Ogni mattina un utente su tre quando legge il giornale si incazza, è sgomento, ha bisogno di commentare; considerato che in termini di condivisione la faccenda è molto cambiata e si parla meno al tavolo del bar, c’è bisogno di una piazza. Chiaramente, internet. La maggior parte dei giornali sponsorizza i propri articoli più scottanti direttamente su Facebook, dove sono serviti agli utenti. La sezione commenti si riempie in un paio d’ore, volano insulti, link a siti di scarsa affidabilità, minacce. Non ci sono regole, si urla in caps lock. Se non fosse che, se opportunamente segnalato un account può venire sospeso. Una volta riabilitato, il commentatore seriale non smetterà di scaricare il suo odio e la sua frustrazione. Avrà semplicemente un nemico in più: il social network stesso, giudicato imparziale nei confronti della sua visione del mondo, del suo partito politico.
In Italia, come in USA, dove una ricerca condotta in agosto dal Pew Reserarch Center ha mostrato come il 90% dei Repubblicani sia convinto che i social network censurino i loro contenuti di stampo politico. Il 59% dei democratici è pronto a dichiarare lo stesso.

In realtà, una volta esaminata la popolarità degli account su Twitter e Facebook, salta all’occhio il numero spropositato di utenti followers di Donald Trump, parliamo di quasi 89 milioni di persone provenienti da tutto il mondo, a cui si aggiungono i 32 milioni di @POTUS, account ufficiale presidenziale (sarà amministrato dal presidente uscente fino a gennaio 2021). Il neo eletto Joe Biden raggiunge appena i 19 milioni di followers.
La popolarità di un personaggio come Donald Trump sulle piattaforme si basa sul genere di contenuti che veicola, fanno parlare di sé sia i sostenitori che i detrattori. Su questo si fonda, in soldoni, la visibilità offerta dal potere dell’algoritmo.

Solo recentemente Facebook e Twitter stanno impiegando più energie per verificare che cosa sia effettivamente pubblicato. La soluzione per molti utenti, che chiameremo per semplificazione “conservatori” è stata affidare le loro opinioni forti ad un altro soggetto in ascesa; Parler, passato in sordina nel 2018 e che torna a far discutere. Il social è intuitivo come Twitter, ma meno accattivante; si possono postare foto e video, ma non c’è una sezione explora (per accedere ad un contenuto è necessario cercarlo).
John Matze, CEO di Parler, a seguito della rimozione di molti utenti quasi tutti allineati a destra, da Twitter (#Twexit), ha ribadito l’obiettivo ultimo del suo programma: “La nostra piattaforma mette l’accento sulla libertà di espressione e la discussione aperta”. Nobile? Beh, di fatto no. A regolare i post ed i commenti non c’è nessuno. Gli utenti espulsi o bloccati dalla rete si ritrovano in questo bar degli arrabbiati per lanciare addosso i pomodori a chi sta parlando alla serata open mic della settimana. Se non fosse che, per ora, uno schermo li divide.

La mancanza di controllo e censura all’interno dell’app fa sì che sia possibile organizzarsi, influenzarsi con fake news, condividere contenuti pornografici e spam, il tutto dietro un’apparente legalità. L’argomento Coronavirus è in testa alle classifiche e porta con sé cospirazioni e fake news di ogni genere. Ognuno ha qui il proprio spazio per riscrivere la propria verità personale e convincere di questa altri, più sensibili o deboli alla pressione mediatica. Viene a mancare il confronto offerto, seppur problematico e mal regolato, dalle altre piattaforme. Parler è una piazza dove si può urlare di tutto, purché sia estremo.
Al di là delle problematiche legali, si verifica anche un’alterazione del paradigma sociale; se viene a mancare il confronto, se chiudiamo in una bolla un gruppo, questo penserà di essere l’unico legittimo, la vittima. Si organizzerà e sarà più forte; le conseguenze non saranno più politiche, ma sociali: permettere la condivisione di informazioni false porta ad azioni in contrasto con il bene pubblico, di tutti i cittadini, anche quelli che le sostengono. Viene tolta loro la possibilità di riconoscere il reale, già filtrato dai social in maniera a dir poco inquietante.

Tik Tok, per esempio, salutato la scorsa estate come una piattaforma di giovani e per i giovani ad altissimo potenziale divulgativo e sostanzialmente democratica, si è dimostrata un veicolo pericoloso di fake news durante la pandemia. Il format; video brevissimi, spesso duetti immaginari, si presta ad essere consumato dalle nuove generazioni attratte dalla velocità di fruizione. Chiunque può diventare popolare su Tik Tok ed anche qui a farla da padrona sono le opinioni forti. Il pubblico di giovanissimi, spesso ragazzi di scuole medie e primi anni delle superiori, assorbe questi contenuti e si allontana dal dibattito pubblico, più difficile da seguire e dai contorni più sfumati.

Come destreggiarsi in questa giungla? Beh, innanzitutto rispolverando le buone vecchie norme della netiquette: il rispetto online, il controllo delle fonti, la protezione della privacy nostra ed altrui. E perché no? Evitando di fidarci di chi ci dipinge il mondo in due colori, scrive in maiuscolo, si iscrive a Parler in questi giorni.

(Foto di copertina da Wired)

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