Ottomani nella scena globale

In questi ultimi anni abbiamo imparato a disprezzare Erdogan, per le sue posizioni anti-secolari, per il suo fervente nazionalismo, e per le provocazioni militari nella regione. Non si può però negare la sua abilità nel rimettere la Turchia tra i protagonisti dell’ordine internazionale-regionale mentre l’occidente tenta meccanicamente di rimettersi in sesto dai postumi della Guerra Fredda. Con il tentato “golpe” del 2016 Erdogan ha potuto epurare i vertici del potere a lui non fedeli, mettendo per il momento in sicurezza il fronte interno, e potendosi concentrare sulle minacce esterne.

Sono molti gli intrecci di interessi e conflitti che Ankara ha saputo tessere in questi anni per avvicinarsi al suo sogno imperiale ottomano. Come abbiamo già avuto l’opportunità di scrivere, il conflitto a noi più vicino è quello riguardante le risorse energetiche del Mediterraneo Orientale, che vede contrapposte Turchia e Grecia principalmente, e che porta le loro navi, militari o da trivellazione a scontrarsi di frequente. Tuttavia nel quadro strategico della difesa attiva, l’obiettivo è quello di espandere l’influenza militare turca in tutto il Mare Nostrum.

crediti: la Repubblica

Oltre però ai conflitti con l’occidente, che rimane su carta (NATO), un alleato, molto più articolati e sfumati sono i conflitti e i rapporti in cui è coinvolta la Turchia in Nord Africa, e in Asia.
Escludendo una partita con Francia e Italia nel Mediterraneo, le grandi sfere d’influenza nella regione MENA partono da Turchia, Russia, Iran, stati del Golfo, e Israele; tutti stati con profonde differenze, siano esse culturali, religiose, geopolitiche o altro.

Sia con la Russia che con l’Iran Erdogan pare mantenere una linea ambigua. Con la prima sta infatti conducendo un progressivo avvicinamento basato su un interesse in comune nello specifico, la de-occidentalizzazione dell’ordine mondiale. Lungi dall’essere un’alleanza, o una rottura turca con l’ovest, la relazione sembra essere più una partnership flessibile, basata sul pragmatismo. E proprio da questa nascono iniziative come quella di creare un centro di coordinamento assieme al Cremlino per garantire la pace nel Nagorno-Karabakh, o come quella di acquistare dai russi i sistemi di difesa anti-aerea S-400, che ha spinto Washington a imporre nuove sanzioni alla Turchia. Grazie a questi interessi convergenti le due nazioni possono temporaneamente permettersi di non prendere troppo sul serio la loro rivalità nel teatro libico, dove se Putin supporta Haftar, il supporto militare turco sta risultando strumentale per le vittorie del Governo di accordo nazionale.

crediti: Laura Canali – Limes

Con l’Iran la situazione è ancora più complessa. E’ innegabile la rivalità che intercorre tra le due nazioni, ma persino in questo caso esistono nemici e interessi comuni. Da una parte Teheran estende la sua influenza anche grazie alle Forze Quds (quelle del generale Soleimani) fino al Mediterraneo, dove potrebbe dissuadere ulteriori sforzi occidentali per la messa in sicurezza delle risorse energetiche, favorendo quindi Ankara. Dall’altra la Turchia che intervenendo in Libia per soddisfare le sue ambizioni imperiali e garantirsi concessioni marittime, aiuta l’Iran nel suo obiettivo di destabilizzare la regione.

Insomma quella di Erdogan è una Turchia che rischia pur di ritagliarsi il suo spazio. E’ una Turchia che se pur diversa in molti aspetti a quella di Ataturk, ne mantiene il fascino centralizzante e autoritario, e che è entrata prepotentemente sullo scacchiere regionale e globale.

crediti immagine in copertina: Arabnews

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