L’omicidio di Jan Kuciak

L’ultimo articolo di Jan Kuciak è rimasto incompleto. Incompleto perché Jan, ragazzo di appena 27 anni all’epoca dei fatti, è stato ucciso insieme alla donna che da lì a pochi mesi sarebbe diventata sua moglie, il 21 febbraio 2018.

Almeno secondo la prima direzione che avevano assunto le indagini, le ricerche dietro all’articolo sembravano poter essere la causa principale dell’omicidio del suo autore. Però, in seguito alla svolta subita nel corso delle investigazioni, l’articolo ha assunto, colpevolmente, almeno per i procuratori che dirigevano le stesse, un ruolo sempre più marginale.

Sia o meno la base del movente che ha portato al suo omicidio, conoscere e comprendere il contenuto dell’ultima inchiesta di Jan Kuciak ci può aiutare innanzitutto a capire chi era questo giovane e coraggioso giornalista d’inchiesta e in secondo luogo a comprendere, se non le cause, almeno l’entroterra politico in cui si è andato a realizzare questo omicidio.

(Foto da Repubblica)

L’inchiesta

Nel suo ultimo articolo Jan indagava su un presunto legame tra lo stato slovacco e la ‘Ndrangheta, l’inchiesta (che si può trovare tradotta in italiano sul sito de “La Repubblica”) vedeva al centro la figura di Antonino Vadalà, presunto affiliato alla ‘Ndrina Libri di Reggio Calabria e fuggito dall’Italia in direzione Slovacchia nel 2003, per evitare un processo che lo vedeva imputato per aver contribuito a nascondere il mafioso Domenico Ventura, condannato per il brutale omicidio di un membro di una banda rivale, e lo aveva aiutato a fuggire.

In Slovacchia Vadalà era diventato un “imprenditore energico”, secondo le parole di Pavol Ruska, ex ministro dell’economia, altro personaggio non propriamente limpido che attualmente sta scontando ai domiciliari la sua pena per essere il mandante di un omicidio. I settori di cui Vadalà si occupava erano dapprima l’agricoltura, per poi estendere i propri interessi a energie rinnovabili e settore edilizio (tutti settori d’investimento tipici della ‘Ndrangheta in Est Europa).

Kuciak metteva in evidenza nella sua inchiesta i rapporti che intercorrevano tra il primo ministro Robert Fico e Vadalà stesso, che tramite una serie di amicizie e di interessi comuni con alcuni membri dell’élite politica slovacca aveva fatto in modo di mettere in posizioni di vertice delle istituzioni persone che intrattenevano con lui non solo rapporti di business ma anche ben più stretti, come ad esempio la modella finalista di Miss Universo nel 2007 Maria Troskova, presunta amante di Vadalà, che nel giro di pochi anni è passata da essere socia in affari di Vadalà nel 2011 a diventare nel 2015 segretaria dello stesso primo ministro Fico; oppure anche Viliam Jasan, nominato da Fico Direttore dell’Ufficio e Segretario del Consiglio di Sicurezza dello Stato dal 2016 e socio in affari di Vadalà , il quale rilevò da Jasan nel 2015 la società di sicurezza privata Prodest, sull’orlo della bancarotta. Come riportato l’articolo di Kuciak:

Questo significa che due persone vicine a Vadalà, accusato in Italia per associazione mafiosa, hanno contatti quotidiani con il primo ministro Fico, che li ha scelti personalmente”.

Antonino Vadalà (da TASR)

L’articolo prosegue mettendo in luce i processi subiti da Vadalà in suolo slovacco per estorsione e frode fiscale, per poi trattare delle altre famiglie di imprenditori calabresi con presunti contatti con la ‘Ndrangheta presenti in Slovacchia, come i Roda ad esempio. Iniziando poi a trattare il tema del riciclo di denaro sporco, tipico della ’Ndrangheta, dei proventi della cocaina. Questa parte risulta chiaramente incompleta e l’articolo manca di una conclusione per via della morte del suo autore.

Nonostante la sua incompletezza l’articolo è chiaramente esplicativo dei meccanismi con cui la ’Ndrangheta si è insinuata nell’Est Europa a partire dalla caduta del Muro di Berlino. L’algoritmo è sempre lo stesso: la ‘Ndrangheta porta il capitale, l’imprenditore locale (la mitologica figura del prestanome) agevolato dal politico corrotto favorisce gli investimenti, e i proventi di questi investimenti, così ripuliti, tornano in gran parte nelle mani della criminalità organizzata.

L’omicidio

Cinque giorni dopo l’omicidio, il 26 febbraio, dopo una serie di segnalazioni dei famigliari dei due ragazzi, preoccupati, perché ormai da gironi non ricevevano più risposta alle telefonate, la polizia scoprì i cadaveri di Jan e di Martina nella loro abitazione. Si trattava a tutti gli effetti di un’esecuzione. Un colpo al cuore e uno alla testa per entrambi.

