della città di Genova fu una reazione alla violenza cieca e insensata delle Forze dell’ordine. L’origine più automatica degli scontri l’abbiamo descritta martedì: gli uomini in divisa se la sono presa con le persone sbagliate, etichettandole come anarchiche e saccheggiatrici. Ma non erano loro.

Le Forze dell’ordine – in tuta antisommossa e armate – hanno avviato gli scontri e chi era in piazza ha cercato di difendersi con ciò che trovava. Se secondo alcuni di voi meritavano di essere pestati ci dispiace, dato che nessun essere INNOCENTE merita nulla di ciò che accadde in quei giorni.

Certo, non siamo stupidi: Carlo aveva il passamontagna e l’estintore. Solo che il passamontagna, Carlo, lo indossò per proteggersi dai fumogeni, e l’estintore lo voleva lanciare all’interno del Defender. Bene: per questo si merita dei proiettili in faccia? Iniziamo a farci le giuste domande:

  • Perché non furono impiegati proiettili finti?
  • Perché quel corteo fu dirottato?
  • Perché la politica non ha espresso una condanna unanime?

Proveremo a rispondere a queste domande.

Proiettili veri, figli di violenza e disorganizzazione

Quel giorno, i proiettili utilizzati dalle Forze dell’ordine erano veri. Sia quelli lanciati in aria per spaventare i manifestanti – quindi pure il rischio di ammazzare o ferire qualcuno con dei proiettili vaganti –, sia quello che uccise Carlo.

Come prassi (e buon senso) vuole, in situazioni del genere le armi dovrebbero essere caricate con proiettili finti e, in caso di emergenza, avere a portata di mano quelli veri. Ma fu l’incapacità organizzativa da parte dei vertici delle Forze dell’ordine che crearono tutti quei danni. Come, da una parte, sapevano che gli anarchici (i Black bloc) sarebbero arrivati per distruggere la città, nulla fu fatto per impedire che questi svolgessero la loro attività distruttiva. Quindi qui va fatta una doppia condanna: ovviamente, una verso gli anarchici; l’altra, verso gli uomini in divisa che non hanno garantito l’ordine, che ricordiamo essere il loro lavoro.

La disorganizzazione ha portato pure a lasciare isolato un Defender in mezzo ad una Piazza in rivolta, con all’interno due giovani carabinieri, quindi inesperti. La paura, in quegli attimi, ha preso il sopravvento, ma quella paura è frutto di un’incapacità gestionale da parte dei quadri dirigenti. È, chi lo nega, è in malafede.

Dall’altra, la sete di violenza da parte di molti servitori dello Stato è stata comprovata. I processi giudiziari hanno portato all’emersione delle comunicazioni telefoniche e radio di quei giorni: poliziotti e carabinieri che festeggiavano per le violenze e si auguravano altre morti. Non crediamo serva commentare.

Dal servizio d’ordine all’accerchiamento

Come abbiamo ricostruito fedelmente, secondo quanto verificato e confermato dai processi giudiziari, i cortei pacifici furono dirottati affinché venissero puniti i manifestanti. Le Forze dell’ordine – in accordo con gli organizzatori della protesta – dovevano svolgere il servizio d’ordine, quindi accompagnare il corteo affinché si svolgesse regolarmente e senza problemi. Tuttavia, gli ordini da parte dei quadri dirigenti, a protesta iniziata, furono diversi: dovevano accerchiare i manifestanti.

Oltre a voler punire i Black bloc (che, ricordiamo, non facevano parte di quel corteo), volevano punire le loro idee. Tutte le associazioni in piazza – dai no/alter-global, ai sindacati – marciavano per un mondo diverso. Già allora avevano ragione: un sistema economico come quello vigente non è né umano, né sostenibile.

La repressione delle proteste fu un atto di violenza immane contro i manifestanti, ma soprattutto verso le idee che essi rappresentavano. Quando non si vuole guardare la realtà, l’etichettatura e la generalizzazione di chi non la pensa come noi è sempre rapida: dopotutto, erano solo “comunisti”, “anarchici”, “zecche”, “terroristi”, “figli di papà”, e così via. Ma la storia degli ultimi anni sta solo dando loro ragione. Quel giorno, le loro idee non furono represse: acquistarono ulteriore valore.

