Sono passate due settimane dalla strage di Uvalde, in cui un diciottenne del luogo ha aperto il fuoco con un fucile semiautomatico in una scuola elementare della cittadina texana, uccidendo 19 bambini e due insegnanti in una scuola della cittadina texana. Dieci giorni prima, a Buffalo (New York) un altro ragazzo di diciotto anni aveva ucciso dieci persone in un supermercato per motivi razziali. Pochi giorni fa una sparatoria in un ospedale di Tulsa, in Oklahoma, ha lasciato dietro di sé quattro vittime e dieci feriti.

Tutto drammaticamente nella norma per gli standard americani. La pagina wikipedia che elenca le mass shooting avvenute negli Stati Uniti non finisce più e agli occhi di noi italiani (ed europei) tutto ciò è semplicemente inconcepibile, soprattutto per via del fatto che al continuo ripetersi di stragi non fa seguito, al di là della consueta indignazione generale, l’adozione di provvedimenti veramente efficaci nel prevenire (o almeno limitare) questo tipo di eventi.

Da parte dell’opinione pubblica nostrana, invece, lo sforzo dovrebbe essere quello di analizzare il fenomeno nella sua complessità, senza fermarsi al bianco o al nero, anche se si tratta i qualcosa che non ci tocca direttamente. E come sempre gli eventi non sono mai dovuti ad una sola causa, ma dall’intreccio di più ragioni, e il problema delle armi in America non fa eccezione. Esiste una questione culturale di libertà (anche solo percepita) che si sostanzia nel possesso di un’arma e che viene giustificata dal famoso secondo emendamento della Costituzione (A well regulated militia being necessary to the security of a free state, the right of the people to keep and bear arms shall not be infringed); E’ presente una legislazione poco restrittiva riguardo l’acquisto e la detenzione di armi da fuoco da parte dei civili; i gruppi di interesse nel settore delle armi hanno un’influenza sui rappresentanti politici maggiore di quanto non hanno ad esempio nei paesi europei.

Credits: RaiNews

Qualcosa si muove

Tornando negli states, la sensazione è che questo ennesimo episodio possa rappresentare la goccia che fa traboccare il vaso, sotto la spinta di una (parte di) popolazione non solo indignata, ma anche arrabbiata per le sofferenze dirette o indirette che è costretta a subire, spinta che ci auspica possa convincere la classe politica (a livello statale e/o federale) ad adottare misure di vario genere che riducano la possibilità di compiere atti simili.

Il presidente Joe Biden ha subito cercato di intercettare questo malessere e si è posizionato in prima linea nel chiedere un cambiamento in merito alla legislazione sul possesso di armi, incitando il Congresso ad agire. Partecipando ad una cerimonia funebre in onore delle vittime della strage di Uvalde, Biden è stato confrontato dalla folla che gli chiedeva di “fare qualcosa”, “lo faremo” la sua risposta. Parole di circostanza a cui però sono susseguite dichiarazioni più speranzose: Biden si è detto motivato a continuare a fare pressione e ha aggiunto che vede un riconoscimento fra i repubblicani più razionali che la nazione “non può continuare così”. Infatti, al Senato, a causa dell’ostruzionismo (c.d. filibuster) dei repubblicani, affinché passi una legge sulla limitazione delle armi da fuoco è necessaria una maggioranza di almeno 60 senatori (su 100); i democratici al momento ne controllano 50 e portare dalla loro parte dieci repubblicani su questo tema pare un’operazione impossibile. Il presidente ha comunque affermato che il Secondo emendamento non è mai stato un assoluto e che crede si possa raggiungere un supporto bipartisan alla stretta sulle armi d’assalto.

Biden giovedì è tornato a parlare dell’argomento, anche con toni molto duri, proponendo di alzare da 18 a 21 anni l’età per cui è possibile acquistare armi d’assalto e di ritirare le armi a chi è affetto da malattia mentale. Ha chiamato il Congresso alle sue responsabilità, in termini legislativi e di lobbying, e si è appellato alla maggioranza dei cittadini affinché esprima la sua indignazione attraverso il voto.

