A Nord-Ovest della Cina e incastonata nel cuore dell’Asia, si trova la regione autonoma dello Xinjiang, conosciuta soprattutto per la minoranza turcofona e mussulmana degli Uiguri.

Questi, negli ultimi decenni, sono stati definiti da parte del governo di Pechino a tutti gli effetti dei “terroristi”, in quanto ritenuti fomentatori di movimenti separatisti e quindi fonte di insicurezza e instabilità all’interno del paese. Perciò, il PCC (Partito Comunista Cinese) ha definito una serie di dure misure contro questa minoranza in modo da reprimere ogni possibile eversione dell’integrità cinese

(Credits: MSOI Torino)

Un “genocidio culturale”

Credo che questo genocidio sia in corso, e che stiamo assistendo al tentativo sistematico di distruggere gli Uiguri da parte dello Stato del partito cinese” – aveva affermato nel gennaio 2021 l’uscente Segretario di Stato americano, Mike Pompeo, relativamente alle barbarie compiute da parte del PCC nei confronti della minoranza.

Nonostante dal punto di vista dei crimini internazionali non sia ancora stato formalizzato, ormai si parla di “genocidio culturale”, ovvero il tentativo sistematico di distruggere valori, tradizioni e linguaggi di un’intera popolazione. Infatti, diversi rapporti testimoniano la presenza di “centri di rieducazione” – come li hanno definiti gli ufficiali cinesi – all’interno dei quali vengono messi in atto violenti soprusi per snaturare l’identità culturale degli abitanti musulmani.

Rinuncia all’islamismo, lealtà forzata al Partito Comunista Cinese, obbligo di parlare in mandarino sono soltanto alcune delle ferree regole imposte in questi campi di detenzione, alle quali si aggiungono lavori forzati nelle fabbriche per mantenere lo sviluppo economico e abusi sessuali, come hanno testimoniato alcune ex-detenute. 

Sebbene le autorità cinesi avessero nascosto l’esistenza e la vera natura di queste prigioni, si è giunti alla conclusione che, attraverso il pretesto della lotta al terrorismo, questi luoghi sono volti allo sradicamento dei costumi uiguri e ad un’imposizione coercitiva delle usanze e tradizioni cinesi (“cinesizzare”).

(Credits: rfa)

Sorvegliati speciali

Se per coloro che sono stati rinchiusi la vita ha assunto le sembianze di un incubo, la restante parte della minoranza mussulmana vive in condizioni in cui la parola “libertà” non è ammessa.

Come riporta un articolo del The Guardian, nei centri abitati della regione ogni singolo movimento viene osservato dalle autorità e i dati biologici e identificativi vengono raccolti in appositi database; le città sono divise in quartieri e ciascuno di essi è costantemente sorvegliato dalle pattuglie di polizia e dalle centinaia di telecamere installate sugli edifici, in grado di scannerizzare i volti e registrare i dati biometrici delle persone.

Inoltre, il pressante controllo sui cittadini ha raggiunto livelli estremi tanto che ad alcune famiglie è stato assegnato un ufficiale del PCC, costretto a sorvegliarne tutte le azioni e a riferire ogni sospetto di “comportamento sovversivo”. Insomma, se fino ad ora la celebre citazione “The Big Brother is watching you” (1984, G. Orwell) l’avevamo letta soltanto su carta, ora sembrerebbe aver trovato un modello calzante nella realtà.

(Credits: Internazionale)

Le reazioni dal mondo

Dando uno sguardo alle reazioni internazionali, sia la Comunità Europea che l’Organizzazione delle Nazioni Unite hanno richiamato la Cina a rispettare le libertà fondamentali e il governo americano negli ultimi due anni ha approvato diversi provvedimenti che limitano l’importazione di prodotti dalla regione dello Xinjiang e condannano gli abusi dello stato cinese (Uyghur Human Rights Policy Act e The Uyghur Forced Labor Prevention Act).

Proprio al di fuori dello spazio cinese, come gli Stati Uniti, alcuni ex-detenuti hanno avuto il coraggio e la possibilità di denunciare le torture subite; sebbene, come dichiarato da Amnesty International, la Cina stia allungando i suoi tentacoli anche al di fuori dei confini nazionali, intimidendo coloro che sono riusciti a fuggire attraverso telefonate e pressioni dalle ambasciate.

Per questo, anche se nella nostra quotidianità tendiamo a dare per scontata la conquista della democrazia, non dobbiamo dimenticare che in alcuni tra i più influenti paesi del mondo la strada verso la completa tutela dei diritti naturali è ancora molto lunga.

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