Siamo Europei?

Domanda alla quale forse molti di quelli che leggeranno, data l’età e forse anche la classe sociale, risponderanno sì. Ma prima di questa domanda forse dovremmo chiederci

Chi sono gli europei?


La questione dell’identità europea risulta oggi più di ieri spinosa, senza facile risposta, e soprattutto causa di molti dei problemi che le élite decisionali europee stanno affrontando. Tutto questo nel momento in cui ci poniamo con serietà ed onestà intellettuale il problema sul futuro dell’Unione Europea. Se invece preferiamo la soluzione “silver bullet” dataci da facili retoriche filo o anti europeiste, secondo le quali il progetto unitario fallirà o continuerà sulla base di astratti ragionamenti più frutto dei nostri sentimenti che altro, questo articolo non fa al caso nostro, o forse è proprio ciò che ci serve.

Se vogliamo valutare con chiarezza le difficoltà (e le loro cause) dell’Unione Europea oggi, dobbiamo guardare sicuramente alla questione dell’integrazione politica dell’UE, infatti nessuno sembra contento di come sia la situazione attuale, c’è chi ne vuole di più e chi ne vuole di meno, e in una delle due direzioni bisognerà andare. Il leviatano che oggi viene tirato in ballo come grande colpevole di una mancata unificazione politica, e anzi come causa stessa della disaffezione dei popoli europei verso l’Unione è il cosiddetto “deficit democratico“, e qualche anno prima questo leviatano era incarnato (secondo un’altra corrente di intellettuali come Habermas) dalla mancanza di una costituzione europea, mai riuscita a causa degli interessi egoistici dei governi e nello specifico di quei “bischeri” dei francesi e degli olandesi che decisero maliziosamente di (non) ratificare la “costituzione” attraverso via referendaria.

La Serra Reale di Laeken; crediti: visitflanders

Ad una analisi attenta si può però capire che si tratta in realtà per entrambi, deficit democratico e fallimento di costituzionalizzazione, di sintomi più che di cause di una malattia. E la causa è proprio, chi sono gli europei?
Una domanda che si è fatta più forte con la fine del sogno neo-liberale, funzionalista, e post-ideologico di Maastricht, domanda che si è fatta più forte col sorgere di problemi come il terrorismo internazionale, la crisi climatica, e le puntuali recessioni globali. Definire il popolo europeo a partire dalle radici storiche non è facile, quale sarebbe il limite temporale o il quadro di riferimento? Quello dell’Impero Romano che ha sparso in gran parte del continente le radici linguistiche latine? Quello medievale dal quale abbiamo preso le radici religiose che però vanno via via indebolendosi nel tempo? O quello post Seconda Guerra Mondiale, come insieme di stati sovrani uniti solo dalla voglia di non saltarsi più alla gola l’un l’altro? La questione si fa ancora più complicata se consideriamo le radici etno-geografiche data la diversità dei ceppi etnici europei, e data anche la politica di espansione dell’UE che parrebbe pronta ad estendere la sua membership indefinitivamente una volta che gli stati interessati hanno raggiunto i famosi benchmark economici e democratici.
Al concetto del “patriottismo costituzionale” di Habermas, per cui la condivisione di specifici valori di libertà, uguaglianza, e democraticità avrebbe portato a formare naturalmente la legittimazione per un’unificazione politica, si opponeva il realismo di Dieter Grimm, che nell’assenza di un’identità europea, e quindi a maggior ragione di un’identità politica europea vedeva il problema ultimo che non avrebbe permesso né costituzionalizzazione né democratizzazione.
E’ pur vero che nelle generazioni più giovani, complici forse anche una maggiore connessione con i nostri concittadini europei e una migliore padronanza delle lingue del Vecchio Continente, una forma di quel famigerato “patriottismo costituzionale” si può sentire, siamo molto inclini ad accettare le posizioni di governi stranieri se riconosciamo disfunzioni nel nostro, valorizziamo quei principi che riconosciamo come europei e non presenti nemmeno nelle altre parti della società occidentale, combattiamo per cause che vanno ben oltre i confini nazionali. Ma una identità politica comune richiede delle importanti responsabilità, responsabilità che non abbiamo mai provato fino ad ora. Significherebbe seguire la regola della maggioranza, significherebbe in molti casi passare con un rullo compressore sugli interessi di quegli stati più piccoli che ora riescono a farsi valere grazie al potere di veto. Significherebbe una politica fiscale comune. Significherebbe una politica di difesa comune. Significherebbe che se un giorno un francese o un tedesco o un lussemburghese prendessero una decisione che dovesse andare contro gli interessi italiani per andare incontro a quelli della maggioranza, noi saremmo disposti ad accettarla politicamente perchè non li vedremmo più come francesi, tedeschi, o lussemburghesi, ma come europei.

Probabilmente si tratta di un traguardo ancora lontano. I fallimentari tentativi di dare una costituzione all’UE, iniziati nei primi 2000 prima con il Trattato di Nizza, poi con la Convenzione di Laeken, e infine con Lisbona, non hanno dimostrato l’esistenza di una classe dirigenziale (o un popolo specifico) egoista, quanto più sonnambula e incapace di chiarire lo scopo dei documenti che loro stessi stavano redigendo. Se un’unione politica europea sarà da raggiungere, per prima cosa bisognerà definire chi siamo “noi” e chi sono “loro” perchè se ci saranno degli europei ci saranno dei “non europei”, e in secondo luogo bisognerà capire come rendere più forte l’identità europea rispetto a quella nazionale, sempre che questo sia l’obiettivo.

L’Europa sarebbe diventata di fatto un popolo solo; viaggiando ognuno si sarebbe sentito nella patria comune… Tale unione dovrà venire un giorno o l’altro per forza di eventi. Il primo impulso è stato dato. Dopo il crollo e dopo la sparizione del mio sistema io credo che non sarà più possibile altro equilibrio in Europa se non la lega dei popoli .

Napoleone Bonaparte
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