Credits: Jung Lee Official site

Luoghi desolati, ambientazioni quasi oniriche costituiscono lo sfondo delle concise ed enigmatiche installazioni al neon dell’artista sudcoreana Jung Lee. Nata a Seoul, la fotografa ha reinterpretato la cosiddetta “neon art”, riproponendola da un punto di vista completamente diverso rispetto alle classiche insegne.

Le principali opere fotografiche ritraggono brevi parole, domande o affermazioni chiaramente riferite alla sfera emotiva, come se l’artista stessa tentasse di richiamare proprio i sentimenti legati ai primi amori, che, in fin dei conti, non hanno età.

Nonostante le installazioni richiamino la tradizione pop, l’obbiettivo attraverso il quale l’artista lavora vuole essere tutt’altro che un riferimento alla cultura popolare e generalista. Immaginazione ed emozione sono i due elementi di cui il pubblico ha bisogno per immergersi completamente negli scenari. Sebbene le frasi scelte sembrino prese da un SMS o da un elementare bigiettino d’amore, Jung Lee tenta di rivitalizzarle, rielaborando personalemente il suo linguaggio e riproponendolo in una veste completamente nuova.

Lei ha addirittura parlato di “personificazione”, come se dare luce alle parole permettesse a queste di essere vive e conseguentemente di colpire energicamente l’osservatore senza filtri e mediazioni.

redits: Green Routes
Credits: Green Routes

Aporia

Il titolo della raccolta fotografica prende nome dalla parola greca ἀπορία (aporìa), ovvero una sostanziale difficoltà, la cui soluzione può apparire intrinseca alla natura stessa del problema; proprio questi ostacoli, declinati in chiave emotiva, sono la fonte di ispirazione per la raccolta.

Lo stimolo principale per l’artista deriva dalla lettura del saggio “Frammenti di un discorso amoroso” dell’autore francese Roland Barthes, il quale ha cercato di sviscerare nel profondo l’importanza del linguaggio nello sprovveduto animo dell’innamorato.

Difatti, le fotografie propongono scritte apparentemente sterili che rischiano di cadere nella banalità. Ciò nonostante, l’opera non dev’essere osservata focalizzandosi soltanto sulla segnaletica illuminata; difatti il segreto che rende così incisive le fotografie sono i contesti in cui vengono catturate. Distese di neve, prati sterili e radure desolate danno nuova vita alle parole e le immergono in un contesto totalmente imprevedibile, senza il quale l’opera non avrebbe lo stesso impatto. Proprio questo netto contrasto tra paesaggio e linguaggio racchiude la forza dell’opera in sé: da un lato le scritte al neon richiamano le metropoli e il loro sovrabbondare di insegne, dall’altro scenari non modificati dall’uomo, totalmente incontaminati.

Credits: Jung Lee Official site

Non solo arte

Se pensassimo alle scritte al neon, la nostra mente rievocherebbe subito le classiche segnaletiche che da anni illuminano le grandi città con i loro colori sgargianti. Nonostante queste abbiano colonizzato anche il mondo della moda e del design diventando una vera e propria tendenza, le scritte al neon provocano allo stesso tempo enormi livelli di inquinamento visivo. Come scrive Christian Cajoulle questa piaga dei giorni nostri si manifesta particolarmente nelle metropoli, dove infrastrutture e insegne pubblicitarie ostruiscono la nostra vista e nascondono il cielo buio. 

Sostanziale è la differenza che caratterizza il progetto di Jung Lee. Nonostante le segnaletiche vengano utilizzate di solito per esprimere un messaggio immediato verso l’esterno, le sue fotografie invece vogliono accompagnare l’osservatore in una riflessione personale. Infatti, se queste parole hanno da sempre sovrabbondato le nostre città per scopi puramente commerciali, le parole al neon dell’artista vogliono essere l’unica fonte di luce per i suoi melanconici paesaggi. Perciò, il fine è riuscire a guardare oltre i semplici colori e scoprire come uno strumento da sempre utilizzato per fini pubblicitari ora possa essere trasformato in una profonda e autentica opera d’arte.

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