La tendenza ad una scarsa problematizzazione della disparità di genere non ha fondamenti scientifici, ma nasce da concezioni radicate nella nostra cultura a cui viene dato, purtroppo, poco peso. Ciò avviene in qualsiasi ambito, anche in quello giornalistico.

Una dimostrazione concreta?

Il mondo è pieno di uomini e donne di successo che compaiono sulle pagine di quotidiani locali e nazionali, ma per quanto riguarda il riconoscimento di un merito (qualsiasi esso sia in ambito lavorativo) il giornalismo italiano fa delle differenze

Quante volte ci è capitato di leggere, accanto al nome di una donna in carriera, le frasi: “madre di due bambini”, “si divide tra lavoro e famiglia…”, etc.? Continuamente. Ma a questo punto sorge spontanea la domanda del perché nell’elogiare un successo lavorativo maschile non vi sia una presentazione simile. Non ci sono uomini che si dividono tra lavoro e famiglia? Nessuno dei grandi imprenditori o scienziati che ci vengono puntualmente presentati sui giornali hanno figli? 

Esempio di titolo (ricorrente) che rimarca unicamente la maternità della donna

Ho cominciato a far davvero caso ai toni di comunicazione questa estate, quando ho letto la stessa notizia su due giornali diversi. Entrambi riportavano in prima pagina che il DOE (Department of Energy) degli Stati Uniti aveva finanziato il progetto di un centro di ricerca a capo del quale c’era un’italiana. Un orgoglio nazionale, quindi. La prima testata aveva come titolo “Anna: la trentanovenne italiana a capo della squadra che progetterà un computer quantico a Chicago”; la seconda invece “Orgoglio italiano: la Dott.ssa Grassellino progetterà il computer più potente mai esistito”. 

Nel primo caso, una donna plurilaureata con un curriculum invidiabile, è semplicemente “Anna”, come la vicina di casa o l’amica di vecchia data. Se fosse stato un qualsiasi Mario Rossi, sicuramente non sarebbe stato solo “Mario”. (Perché posso affermarlo con sicurezza? Non l’ho ancora letto da nessuna parte). Nel secondo caso si ha il riconoscimento del ruolo ricoperto e del successo raggiunto. 

Nel primo caso, una donna plurilaureata con un curriculum invidiabile, è semplicemente “Anna”, come la vicina di casa o l’amica di vecchia data.

In poche parole: il secondo titolo rappresenta un modo corretto di dare una notizia, mentre il primo è un modo sessista di farlo.

E, che ci crediate o no, nessun giornale straniero ha dato la notizia come se ci fosse da sorprendersi che una donna in carriera avesse ottenuto un traguardo così degno di nota in ambito tecnico-scientifico. Ma dopotutto l’Italia è il Paese in cui lo stipendio di una donna può arrivare ad essere il 24,2% in meno di quello di un uomo a parità di impiego (come se lavorassero due mesi gratuitamente: tra i 2500 e i 9000 euro meno), perché sorprendersi?

La scarsa ammissione dell’esistenza della disparità di genere si esprime tendenzialmente in due modi: il primo è la negazione che questa esista e il secondo è l’idea che la variabile “sesso” non richieda di essere spiegata, se non come dato biologico, anziché come un costrutto sociale

Possiamo, dunque, riassumere così: “se sei donna, non puoi lamentarti quando viene sottolineato perché, di fatto, lo sei… e comunque sei tu che fraintendi”.

(Foto di copertina da Pinterest)

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