A sud dell’India, incastonato nel Golfo di Mannar nell’Oceano Indiano, si trova il piccolo stato dello Sri Lanka, noto per i suoi siti buddisti e per le piantagioni di tè.

Un paese in cui negli ultimi giorni hanno avuto luogo violente proteste innescate dalla grave crisi economica in corso.

Proteste che hanno portato alla morte di otto manifestanti, alle dimissioni del premier Mahinda Rajapaksa, dimostratosi incapace di gestirle e di sedarle, e alla dichiarazione di bancarotta.

Crediti: www.centralfifetimes.com

Una situazione instabile da tempo

La rabbia del popolo cingalese probabilmente covava da tempo ed è cresciuta giorno dopo giorno a causa di fattori sia interni che esterni al paese.

Uno degli inneschi è stato certamente lo scoppio della pandemia, che ha colpito il settore terziario (il 58% del PIL) e in particolare il turismo.

Più recentemente la guerra in Ucraina ha invece provocato un’impennata dei prezzi dell’energia (la corrente viene interrotta per diverse ore al giorno) e dei cereali, con i prezzi dei generi alimentari che sono aumentati del 30% nel solo mese di marzo.

Momenti di crisi che la dinastia dei Rajapaksa, al governo quasi ininterrottamente da oltre vent’anni, non è riuscita a contrastare, contribuendo anzi, con una politica nepotista, ultranazionalista e corrotta, ad aggravare la già difficile situazione dello Sri Lanka.

Veicoli incendiati all’esterno della residenza ufficiale di Mahinda Rajapaksa (Crediti: Getty Images)

Le proteste hanno raggiunto il proprio acme tra la fine di aprile e l’inizio di maggio e hanno avuto come prima conseguenza le dimissioni del primo ministro.

A Rajapaksa è subentrato Ranil Wickremesinghe, che nei primi giorni del proprio mandato non ha certamente portato notizie utili a rasserenare la nazione. Wickremesinghe ha infatti ammesso che mancano i fondi (1,4 milioni di euro) per pagare gli stipendi di maggio dei dipendenti dell’amministrazione pubblica.

Il governo ha inoltre annunciato che il paese ha esaurito le scorte di benzina e che mancano i soldi per permettere lo scarico di tre petroliere in attesa nel porto della capitale Colombo.

I rapporti con Cina e India

In passato lo Sri Lanka ha fatto ampio ricorso ai prestiti di Cina e India per evitare quella dichiarazione di default divenuta crudele realtà nella mattinata odierna.

Lo stato cingalese è infatti stato incapace di rimborsare gli otto miliardi di dollari di interessi sul debito che maturano quest’anno e si è già trovato costretto a cedere il controllo di un porto in acque profonde a un’azienda statale cinese per 99 anni, con danni collaterali anche per l’India.

Pechino si sta dimostrando sempre più capace di approfittare delle debolezze degli stati della regione indo-pacifica, stringendo accordi solo sulla carta convenienti per entrambe le parti, come accaduto con le Isole Salomone.

L’India invece, almeno per il momento, sembra essere disposta a continuare a sostenere lo Sri Lanka e proprio da qui, grazie all’apertura di una linea di credito, dovrebbero arrivare benzina e diesel.

Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi e il Presidente della Repubblica cingalese Gotabaya Rajapaksa (Crediti: www.asianews.it)

Un futuro cupo

La complicata situazione della lacrima dell’India sembra non essere destinata a risolversi in tempi brevi; lo confermano anche le parole di Wickremesinghe che ha dichiarato come “I prossimi mesi saranno i più difficili delle nostre vite, non voglio nascondere la verità e mentire alla popolazione“, chiedendo di “sopportare con pazienza” questo difficile periodo.

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