Il 22 febbraio di questo anno, l’ambasciatore Luca Attanasio, durante una visita alla provincia congolese del Nord Kivu (precisamente a Goma), al confine con il Ruanda, veniva ucciso sulla Route Nationale 2 nel corso di un assalto al convoglio del World Food Programme (Programma alimentare mondiale) su cui si trovava per raggiungere alcuni villaggi; con lui perdevano la vita il carabiniere, nonché guardia del corpo, Vittorio Iacovacci e l’autista Mustapha Milambo.

Dopo otto mesi a che punto sono le indagini sull’accaduto? E’ stata fatta chiarezza su come un agente diplomatico del nostro paese abbia potuto perdere la vita durante l’adempimento dei suoi doveri? Oppure tutta la vicenda rischia l’oblio da parte delle autorità competenti?

“Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona.”

Art. 3 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani

“I fini delle Nazioni Unite sono: 1. Mantenere la pace e la sicurezza internazionale, ed a questo fine: prendere efficaci misure collettive per prevenire e rimuovere le minacce alla pace e per reprimere gli atti di aggressione o le altre violazioni della pace […]”.

Art. 1 dello Statuto delle Nazioni unite

Mentre procederete nella vostra lettura tenete bene impressi nella mente questi due articoli fondamentali per le Nazioni Unite, solo così potrete comprendere il motivo per cui la situazione non può e non deve essere minimizzata o addirittura insabbiata dalle Organizzazioni governative sovranazionali.

Veduta geografica della regione del North Kivu (Credits: ParmAteneo)

L’inizio della tragedia

La ricostruzione dei fatti avvenuti durante quella tragica giornata del 22 febbraio è stata eseguita e portata alla luce dalla magistratura italiana, con il supporto dei ROS.

Da quanto emerso a seguito delle indagini, i due italiani sarebbero stati fermati mentre viaggiavano su un convoglio ONU del Wfp e catturati in una zona del parco del Virunga, per poi essere portati con la forza a un paio di chilometri di distanza, prima però i sequestratori hanno freddato l’autista Mustapha Milambo con un colpo alla testa.

Solo successivamente, mentre Attanasio e Iacovacci risalivano un tratto montuoso, nei pressi del vulcano Nyiragongo, sono intervenuti i ranger del parco che hanno innescato un conflitto a fuoco con i rapitori e il carabiniere è stato ucciso nel tentativo di fare da scudo per sottrarre il diplomatico italiano dalla linea di fuoco. A seguito della situazione divenuta ormai complicata, gli assalitori si sono dati alla fuga non prima di aver esploso alcuni colpi di arma da fuoco verso l’ambasciatore italiano, morto durante il trasporto all’ospedale della città di Goma.

Un veicolo medico vicino a dove è avvenuto l’agguato (Credits: NBC News)

A seguito di quanto accaduto hanno avuto inizio tre inchieste, per far luce e ricercare i colpevoli dell’infimo agguato; fin qui tutto nella norma se solo non fosse che delle tre indagini, due sono ormai terminate, con esiti quasi inconcludenti, ma procediamo con calma.

Le indagini inconcludenti delle autorità congolesi

Nelle settimane successive all’agguato le autorità congolesi, anziché iniziare una vera e propria indagine, hanno preferito operare una “caccia alle streghe”. Infatti, l’esercito congolese ha accusato dapprima i ribelli delle Forze democratiche di liberazione del Ruanda (Fdlr), milizia formata da Hutu rwandesi da decenni presenti nel Kivu, e successivamente altre accuse sono state mosse nei confronti del governo ruandese o di banditi e delinquenti comuni; congetture tutte lanciate senza solide prove a sostegno delle tesi accusatorie.

Non da ultimo il presidente congolese Felix Tshisekedi si esprimeva in questi termini sulla vicenda, “Le indagini continuano. Ci sono sospetti che sono stati arrestati. Vengono interrogati. Al di là di questi sospetti, c’è sicuramente un’organizzazione”. Queste dichiarazioni rilasciate nel marzo del 2021 sono rimaste tali e non hanno avuto ulteriori sviluppi, ad oggi non sono stati fatti passi in avanti da parte delle autorità congolesi.

Il presidente congolese Felix Tshisekedi (Credits: The Guardian Nigeria)

Seppur siano stati eseguiti arresti contro potenziali colpevoli, la situazione risulta tutt’altro che chiara; piuttosto sembra che si stia cercando a tutti i costi un colpevole per chiudere l’inchiesta, evitando così di far luce su ciò che è accaduto in quella giornata del 22 febbraio.