“Sempre dalla parte delle Forze dell’ordine”

Questa frase è sempre stato un leit motiv della destra. Una giustificazione arbitraria per chi parla esclusivamente di “law and order”, non curanti di ciò che succede veramente. Quelli che dovrebbero garantire la sicurezza, generano insicurezza nella popolazione: eppure vengono sempre difesi.

Fu così che, pure quella volta, la destra si schierò da parte delle Forze dell’ordine. E, in quel contesto, sembrò pure avere ragione in quanto la destra era al governo, e quindi sempre sotto i riflettori. Tuttavia, la legittimazione della violenza da parte di certe fazioni politiche, ovviamente, risulta essere variabile al contesto e agli attori coinvolti. Ma questo è un discorso troppo ampio e merita uno spazio a sé stante.

È ovvio che la violenza del carcere di Santa Maria Capua a Vetere è figlia di questa legittimazione, ed è ironico che il caso sia emerso proprio alla soglia del ventennale dei fatti di Genova. Ironico perché dimostra una cosa: abbiamo sempre avuto ragione. Non si tratta di mele marce, ma di un sistema marcio. Un sistema che polarizza e manipola le menti di molti, convincendoli che certe cose siano accettabili. A noi, invece, fanno solamente schifo.

Quelle idee, vent’anni dopo

Siamo nel 2021, e i temi sono esattamente gli stessi. Se, già allora, si parlava di emergenza climatica, ora la coscienza pubblica in materia è ancora maggiore. Se, già allora, si parlava di un sistema economicamente instabile, le crisi finanziarie di questi ultimi 15 anni lo hanno confermato. Se, già allora, si parlava di sfruttamento e ingiustizie nel mondo del lavoro, oggi i lavoratori hanno iniziato proprio a ribellarsi. Se, già allora, si parlava della violenza delle Forze dell’ordine, oggi la denuncia è ancora più forte.

Quelle persone, perlopiù giovani, che scesero in piazza in quei giorni avevano ragione, e ciò spaventava le istituzioni. E questo spavento ha trovato la sua traduzione in un tentativo di repressione delle idee e di manipolazione dei fatti, un castello crollato coi processi giudiziari. Tuttavia, la loro azione di avvelenamento dei pozzi ha funzionato benissimo, e ancora oggi molti sono convinti del contrario di ciò che accadde veramente.

Hanno cercato di distruggere le idee, ma hanno solo picchiato delle persone. Ed è per questo che oggi ne parliamo: perché, ancora una volta, avevano ragione.

(via Servizio Civile Internazionale)

La nuova generazione

Come vent’anni fa ma senza il peso che accadde allora, un esempio simile al “movimento dei movimenti” visto nel 2001 a Genova è sicuramente quello del “Fridays for future”.

Il simbolo è la giovane Greta Thumberg. Le idee del movimento sono: essere globale, essere trasversale e inquadrare vari problemi ma nella stessa cornice. Greta e tutti i ragazzi che dal 2018 scendono in piazza e organizzano i “Fridays” pongono problemi che preoccupano il loro, il nostro futuro. In maniera autonoma senza l’aiuto dei “grandi. Dopo un torpore iniziato proprio con quel colpo in piazza Alimonda, i giovani sembrano volersi riprendere il proprio futuro, dopo averlo subito passivamente per tanti anni.

L’attivismo politico per i giovani rimane un tabù perché nessuno ha voglia e interesse ad investire sui giovani, mentre molti altri ragazzi finiscono per disinteressarsene perché, in fin dei conti, mica possono risolverli loro i problemi. In parte manca ancora quell’illusione tutta adolescenziale di voler cambiare il mondo, di avere un’idea di mondo. Forse la nostra generazione non avrà un testimone da lasciare ma siamo certi che è tornata a sentire propri temi come i diritti civili e sociali e sono riusciti a comprendere come tali diritti siano alla base per costruire una società più giusta.

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Di Andrea Miniutti

Sono Andrea Miniutti, ho 21 anni e sono laureato in Studi Internazionali presso l’Università di Trento. Sono il direttore e co-fondatorer di Fast, mi occupo di politica (principalmente italiana) e temi inerenti a mafia e stragismo. Sono un grandissimo polemico.

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