Seta – morire di nostalgia

Sarei felice.

La risposta che diamo alla domanda “E tu se fossi al suo posto?”. 

Ogni giorno i metri di confronto che ci circondano aumentano esponenzialmente, ogni “follower” in più, implica una nuova possibile unità di misura, una diversa realtà alla quale paragonare la nostra. La consapevolezza (di cui però ci dimentichiamo talvolta) che sui social nessuno tende a mostrare la parte negativa o triste della sua giornata – perché si sa, nessuno vuole esporre il lato vulnerabile – ci porta ad indossare un velo di malinconia. Questa veste la tessiamo, rendendo la sua trama più fitta, attraverso il continuo esperimento mentale di immedesimarci con le vite altrui. L’esercizio di creatività che tutti noi svolgiamo involontariamente scorrendo stories o foto, ci porta a sognare come potrebbe essere il trovarsi nei panni non nostri, spesso idealizzandoli. La tendenza al pensare di poter vivere diversamente, come se la vita fosse una parrucca e noi dei clown, ci porta ad estraniarci dalla nostra se non addirittura a sminuirla. 

Entriamo nel circolo vizioso della convinzione che la felicità debba risiedere per forza altrove, che non possa essere sotto il nostro naso ma inevitabilmente in una realtà lontana ed irraggiungibile da noi. Ci illudiamo che il nostro malessere sia causato dall’impossibilità di vivere quelle vite della quale esistenza siamo costantemente informati.

Illustrazione da La sepoltura della letteratura

Il libro

Alessandro Baricco ci serve questa riflessione su un piatto guarnito con stile sensistico, poetico e leggero. Attraverso le vicende di un commerciante di bachi da seta, da cui il titolo del romanzo breve “Seta”, egli ci mostra questo lato tipico dell’uomo moderno: l’insaziabilità. Hervé Joncour, a causa di un’epidemia di bachi da seta in Europa, è costretto a recarsi nel Sol levante, dove rimane ammaliato da una giovane ragazza. 

Il pilastro dell’intera vicenda è il rapporto tra Jouncour e la giovane. Un legame puramente platonico, fondato su sguardi e propensione all’immaginare. Della giovane, non si è mai sentita la voce, né tantomeno letto di una sua carezza. Nonostante questa totale assenza di contatto, Hervé viene stregato da essa, il suo cuore va in totale avaria. Fino a questo punto, potrebbe sembrare il classico romanzetto rosa incentrato su una storia d’amore dirompente, ma destatevi dal pensarlo. Il commerciante, per motivi bellici, non può più far ritorno in Oriente, abbandonando così definitivamente il sogno di poter scoprire quella femme fatale. Tornato in patria riceve una dichiarazione d’amore e allo stesso tempo d’addio da parte della giovane orientale. È la fine di un capitolo di felicità mitizzata e speranza di completezza. Hervé realizza di aver perso l’unica fonte di gioia, l’unica persona dalla quale avrebbe potuto trarre il sale della vita. 

Uno strano dolore, morire di nostalgia per qualcosa che mai si vivrà

Morale

Il protagonista ha affidato le redini del suo vivere ad un’incognita, ad una donna della quale non ha mai sentito la voce, né ha mai sfiorato o tantomeno visto più dello sguardo. È il mistero ad averlo ammaliato? È l’adrenalina dovuta al cimentarsi nell’ignoto? È la convinzione che lontano avrebbe potuto finalmente essere felice?

Baricco ci offre la risposta a queste domande in maniera sottile ed implicita. Il punto di svolta nel racconto avviene infatti quando Hervé scopre che l’autrice della lettera altro non era che sua moglie Helene. A questa donna, amante silenziosa, non viene mai dato spazio o peso nel romanzo, viene presentata unicamente in relazione ad Hervé e pare essere il classico personaggio di cornice, il bambino che nelle recite scolastiche interpreta l’albero. 

Disegni di Rébecca Dautremer ispirati al libro (via Corriere della Sera)

Lo studiato colpo di scena, ci pone di fronte ad un interrogativo esistenziale: è l’uomo cieco? Giungiamo al termine del libro frastornati, non sapendo da che parte schierarci: con Hervé per compassione o contro Hervé per rabbia? 

Viene spontaneo il sentirsi sopraffatti da un senso di pura empatia, per colui che altro non ha che peccato di essere umano, vedendo la sua felicità come qualcosa di aliena al quotidiano. Nella lettura non ci sentiamo giudici super partes, bensì uomini mezzi salvati, poiché avvisati di cosa inclini fare. 

Hervé Joncour non è un personaggio di finzione, ma portavoce di tutti coloro che scappano dall’impegno di ricercare soddisfazione e pienezza dove si trovano, negli sguardi di chi hanno vicino. È monito per coloro che non credono e, anzi, si convincono dell’impossibilità che si possa essere felici senza condurre le vite di facciata che allisciano ogni giorno, al suono di una notifica, con le dita sullo schermo.

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