Le ragioni di un mancato intervento

La situazione in Etiopia continua a degenerare. Una delle tante guerre africane si potrebbe pensare, di quelle che possono suscitare interesse qui in Europa solo nel momento in cui si traducono in stragi. Eppure, l’Etiopia del 2018 era ben diversa da quella di oggi, stava vivendo un’importante transizione democratica, e stava salendo al potere un futuro Nobel per la pace. Come si sia passati da quello a vedere questo stesso premio Nobel decidere di unirsi ai soldati al fronte di una guerra che è ormai alle porte di Addis Abeba, è difficile da comprendere. Per capire meglio ragioni e contesto di questo conflitto rimandiamo ad un altro nostro articolo. Perché ora vogliamo porre l’attenzione su un’altra questione, il ruolo dell’ONU.

Un’eredità difficile

La narrativa prevalente è quella che vede le Nazioni Unite arrancare ovunque ci sia bisogno di un intervento internazionale. E’ una narrativa ancora fortemente influenzata dalle débacle degli anni ‘90 in Jugoslavia, in Somalia, e in Rwanda, rafforzata poi da occasionali scandali come quello dell’epidemia di colera ad Haiti nel 2010. Tuttavia dagli anni 2000 sotto la guida dei Segretari Generali Kofi Annan prima e Ban Ki-moon poi, l’ONU ha sviluppato una dottrina alquanto interventista, ed è concretamente intervenuta in molti dei conflitti che sono emersi in quell’arco di tempo. Liberia, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centrafricana, Sudan, Mali, sono solo alcune delle missioni intraprese in quegli anni.

Sebbene sia difficile identificare dei successi “pieni” in queste missioni, l’ONU si è dimostrato capace sia di proteggere un gran numero di civili che di incentivare i processi di pace locali, allontanandosi quindi dall’immagine dei caschi blu olandesi che a Srebrenica nulla hanno fatto per fermare i serbi. I caschi blu oggi sono la seconda forza al mondo per soldati dispiegati all’estero e due delle loro missioni hanno superato un budget da un miliardo di dollari. 

Caschi blu in Rwanda – Crediti: The Guardian

L’ONU nel contesto etiope

Viene lecito chiedersi quindi, perché in un conflitto che assume sempre più le forme di un conflitto interetnico, alimentando quindi un rischio di un vero e proprio genocidio, l’ONU non intervenga? Eppure come abbiamo visto, la guerra in Etiopia potrebbe avere importanti ripercussioni sugli equilibri regionali ed extraregionali – se consideriamo Egitto e Turchia – e rientrerebbe quindi perfettamente nei compiti di prevenzione e contrasto alle minacce alla pace che l’ONU si è dato nella sua Carta.

E’ in realtà doveroso ricordare che l’ONU in Etiopia è presente. Non possiamo mettere in dubbio il loro impegno nell’organizzare i convogli umanitari che si dirigono nel Tigray per evitare quella che potrebbe diventare una carestia catastrofica, è infatti del World Food Program l’operazione che nelle prossime settimane fornirà assistenza a circa 450 000 persone nelle città di Kombolcha e Dessie. Tuttavia dobbiamo riconoscere che si tratta di un intervento posticcio, creato per evitare che centinaia di migliaia persone muoiano di fame, ma che nulla fa per risolvere il conflitto che genera quell’insicurezza e quella violenza che mettono in pericolo le stesse persone che si soccorrono. 

Carestia e tensioni etniche generano il potenziale per un incalcolabile numero di morti. Dall’altra parte il fatto che i ribelli siano stati in passato al potere – e potrebbero quindi essere più disponibili al dialogo – crea delle inaspettate prospettive diplomatiche. E’ difficile quindi immaginare che in un tale clima di rischi e opportunità l’ONU non intervenga massicciamente. E beninteso, non significa che le Nazioni Unite debbano intervenire come in Mali, pronti per condurre una guerra.

Sembrerebbe però ragionevole un’intensificazione degli sforzi verso la creazione di tavoli diplomatici, come pure il dispiegamento di forze di interposizione che possano almeno isolare le principali comunità etniche, e le forze governative da quelle ribelli. E’ difficile pensare che il presidente Abiy Ahmed si opporrebbe a lungo a misure simili considerando che la sua posizione peggiora di giorno in giorno. E dall’altra parte i ribelli potrebbero dare espressione politica (e pertanto dare legittimità) alle loro rivendicazioni territoriali.

Un convoglio ONU in Mali – Crediti UN news

I problemi

Al di là delle speculazioni dobbiamo però riconoscere che l’ONU non si trova nella posizione di poter attuare grandi iniziative, siano esse militari o diplomatiche. Come abbiamo detto prima, i budget delle missioni ONU ora attive sono andati gonfiandosi sempre di più, ma senza che questo corrispondesse a maggiori entrate nelle casse dell’organizzazione. Insomma mancano i soldi.

Ma oltre a ciò, pesa anche l’approccio dell’attuale Segretario Generale Guterres. L’ex presidente portoghese infatti in più occasioni si è dimostrato contrario alla militarizzazione avvenuta durante i segretariati precedutigli, e per questo anche timoroso nell’iniziare nuove operazioni. Le preoccupazioni di Guterres non sono infondate e oltretutto il suo mandato è iniziato quando le tesorerie ONU erano già piuttosto malandate. Però un approccio cauto e a volte immobilista non può essere la soluzione, specialmente quando emergono conflitti come quello Etiope, dove la pressione della comunità internazionale, catalizzata dall’ONU, potrebbe fare la differenza.

Il fallimento dell’ONU in Etiopia deriva quindi dalla mancata preparazione, in termini di risorse e dottrina, verso nuove crisi. Ma dobbiamo ricordare anche che l’ONU è espressione delle nazioni che lo compongono; la mancanza di iniziativa può quindi essere imputata in parte a quei “grandi player” che, ogni qual volta scoppi un conflitto nel terzo mondo, si girano dall’altra parte?

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