La maggior parte di voi non sarà stupita: avendo un’idea comune e talvolta superficiale della criminalità organizzata per certa gente, tutta la mafia si equivale, ciò porta ad una grande superficialità sulla questione, e non porta a discernere tra i differenti modus operandi adottati dalle diverse organizzazioni. Invece i più esperti di voi storceranno il naso: non è tipico della ‘Ndrangheta sporcarsi le mani in questo modo. Finire al centro dei riflettori e il modo peggiore per proseguire l’opera di riciclaggio, una volta che le forze dell’ordine iniziano a indagare, infatti, il rischio che tutte le prassi illegali celate dietro il sistema all’apparenza limpido del riciclo di denaro vengano fuori è troppo alto.
E questo la ‘Ndrangheta lo sa bene.

Le proteste

L’omicidio portò grande stupore e incredulità nell’opinione pubblica polacca, si trattava infatti del primo giornalista ucciso dalla nascita della repubblica del 1992. Tutto ciò innesco una serie di proteste di massa, che raggiunsero il loro apice a Bratislava il 9 marzo con un’affluenza di 65 mila persone. Mai così tante si erano presentate in piazza in Slovacchia dalla Rivoluzione di Velluto del 1989, che portarono nel giro di pochi giorni alla caduta del Governo Fico, il 14 marzo. Se così possiamo definirla, considerando che gran parte dei ministri del governo Fico mantennero l’incarico e Fico stabilì lui stesso il suo successore.

(Foto da: La Repubblica)

Nel frattempo erano iniziate le indagini. A tal proposito un evento su tutti è esplicativo dell’atmosfera che si respirava in quei giorni: durante una conferenza stampa, descritta dai critici come “surreale”e “bizzarra”, venne mostrato un mucchio di banconote che ammontava a un milione di euro, che il governo promise di offrire a chiunque si sarebbe fatto avanti portando informazioni utili a fare luce sull’accaduto.

I processi

Le indagini portarono all’arresto, il giorno 10 marzo, di Vadalà e di tre suoi cugini, rilasciati appena quarant’otto ore dopo per mancanza di prove, che furono però immediatamente estradati in Italia dove Vadalà Antonino era accusato di narcotraffico internazionale dalla Procura di Venezia. La fretta delle istituzioni di trovare i colpevoli per sedare la “sete di giustizia” delle opinione pubbliche e per voltare pagina al più presto aveva portato ad un nulla di fatto.

La successiva svolta che subirono le indagini ha portato, nel 2019, ad incriminare, almeno inizialmente, l’oligarca Marian Kocner, come mandante. Kocner era sospettato e accusato con prove da Ján di malversazione di fondi dell’Unione europea, frode ed evasione fiscale, oscuri contatti con cosiddetti uomini d’affari italiani presumibilmente legati alla Ndrangheta, e questo rappresenta il movente secondo la procura.

Kocner, rappresenta anche un punto di continuità fra l’omicidio Kuciak e quello di un’altra giornalista, Daphne Caruana Galizia, blogger maltese impegnata in diverse inchieste attive contro la corruzione, uccisa in un attentato dinamitardo. Kocner stesso è sospettato di avere dei legami con i criminali che la fecero uccidere. Ma questa è un’altra storia…

(Foto da: Globalist)

Tornando alle indagini, furono accusati di essere gli esecutori materiali dell’omicidio il reo confesso Thomas Szabò e Miroslav Marcek, entrambi condannati a 25 anni all’interno del processo che il 3 settembre 2020 scagionò, in una sentenza, definita scandalosa, lo stesso Kocner. Gli intermediari, Alina Zsuszova, l’interprete di italiano dello stesso Kocner, e Zoltan Andrusko, imprenditore del posto, sono ancora in attesa del processo definitivo.

Peter Bàrdy, il direttore di Aktuality.sk, il giornale online per cui lavorava Jan Kuciak, ha affermato:

Andrebbe considerata la pista che l’omicidio sia stato organizzato da un cartello che unisca più interessi: criminali, politici e imprenditoriali”.

Questa allusione è volta ad accusare un patto di sistema tra imprenditori, politici e criminalità organizzata che gli inquirenti slovacchi hanno abbandonato… forse troppo presto.

Cosa può insegnarci allora l’omicidio di Jan Kuciak?

In primo luogo, ci mostra l’enorme occasione persa dalle autorità slovacche di smantellare, almeno in parte quella zona grigia, fra politica e criminalità organizzata, retaggio dei primi anni ’90 e del post comunismo. La seconda lezione dovrebbe lasciarci tutti con l’amaro in bocca, come ha detto Roberto Saviano in merito a questo caso:

 “L’unico giornalista che riceve sostegno è solo il giornalista morto.”

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