Russiagate – tiriamo le somme

Dopo il tentativo di impeachment del Presidente degli Stati Uniti e sempre più vicini alle elezioni 2020, in piena campagna elettorale, ci sembra corretto guardare ai capitoli conclusivi di uno degli scandali più importanti dell’amministrazione Trump. Non molti infatti sono a conoscenza di quelle che sono state le conclusioni dell’investigazione condotta dal procuratore speciale (ed ex direttore dell’FBI) Robert Mueller, e molti non sanno nemmeno se l’interferenza russa nelle elezioni del 2016 sia ufficiale, in parte per il linguaggio a volte inconclusivo del rapporto di 448 pagine, in parte per le affermazioni della Casa Bianca che lo hanno celebrato come un testo che assolveva per intero la presidenza.

Ma i dati parlano chiaro. Il Report ha portato alla formulazione di 199 capi d’imputazione, 37 tra persone accusate e ammissioni di colpa, e 5 condanne. Al di la della retorica il Report ci può dire molto della realtà di questa presidenza.

(Foto da Informa)

Cerchiamo di essere chiari. La Russia ha effettivamente influenzato le elezioni presidenziali USA 2016? Sì. Il Presidente Trump ha “cospirato” con la Russia? No. Questo significa che non ci sia stata collusione? No. Il Presidente Trump ha commeso reato di ostruzione alla giustizia? Probabilmente.

La “Internet Research Agency” (IRA) con sede a San Pietroburgo e con connessioni al Presidente russo Vladimir Putin ha in realtà condotto operazioni su suolo americano fin dal 2014, seppur principalmente attraverso gli stessi canali, i social media, questa fase era più generalizzata, con lo scopo di ledere alla base il sistema elettorale americano e radicalizzare l’opinione pubblica; nel 2016 il nuovo obiettivo era l’elezione di Trump alla Casa Bianca.

Oltre a quella che viene definita dall’IRA “information warfare” anche l’intelligence russa (GRU) si è attivata per danneggiare i democratici, rubando migliaia di documenti da mail e network delle compagini democratiche che erano stati compromessi. In tutto questo il report ha stabilito che non c’è stata coordinazione o cospirazione; tuttavia, lo staff per la campagna di Trump era al corrente di queste operazioni, e molti incontri sono stati fatti tra rappresentanti della campagna Trump e inviati del cremlino. Ma la collusione non è classificata come crimine, anzi non ha neppure una definizione legale.

Un altro problema per il presidente sono i 10 casi di possibile ostruzione di giustizia presi in esame da Mueller. Il procuratore durante la sua indagine sarebbe stato ostacolato dalla massima carica dello stato in diversi modi. Tra le altre cose Trump avrebbe provato a far licenziare Mueller, ma il piano sarebbe fallito quando la persona incaricata di farlo, il consigliere McGahn, si sarebbe rifiutato. Mueller non ha concluso se quegli atti di ostruzione fossero criminali, ma senza escludere questa possibilità, scrivendo “If we had confidence after a thorough investigation of the facts that the President clearly did not commit obstruction of justice, we would so state” e, inoltre, sottolineando la possibilità per il congresso di proseguire le indagini in merito.

Il procuratore speciale Robert Mueller (Foto da Getty Images)

Le conclusioni del Report lasciano quindi con un forte senso di incertezza e di inadeguatezza istituzionale. Ora almeno sappiamo cosa è successo e cosa non è successo; ma in un’epoca in cui ci rendiamo conto che lo strumento dell’impeachment risulta essere totalmente inadeguato dal momento che è una procedura (non senza ragioni) incredibilmente dura da portare a termine, dobbiamo più che mai usare gli strumenti che abbiamo per mantenere la classe politica responsabile di fronte ai cittadini, il voto. Se non sussiste il reato di cospirazione nel caso del Russiagate, sta a noi decidere se troviamo corretto ciò che questo scandalo implica. Se lasciamo il diritto di sanzione politica agli organi di controllo istituzionale, impareremo troppo tardi che questi organi non sono perfetti.

(Foto di Osservatorio Russia)

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