“Come ogni altra autorità politica, anche quella democratica costituisce, per sua essenza, una decisione potenzialmente universale sul territorio. Esercita l’autorità politica colui che decide in ultima istanza degli atti rilevanti per l’unità dell’azione collettiva su un determinato territorio, o partecipa a questa unità della decisione sul territorio con un ruolo determinante” con queste parole Herman Heller, uno fra i giuristi più importanti del XX secolo, iniziava il suo libro “Stato di diritto o Dittatura?” . Solo attraverso tale pensiero può iniziare l’analisi su cosa abbia portato al potere i Talebani in Afghanistan.

(Credits: RomaToday)

Il ritiro occidentale: la fine di un dominio…

Se tornassimo indietro nel tempo, di poco più di un anno, molte cose andrebbero cambiate, ma per cambiare le sorti dell’Afghanistan non basterebbe viaggiare a ritroso nel tempo semplicemente di 365 giorni, bensì servirebbe tornare all’inizio del 2002, momento chiave nel quale l’occidente ha imposto ad un Paese fragile e non strutturato, una democrazia ingannevole.

Per riprendere le parole di Heller relativamente all’autorità politica, analizzando cosa sia accaduto dal 2002 fino a oggi, si può comprendere come gli Stati Uniti abbiano esercitato “l’autorità politica” per tutti questi anni sul territorio afghano, facendolo diventare una sorta di protettorato di ottocentesca memoria.

Fin dall’inizio, infatti, le vicende politiche del Paese sono state decise in ultima istanza dagli USA, partendo dalla figura del primo presidente eletto (già presidente ad interim) Hamid Karzai, voluta e sostenuta fortemente dall’amministrazione Bush, in modo tale da poter esercitare una decisione potenzialmente universale sul territorio afghano, ancora fragile e soggetto a rivendicazioni talebane.

George W. Bush con Hamid Karzai a Kabul, nel 2006 (Credits: Corriere della Sera)

Una vicenda non del tutto irrilevante, che dimostra quanto il dominio statunitense nelle politiche afghane sia stato determinante per le sorti di tutto il territorio, risale verso la fine del secondo mandato di Karzai; il premier uscente infatti si oppose alle pretese USA relative alla firma sull’accordo che permetteva alle truppe occupanti di rimanere sul territorio anche dopo il ritiro previsto inizialmente nel 2014; accordo che venne firmato qualche mese più tardi dal suo successore Ashraf Ghani, ulteriore dimostrazione di come le sorti del Paese dovevano necessariamente rimanere nelle mani di una potenza occidentale.

Tutto ciò è durato sino al fatidico 29 febbraio del 2020, quando ormai chiaro che per la politica USA la “guerra più lunga” si stava trasformando in un costo esorbitante, sia economico che in termini di vite umane; da quel momento lo Stato che tendeva la mano al governo centrale afghano, decise di ritirarla, stringendo uno storico accordo di pace con i Talebani. L’accordo prevedeva che le truppe statunitensi, inizialmente, si sarebbero dovute ritirare entro il primo maggio del 2021, termine mai rispettato e rinviato, dall’amministrazione Biden, alla data dell’11 settembre 2021; da notare come tale nuovo termine sia stato disposto e deciso unilateralmente dagli Stati Uniti, senza mai aver pattuito un nuovo accordo con la controparte talebana.

Le cause principali del ritardo sono state esposte dal Generale USA di stanza a Kabul, Austin Miller, nell’aprile del 2021, dove si diceva preoccupato di un possibile ritiro disorganizzato e frettoloso, in quanto il controllo del governo centrale afghano su determinate zone strategiche del territorio era ancora troppo debole ed avrebbe potuto portare il paese nel caos, facendolo ripiombare così in mano ai Talebani, parole che a posteriori suonano tristemente profetiche. Era chiaro fin da subito che a causa dell’assenza di una stabile organizzazione ed autonomia sia a livello di governo centrale sia su base locale, da lì a poco un paese impreparato a situazioni di crisi senza il supporto di stati terzi, sarebbe stato lasciato in balia degli eventi, cadendo così, nuovamente in mano agli integralisti islamici.

Tornando al nostro caro Heller, “in ultima istanza [de]gli atti rilevanti per l’unità dell’azione collettiva su un determinato territorio” sono stati decisi proprio dagli USA, attraverso la stipulazione dell’accordo di pace con i Talebani, estromettendo dal trattato il governo afghano, il quale si sarebbe dovuto occupare autonomamente di siglare una tregua con i rivali; così facendo gli Stati Uniti hanno cercato di restituire improvvisante all’Afghanistan quell’autonomia che nella realtà dei fatti è sempre mancata, fin dal lontano 2002. Purtroppo tutti sappiamo come siano andati i fatti: l’accordo di pace tra i Talebani e il governo afghano non vi è mai stato, ed il 15 agosto 2021 Kabul, nonché tutta la Repubblica Islamica dell’Afghanistan, è caduta sotto il dominio talebano, con annessa fuga del primo ministro Ghani e la resa dell’esercito nazionale, ormai privo dell’appoggio occidentale.