Nonostante un silenzio imbarazzante da parte delle autorità congolesi, recentemente il ministro degli interni della Repubblica Democratica del Congo ha rilasciato alcune dichiarazioni alla tv RTNC:

“I malviventi conoscevano molto bene non soltanto il tragitto del convoglio diplomatico ma anche l’orario esatto in cui sarebbe caduto nell’imboscata. É chiaro che qualcuno ha parlato in cambio di denaro”.

Quanto affermato dal ministro deve far riflettere: non solo traspare il fatto che si sappia molto più di quello che si vuole dire, anzi di quello che non si può dire, ma soprattutto si evince che la vicenda non sembra ormai più così rilevante per le autorità congolesi, che la considerano giunta ad un punto morto, rilegandola ad un “semplice tentativo di rapina”. A tutto ciò deve aggiungersi il mancato supporto delle autorità della Repubblica Democratica del Congo alle indagini portate avanti dalla magistratura italiana.

Le “lunghe” indagini ONU

Il 20 marzo 2021 le Nazioni Unite trasmettono alle autorità italiane una nota relativa alla conclusione dell’inchiesta sulla morte del diplomatico Attanasio e del carabiniere Iacovacci, precisando che tali conclusioni dovranno rimanere riservate poiché contengono dati sensibili ed informazioni personali e per garantire l’integrità delle indagini e delle verifiche in corso“. Inoltre nella nota si legge: “[L’incidente rappresenta] un duro monito dei pericoli che il personale umanitario deve affrontare nel fornire assistenza a coloro che ne hanno bisogno e il Wfp ribadisce la sua richiesta che gli autori di questo brutale attacco vengano arrestati e assicurati alla giustizia“.

(Credits: The New York Times)

Un dubbio sorge spontaneo su come l’indagine sia stata condotta, infatti, in meno di un mese l’inchiesta è giunta a conclusione nel riserbo totale. Seppur il Wfp abbia chiesto all’Undss (Department of Safety and Security dell’ONU) di condurre una verifica dei fatti immediatamente dopo l’attacco perpetrato ai danni del convoglio dell’ambasciatore italiano, le tempistiche richieste per effettuare un’indagine completa su quanto avvenuto richiedono un tempo maggiore rispetto a quello impiegato; basti pensare che alla magistratura inquirente italiana per poter eseguire esclusivamente la ricostruzione fattuale sono serviti mesi di indagini e di perizie.

Inoltre, deve fare riflettere una delle frasi contenute nelle conclusioni della nota, che tornerà utile più tardi: “Il Wfp e le Nazioni Unite sostengono le autorità congolesi e quelle italiane nelle loro indagini penali […] stanno anche conducendo una verifica interna su procedure e politiche di sicurezza applicabili”.

Due sono i punti da tenere in considerazione: il sostegno delle nazioni unite nelle indagini e le verifiche interne sulle procedure e politiche di sicurezza.

Quest’ultimo punto sembra quasi un’ammissione tacita di colpa da parte dell’ONU, ossia sembrerebbe il riconoscimento di una falla procedurale e organizzativa che avrebbe impedito di tenere al sicuro il nostro ambasciatore durante le operazioni di trasporto; soprattutto alla luce di quanto rilasciato qualche giorno fa, in un’intervista, da parte del padre di Luca, Salvatore Attanasio: “La sera prima era stata diramata un’allerta su Goma, di cui Kinshasa non sapeva nulla, ed erano stati richiamati i militari che presidiavano la zona [dell’attentato]. È un caso? La postazione militare vicino all’attentato era vuota”.

Tali punti potranno essere compresi meglio solamente se messi in relazione e letti con quanto emerge dalle indagini poste in essere dalla magistratura italiana.

Le indagini italiane in ricerca della verità

Dopo che le inchieste portate avanti dall’autorità congolese e dalle Nazioni Unite sembrano ormai terminate in modo tutt’altro che soddisfacente, non resta che attendere l’esito del procedimento aperto dalla Procura di Roma, che sembra dover affrontare un’indagine tutt’altro che semplice, infatti a causa della lontananza geografica del luogo nel quale è avvenuta la vicenda le operazioni di ricerca delle prove e ricostruzione dei fatti risultano difficoltose. Per di più, come se non bastasse, nel mese di maggio l’eruzione del vulcano Nyiragongo ha spazzato via anche la più piccola possibilità di ottenere informazioni aggiuntive su quanto accaduto nei pressi del luogo dell’agguato.

