Kendrick Lamar Duckworth è un caotico drammaturgo. Il ragazzo di Compton ama arricchire la sua musica di prospettive. Dà un corpo e un’anima ai suoi numerosi personaggi e muse con voci, cadenze e ritmi distinti. Caratteristiche che lo hanno reso uno dei più celebri narratori del rap. D’altronde essere il primo e unico rapper ad aver vinto un Premio Pulitzer, vorrà pur dire qualcosa. Per alcuni, la narrazione elastica di Kendrick e i dispacci indignati sulla vita della sua gente, lo hanno reso una figura di suprema autorità morale nell’hip-hop. Un ruolo che però rifiuta nel suo quinto album in studio.

Kendrick costruisce Mr. Morale e The Big Steppers in modo tale da immolare allegramente la sua amata reputazione. Oscilla con leggerezza tra provocazioni caustiche e confessioni lamentose su una produzione funk e soul che brilla come frammenti di uno specchio. Il doppio album offre la svolta più stridente nell’universo rap da quando Future ha dato vita al suo capolavoro Monster. L’obiettivo del californiano in questo album è semplice: dare uno sguardo sfocato ma indagatore al suo personaggio più sfuggente. Sé stesso.

Mr. Morale e The Big Steppers

Sono passati cinque anni da quando Kendrick Lamar ha pubblicato il vivido e incisivo DAMN e ha curato la colonna sonora del film Black Panther. Un lustro, un tempo che nel rap contemporaneo nessuno può permettersi. Le influenze cambiano e il rischio di non stare più “sulla cresta dell’onda” è alto. E allora ecco che tornano i temi degli ultimi tempi come la pandemia, #MeToo e le proteste globali contro la brutalità della polizia. Tutti eventi commentati da Kendrick nel corso del disco mentre racconta come ha trascorso la sua pausa. Ma questo è un album principalmente introspettivo e allora c’è da chiedersi chi è Kendrick Lamar e cosa rappresenta?

Chi è davvero Kendrick Lamar?

La risposta è tutta dentro l’album. Spinto dalla narrazione di Whitney Alford, suo primo amore dai tempi del liceo, Kendrick apre il disco definendo pericolosa la sua onestà, la prima di molte rivelazioni a venire. Parte con “I been goin’ through somethin’/Be afraid“, un avvertimento seguito da frenetiche strofe a doppio tempo che sgattaiolano attorno a pugnalate oblique di pianoforte e tamburi veloci. Il suo rap sussulta e barcolla mentre rivela che andrà in terapia. Devastato dal dolore e dalla vergogna, affronta e appaga la sua frustrazione attraverso acquisti di lusso e infedeltà. Anche se descrive un’avventura specifica, la sua narrazione si sfilaccia, tenuta insieme dalla ripetizione del colore degli occhi della sua amante piuttosto che dalla messa in scena o dalle fitte rime.

Durante Mr. Morale e The Big Steppers, Kendrick sembra rifiutare attivamente l’eleganza e la struttura di canzoni del passato come “DUCKWORTH” e “good kid“, che scrive con tratti veloci e schizzi che incanalano le sue ammissioni disordinate. Le idee scorrazzano come schegge impazzite e lui nega all’ascoltatore un facile accesso ai suoi pensieri. Si pone in un modo totalmente antitetico rispetto alle leggi non scritte dell’hip-hop. I suoi flussi attraversano “Count Me Out“, rimbalzando sulla cassa, ballando con gli accordi.

Le produzioni raccontano l’animo tormentato del rapper

La sua volontà di restare nel disordine si estende alla produzione, che è regolare ma di traverso, ritmi e accordi accatastati in modo precario. Molte delle canzoni, la maggior parte delle quali hanno almeno tre produttori, sembrano spezzarsi. In “Rich (Interlude)” le linee del pianoforte di Duval Timothy si allontanano e tornano a fondersi, come la pioggia e le nuvole. In “Purple Hearts“, la batteria si allontana per l’intera strofa stellare di Ghostface, archi e schizzi di pianoforte che ombreggiano la metrica del rapper. Le esibizioni non sempre attingono alla rigogliosa produzione, ma i ritmi e gli occasionali campioni di R&B qua e là danno ai versi spesso sconclusionati una forma necessaria.

Kendrick serpeggia verso i punti più alti dell’album, fermandosi per riprese strane e sciocche sulla cultura dell’annullamento, un non-problema che scioglie i neuroni che spiega letteralmente la vita reale di nessuna persona ricca e famosa. Il suo candore diventa pugilistico su “N95” e “Worldwide Steppers“, brani che lo vedono lodare la moxie di Oprah (“Say what I want about you niggas, I’m like Oprah, dawg“) e lamentarsi di una volta che ha pagato troppo per un catering di bassa qualità.

Darsi delle risposte

Nella penultima traccia, “Mother I Sober“, Kendrick finalmente risponde a lungo all’incarico iniziale di Whitney. Abbassando la voce in un mormorio lacrimoso, racconta una triste storia di violenza domestica e familiare che ha irretito se stesso, i cugini e sua madre. Invece di dettagli oscuri, la storia ruota su silenzi pietrosi che esiliano tutti nei confini delle loro menti, dove imbottigliano il dolore invece di elaborarlo. “I wish I was somebody/Anybody but myself“, mormora Beth Gibbons di Portishead. Il suo timbro spettrale che cattura la dissociazione e la violenza che ha prodotto.

La canzone si conclude con Sam Dew che canticchia: “I bare my soul and now we’re free“, una conclusione ordinata che provoca più domande che risposte. Ma la canzone almeno ha una missione e una linea di fondo. Kendrick si sforza di sondare i suoi sentimenti e i suoi problemi, uno sforzo che manca altrove nell’album.

Kendrick adesso sai chi sei

Nonostante tutte le sue pose e affermazioni drammatiche, il rap spesso sorprendente, l’attenzione meticolosa ai dettagli e il suo tema di autoaffermazione, Mr. Morale & The Big Steppers ironicamente non si accontenta mai di un ritratto di Kendrick. Forse quella voglia di sfuggire è la spinta dell’album, che potrebbe essere letta come la sua risposta a una domanda che ha posto dieci anni fa, prima di essere innalzato come coscienza dell’hip-hop: “If I mentioned all my skeletons, would you jump in the seat?“. Quella paura di essere definito dal trauma e dalla vergogna risuona ovunque, ma il premio Pulitzer e le sue imperfezioni sono così definite dalla negazione e dalle pesanti aspettative dell’ascoltatore. Il disco è finito, la figura di Kendrick resta nebulosa come l’effigie che ha bruciato l’album. Anche perché, in fin dei conti, nessuno può conoscere la statura di Dio.

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