Un soldato talebano in piedi davanti a un cartello che recita “Abbiamo sconfitto l’America” presso l’ex ambasciata U.S.A. di Kabul (Credits: Foreign Policy)

Gli eventi che si sono succeduti da lì a poco sono ormai entrati nella storia, non possono essere cancellati e devono essere presi quali sono. Quello che deve essere analizzato più approfonditamente, invece, credo sia il fatto che per la prima volta è possibile svolgere, seppur parzialmente, una comparazione tra quanto accaduto in Europa con le dittature novecentesche e quanto stia accadendo ora sul territorio Afghano.

…l’inizio di una dittatura

Censura della stampa, manganelli, razionamento dei beni primari, isolamento sul piano internazionale, esaltazione degli ideali nazionali, soffocamento dell’emancipazione femminile, squadristi che si muovono casa per casa cercando i dissidenti politici ed esecuzioni esemplari effettuate in pubblica piazza, siamo in Italia nel ventennio fascista, no! Siamo in Afghanistan ed è il primo settembre, i talebani hanno conquistato il pieno dominio di tutto il territorio. 

Combattenti talebani attorno alla scrivania di legno del presidente Ghani nel palazzo presidenziale di Kabul (Credits: Fanpage)

Va bene molti potranno dire “certo, ma come si fa a paragonare il fascismo ai talebani? sono due culture completamente diverse”. Certamente, sia le epoche che gli usi e i costumi sono diversi, ma l’odio rimane l’unico sentimento che accomuna questi due eventi, ed è l’unico sentimento che non varia mai nei secoli, l’odio è sempre esistito e sempre esisterà, certo, sicuramente in forme diverse e verrà applicato in modi diversi, ma i fini per giustificare i mezzi per raggiungere il potere non cambiano. Che sia chiaro fin da subito, come metro di paragone prenderò il fascismo perché avvenuto tra le nostre mura casalinghe, ma tutto ciò si potrebbe applicare a qualsiasi tipologia di dittatura e totalitarismo (da quella nazista a quella comunista).

L’azione da cui parte una dittatura è sempre la stessa, cercare di eliminare i dissidenti politici, imponendo un proprio ideale con qualsiasi mezzo, soprattutto attraverso i mezzi di telecomunicazione e con l’imposizione della censura; ciò sta accadendo anche con i Talebani, la loro prima mossa è stata quella di conquistare i mezzi di informazione eliminando gli oppositori e limitando l’informazione dissidente al regime; da questo punto di vista hanno operato un’abile strategia, cercando fin da subito, a differenza che in passato, di effettuare conferenze stampa in modo tale da farsi notare cambiati agli occhi di tutti e pronti a sostenere la causa di qualsiasi persona in difficoltà. Tutto ciò ricorda molto la strategia di “ducesca” memoria: la forza dei comizi popolari nelle piazze, l’eliminazione di tutti i giornalisti e gli studiosi che avrebbero potuto causare problemi e non da ultimo le forti e arroganti prese di posizioni in ambito internazionale.

Un soldato delle forze speciali talebane trattiene un giornalista che stava documentando una manifestazione in favore dei diritti delle donne, fuori da una scuola di Kabul (Credits: Daily Sabah)

Il tutto non finisce qui, infatti una cosa che accomuna tutti i regimi dittatoriali, è il razionamento dei beni primari; le cause sono semplici, creando ostilità sul piano internazionale i rapporti con gli altri attori internazionali vengono meno, causando un isolamento nel panorama globale, che porta un decremento delle risorse importate. Laddove lo stato non sia autosufficiente, vi sarà una mancanza di materie prime, con conseguente razionamento delle risorse necessarie per il proprio sostentamento. In Afghanistan ora sta succedendo proprio questo, le risorse di prima necessità stanno iniziando a scarseggiare, i blackout sono in aumento creando disservizi e sempre più persone si rivolgono alle associazioni umanitarie, malviste dal regime talebano, che cerca di impedire a tali enti di effettuare il proprio operato sul territorio, peggiorando così le precarie condizioni di vita della popolazione, il tutto per di impedire di mostrarsi deboli agli occhi della comunità internazionale.  