Ma la magistratura inquirente italiana, non dandosi per vinta, ha continuato la fase delle indagini preliminari, arrivando ad iscrivere nel registro degli indagati un funzionario del Wfp responsabile della sicurezza del convoglio nel quale viaggiavano i due italiani, contestandogli i reati ex artt. 40 e 589 del codice penale (rapporto di causalità e omicidio colposo) e formulando l’accusa di omessa cautela in relazione al delitto.

In relazione con quanto detto precedentemente emerge ancora una volta, in modo più cristallino che mai, come vi possa essere stata una possibile responsabilità dei funzionari delle Nazioni Unite, in relazione ad una mancata attuazione delle corrette procedure di sicurezza ONU.

A sostegno di una tale tesi vi è anche un video inviato da Luca alla famiglia la mattina dell’agguato. Nel filmato, si vede l’ambasciatore riprendere il traffico di Goma, mostrando ai familiari il caos presente per le strade della città; ma da questo video, secondo il padre dell’ambasciatore, si noterebbe come la disposizione del personale all’interno del veicolo sarebbe “tutta da chiarire” perché non conforme con quanto previsto dai protocolli di sicurezza. Anche la moglie di Attanasio, Zakia Seddiki, sostiene la tesi per la quale le misure di sicurezza adottate il 22 febbraio non siano state conformi a quanto previsto:

“Sì. Il protocollo della sicurezza in quel momento non è stato rispettato. Dobbiamo lasciare che le persone che si stanno occupando di questo trovino la risposta. E stato strano e per quello aspettiamo delle risposte”.

A sinistra Salvatore Attanasio, padre di Luca, mentre a destra una foto dell’ambasciatore italiano durante una sua “missione” (Credits: Huffington Post)

Il “muro di gomma” dell’ONU

La procura di Roma nella conduzione delle indagine ha trovato purtroppo un “muro di gomma” sia da parte congolese che da parte dell’ONU, che da vero baluardo garantista dei diritti (in questo caso dei propri dipendenti) ha opposto l’immunità diplomatica alla richiesta della magistratura italiana di interrogare le persone del suo staff coinvolte nella vicenda. Quanto sta accadendo è l’opposto di quanto affermato nella nota conclusiva inviata a marzo al nostro Paese, dove le Nazioni Unite si dicevano disposte a sostenere “le autorità […] italiane nelle loro indagini penali”.

Insomma quello che sta avvenendo è tutto e il contrario di tutto, più che arrivare risposte sorgono sempre più dubbi sul perché un’organizzazione internazionale che si prefigge come scopo primario la tutela dei diritti degli esseri umani, attraverso la pace e la sicurezza internazionale, cerchi di “insabbiare” la vicenda, opponendo qualsiasi mezzo alle indagini condotte in modo più che legittimo da uno Paese che cerca verità per un suo rappresentante di stato.  

Come affermato anche dal padre di Luca, del resto la magistratura da sola non può nulla contro un colosso mondiale come le Nazioni Unite, dato che tutti gli sforzi sarebbero vani in partenza. E’ dunque necessario un intervento governativo coadiuvato da un’entità sovranazionale come l’Unione Europea.

“Devono intervenire i nostri servizi e la nostra diplomazia per permettere agli inquirenti di lavorare. Invece li mandano laggiù e li abbandonano. Non possono bussare alle porte dell’Onu senza sostegno. Se intervenisse l’Europa vedremmo uno spiraglio. Ma non fa nulla. L’uccisione di Luca è un precedente gravissimo. Vuol dire impunità per chiunque voglia uccidere un rappresentante di Stato”.

Doverosa speranza

Per il momento, in attesa di nuovi sviluppi e nel silenzio più totale della comunità internazionale, la verità è ben lontana dall’essere portata a galla, anzi il tutto sembra essere indirizzato verso il ripostiglio del “dimenticatoio” da parte delle Organizzazioni internazionali.

Fortunatamente uno spiraglio di luce proviene dalla magistratura inquirente italiana, la quale non si dà per vinta, continuando a ricercare nuovi tasselli di un puzzle che di giorno in giorno si fa sempre più complicato. La strada giusta è stata intrapresa ed ora è necessario “raddoppiare gli sforzi perché la verità possa arrivare più velocemente”, in modo da non far morire Luca una seconda volta.

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