Credits: Ticinonline

I democratici ci provano

Tra i democratici, il senatore Chris Murphy è quello che si sta spendendo più per la causa della limitazione delle armi ed esprime un moderato ottimismo che si possa raggiungere un compromesso in merito con la controparte politica: “I’m at the table in a more significant way right now with Republicans and Democrats than ever before […] there are more Republicans interested in talking about finding a path forward this time than I have ever seen since Sandy Hook”.

In particolare, Murphy crede si possa raggiungere un accordo su misure specifiche quali le red flag laws (leggi statali che autorizzano i tribunali a permettere alla polizia di sequestrare temporaneamente eventuali armi ad una persona giudicata un pericolo per sé stessa e per gli altri), l’aumento dei controlli sui precedenti giudiziari, un sicuro stoccaggio delle armi e più risorse per la salute mentale e per la sicurezza nelle scuole. Non è l’unico senatore, anche fra i repubblicani, che vede possibile un importane compromesso volto a cambiare lo status quo; altri invece sono più disillusi e sottolineano la natura statale di questa materia e la difficoltà di implementare provvedimento veramente efficaci.

Il senatore democratico Chris Murphy (Credits: Politico)

I repubblicani meno

Per quanto la questione delle armi negli Stati Uniti sia un tema che trascende più di altri la divisione destra – sinistra, è chiaro che quelli restii a sostenere una legislazione che limiti la circolazione di armi fra i civili sono i repubblicani. I membri del GOP si posizionano in difesa del già citato secondo emendamento, descritto spesso in questa discussione come tassello inamovibile della libertà individuale che dovrebbe caratterizzare i cittadini americani.

La maggior parte dei repubblicani cerca di deviare il dibattito da una questione di restrizioni legali alla vendita e al possesso di armi verso il tema della salute mentale, problema quest’ultimo sicuramente di vitale importanza, ma che viene usato strumentalmente per non affrontarne un altro, ad esso collegato solo indirettamente. D’altronde una cosa non esclude l’altra: curare il disagio individuale che può spingere a gesti estremi e ridurre le possibilità materiali alle persone di poter compiere tasi gesti.

Un’altra tema sollevato dai repubblicani è quello della necessità di aumentare la sicurezza nelle scuole, ad esempio aggiungendo delle guardie di sicurezza armate a protezione delle scuole o addestrando gli insegnati.  Una proposta generalmente non condivisa da parte dei democratici e che sembra una toppa peggiore del buco volta a non affrontare il problema alla radice: la relativa facilità con cui è possibile procurarsi un’arma, anche pesante come un fucile d’assalto.

La difficoltà di accordi bipartisan

La divisione fra repubblicani e democratici su questo tema si manifesta anche fra gli stati della federazione, che hanno anche loro potere di legiferare in materia di armi, oltre al Congresso, e che per questo presentano situazioni diverse fra loro. Negli Stati Uniti, all’operato del governo federale si intreccia il livello inferiore della politica locale/statale, anche in questa circostanza.

I governatori democratici sono in generale più favorevoli ad una restrizione delle armi, infatti, la maggior parte delle misure in questa direzione è stata presa da stati controllati dal Partito Democratico. Ma gli stati che negli anni hanno implementato una stretta alle armi rimangono comunque una minoranza, anche per il fatto che quelli comunque governati dai democratici possono subire l’ostruzionismo repubblicano in parlamento e ritrovarsi in una situazione di stallo legislativo. E non è nemmeno scontato che gli stessi governatori democratici abbiano la volontà o la convenienza politica di adottare misure che impongano un controllo più rigido sulle armi.

Il segnale e l’azione più forte arriverebbe sicuramente dal potere centrale di Washington, in particolare dal Senato, che infatti è l’istituzione che sta subendo la pressione maggiore da parte di tutti gli attori.

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