Per ultimo questa analisi deve andare a toccare un problema non irrilevante, ma che viene relegato ad un semplice “sono estremisti islamici e vedono la donna come un semplice oggetto”; se vogliamo analizzare la questione a 360 gradi, in ogni dittatura vi è sempre stato un soffocamento dell’emancipazione femminile, il motivo è semplice da ricercare, qualsiasi personalità pubblica di un regime reputa la donna come “un essere di intelligenza inferiore [..]” parole pronunciate da F. Loffredo nel 1938 e riprese di recente, in altri termini, dai vertici di governo Talebani. Quanto sta accadendo alle donne Afghane è tristemente accaduto anche in Italia durante il ventennio fascista e in qualsiasi regime dittatoriale europeo e non solo; le similitudini sono molte e non di poco conto, a partire dalla soppressione del diritto di voto femminile, la relegazione al ruolo di madri e moglie, la riduzione dei salari delle donne, l’esclusione totale o parziale delle donne dai concorsi pubblici, per finire, ciliegina sulla torta, l’emanazione del Regio Decreto 2480/1926 dove le donne vennero escluse da determinate cattedre oltre a essere estromesse dall’insegnamento di alcune materie nelle scuole superiori e medie, inoltre non potevano essere nominate presidi o dirigenti scolastiche.

Tutto ciò non è molto dissimile da quanto stanno operando i Talebani oggi. Infatti, in un regime, controllare poche persone risulta più facile che controllarne molte, per restringere la platea di soggetti da soggiogare è necessario eliminare coloro che potenzialmente fanno più paura o che secondo gli ideali di regime sono inutili al bene della collettività. Nella visione dittatoriale, pertanto, i diritti delle donne vengono limitati se non persino cancellati, al fine di evitare che si istruiscano “creando problemi”; a differenza dei dissidenti politici, però, i regimi non possono eseguire epurazioni di massa nei loro confronti, in quanto necessarie alla procreazione e al mantenimento della prole, proprio per tale motivo, nelle dittature, si opera una politica di annichilimento e non di sterminio, nei confronti delle donne, cancellandole dalla società e dalla vita quotidiana, impedendo così che possano dar voce ai propri diritti.

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Gruppo di attiviste della società civile Afghana che protestano in favore dei propri diritti (Credits: La Repubblica)

Tutto ciò, però, in Afghanistan sta subendo un mutamento, creando non poche preoccupazioni tra le file talebane. Le donne Afghane, seppur limitatamente, hanno raggiunto un livello di emancipazione, durante il dominio Statunitense, difficile da assoggettare e che non intendono mollare con tanta facilità, essendo pronte a tutto pur di lottare per i propri diritti, una resistenza quasi silenziosa che spesso si esprime con proteste nelle piazze e per le vie di Kabul e a protestare non vi sono solo donne ma anche cittadini che vogliono vedersi garantiti i diritti fondamentali. Questo non deve essere messo a tacere, anzi la comunità internazionale e le organizzazioni internazionali non devono lasciar passare impunite le repressioni compiute da parte del regime talebano nei confronti delle donne e dei dissidenti politici, è necessario mantenere un’elevata pressione mediatica e politica davanti a tali eventi, senza indietreggiare di un passo.

Sfortunatamente quello che sta accadendo è il contrario di quanto ci si auspicasse, la comunità occidentale una volta completato il ritiro è tornata a guardare esclusivamente in casa propria, lasciando giorno dopo giorno affievolirsi quel clamore mediatico scatenato nei primi mesi estivi, fino a giungere inesorabilmente ad un disinteresse collettivo. Il lavoro dei Talebani, di isolare il paese da pressioni esterne, è riuscito, ed anche bene, serve solo capire come e quando tutta la comunità internazionale si renderà conto di aver prima sfruttato e poi abbandonato una nazione, per lasciarla nelle mani di dittatori.

This is the end…no, è solo l’inizio

Fa riflette come in tutti i secoli le dittature siano nate quando in uno stato debole, senza un assetto governativo stabile e nel quale la direzione e il coordinamento delle politiche interne ed estere dipenda da un soggetto esterno, nel momento in cui il paese terzo assoggettante decida di rinunciare al suo ruolo di attore, laddove si venga a delineare una possibilità di in una potenziale crisi, prenda il sopravvento il più forte; del resto nella storia dell’uomo è sempre stato così e Hobbes l’aveva affermato qualche secolo prima che tutto ciò accadesse: “homo homini lupus”.

Gli eventi in Afghanistan sono soltanto corsi e ricorsi storici di quanto già successo in Europa nella prima metà del novecento, il popolo Afghano sembra stia iniziando a vivere quello che a noi, o meglio ai nostri avi, è toccato affrontare nel ventennio fascista, l’unica differenza rispetto a quel tempo sembra che oggi i Talebani abbiano ottenuto l’autorizzazione dagli occidentali a fondare un proprio “Stato di Diritto”, come se fosse una concessione di natura divina; magari tra vent’anni sentiremo anche sui Talebani gente che dirà: “l’unico sbaglio che hanno fatto è stato non concedere i diritti alle donne, però hanno fatto anche cose giuste…no?!?”.

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