Che cos’è la meritocrazia

Meritocrazia è la parola dietro cui si nascondono i privilegiati che non vogliono ammettere di essere tali, “guardami vivo da solo, ho un lavoro fisso e ben retribuito a venticinque anni e magari anche la macchina” (appartamento e macchina comprati dai genitori e lavoro fisso nell’azienda di famiglia ndr). Poi per carità, io non metto in dubbio che tu lavori veramente e non vai in ufficio a scaldare la sedia, però capisci un attimo che parti da una situazione diversa di quella di una persona che ha una famiglia meno fortunata e che ha avuto meno opportunità.

E allora giustamente chi privilegiato non lo è, o perlomeno non quanto loro, si indigna e dice che in questo paese la meritocrazia non esiste; nepotismi, favoritismi, conoscenze e privilegi la fanno ancora da padroni e chi si impegna ma non ha gli agganci giusti, o parte da una situazione sfavorita, non va da nessuna parte. Ed effettivamente è vero, in molti ambienti purtroppo è così e nessuno mette in dubbio che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato, perché è una forma di disuguaglianza e tutte le disuguaglianze sono profondamente sbagliate, però viene da chiedersi se questa meritocrazia che sembra un ideale tanto bello non abbia, teoricamente, dei lati oscuri.

(Credits: Atlasorbis)

Mi sono chiesta se una società giusta e ideale dovrebbe essere veramente meritocratica e che cosa significhi poi per una società essere meritocratica. Certo per molti la meritocrazia è un ircocervo favoloso al pari di altre chimere quali il reddito universale e il salario minimo (si ride per non piangere) e tanto basterebbe a metterla nella lista delle favole che non devono incidere sulla nostra vita reale. Però, se è vero che la meritocrazia è per alcuni un’utopia, allora sì ha senso sì interrogarsi, perché l’utopia serve a camminare. Dunque tanto vale incamminarsi verso un’utopia che sia tale piuttosto che verso un’illusione o, come nel caso della meritocrazia, verso un concetto nebuloso e per certi versi anche capzioso.

Quando nasce la parola “meritocrazia”

La domanda che mi pongo è dunque questa: La meritocrazia è veramente un’utopia? Un’ideale a cui tendere? Secondo chi questa parola l’ha inventata, decisamente no. Nel 1958 il sociologo inglese Michael Young pubblicò un libro dal titolo The Rise of Meritocracy, una sorta di saggio-romanzo distopico ambientato nel 2033 che ripercorre le tappe della storia dell’avvento della meritocrazia nel suo paese, cioè l’Inghilterra.

Michael Young (credits: Rill)

Si tratta di una distopia in piena regola, lo scrittore racconta che dopo dure battaglie per abolire delle classi sociali basate sulla ricchezza si forma una società nuovamente divisa in caste, ma che questa volta dipendono dal quoziente intellettivo delle persone. Una società basata su un darwinsimo sociale intellettivo per cui solo chi ha determinate capacità può occupare certe posizioni ed è chiaro che in un contesto simile l’ascensore sociale è bloccato, dal momento che non è possibile migliorare il proprio quoziente intellettivo.

Questa è la nascita della parola “meritocrazia”, su cui ci piace tanto discutere per sapere se è di destra o di sinistra. Inoltre, visto che Gaber non ce l’ha detto io rimango ancora dubbiosa, ma mi permetterei di metterla con il pacchetto di Marlboro e i reggicalze e il cesso in fondo a destra. Ma al di là di queste discussioni (sterili? forse, non so) e nonostante sia chiaro che siamo molto lontani dallo scenario del romanzo di Young, la stessa nascita di questa parola, in un contesto distopico e di certo non positivo, dovrebbe far pensare.

Cos’è il merito?

Il problema vero della meritocrazia, che la rende un concetto tutt’altro che chiaro, è che non sta scritto da nessuna parte che cosa sia in concreto questo fantomatico merito.

L’impegno? Certo dovrebbe essere un fattore importante dal momento che non è qualcosa di predeterminato, ma fin dai primi anni di scuola risulta evidente come l’impegno dipenda tanto anche dalla soggettività di ognuno. Ci sono persone che con il minimo sforzo riescono a raggiungere un risultato per cui qualcun altro deve sforzarsi moltissimo e questo è inevitabilmente dovuto all’intelligenza (parlo genericamente di intelligenza come una predisposizione naturale, so che esistono più tipi di intelligenze e infinite classificazioni ma si tratta comunque in ogni caso di caratteristiche predeterminate e quindi fortuite).

Misurare il merito sui risultati è ancora più fuorviante perché a parità di impegno gli esiti possono essere differenti, molti studenti lo sanno quanto è frustrante preparare una verifica o un esame con qualcun altro e poi ottenere voti molto diversi, e anche qui la differenza la fa la predisposizione naturale. Poi una parte è anche affidata al caso, che gioca un ruolo importante nelle nostre vite, e chi non è così furbo da avere la prontezza di prenderlo come un pretesto per i suoi fallimenti finisce per farsi divorare dall’ansia perché sa che c’è sempre una variabile incalcolabile, che non si può prevedere tutto, che un esame o un colloquio di lavoro possono andare bene o male anche per fattori che esulano dal nostro controllo.

(Credits: Grammartop)

Allora dov’è il merito, cos’è? Forse il frutto di una combinazione di fattori quali l’impegno ma anche l’intelligenza o il talento, e cos’altro? È qualcosa di multiforme e troppo difficile da definire per essere preso acriticamente come perno fondante di un’utopia; un’utopia proprio perché non è reale deve essere cristallina, l’uguaglianza è un’utopia, non la meritocrazia.

Se penso all’uguaglianza penso a qualcosa di meraviglioso, ad un mondo ideale in cui vorrei vivere, a qualcosa da rincorrere, se penso alla meritocrazia penso che sì i nepotismi e i privilegi sono sbagliati e antidemocratici, però pensa se uno nasce con un QI inferiore alla norma, se non ha determinate capacità, se non riesce a trovare la propria strada, non si creerebbe una pressione sociale eccessiva e non si rischierebbe di aumentare il sentimento di inadeguatezza e di non essere all’altezza che già è presente abbondantemente nella nostra società?

E allora mi sale un’angoscia che dico, ma sai cosa c’è? forse sono meglio i privilegi. L’utopia è Marx quando scrive “da ciascuno secondo le sue capacità e a ciascuno secondo i suoi bisogni” e questo è il contrario della meritocrazia. E sicuro non risponderei “vivaddio” a qualcuno che mi dicesse che la meritocrazia non esiste, però non ne farei neanche una gran tragedia che le utopie son altre.

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