Progetti italiani

A settembre il Ministero della Difesa, guidato da Lorenza Guerini, ha deciso di procedere all’armamento dei droni Reaper, tramite il Documento Programmatico Pluriennale 2021. La notizia è stata riportata inizialmente dalla rivista settoriale Rivista Italiana Difesa (RID), una delle poche che avrebbe potuto comprendere il significato di concetti come “flessibile capacità di difesa”, per poi ricevere eco sulle principali testate italiane.

Il processo di armamento, riporta RID, si è velocizzato nell’ultimo anno, a seguito degli sviluppi che sono avvenuti nelle dinamiche di guerra; un evento cruciale per il riconoscimento di questi sviluppi è stata senz’altro la guerra in Nagorno-Karabakh, che ha dimostrato l’efficacia dei droni armati in conflitti convenzionali.

Ma concretamente cosa significa questa decisione per l’Italia? Se vogliamo fermarci ad un livello di comprensione iniziale, potremmo analizzare le giustificazioni pubbliche di tale scelta. Come diceva il testo del DPP lo scopo è quello di fornire “flessibile capacità di difesa”, una motivazione in linea con la più che comprensibile volontà di proteggere le proprie forze a terra attraverso quello che viene definito supporto aereo ravvicinato. E fin qui nulla di strano.

Volendo andare un po’ più in là’ potremmo farci i conti in tasca, e in tal caso vedremmo 168 milioni di euro che se ne andranno dalle casse dello stato per andare oltreoceano verso chi ci fornirà software e armamenti, questi ultimi prodotti dai soliti noti, Lockheed Martin, Northrop Grumman, Raytheon, e altri.

Il ministro italiano della difesa Lorenzo Guerini (PD) – credits: Formiche.net

Calcoli politici

Ma se vogliamo veramente capire cosa significa per uno stato combattere la guerra del futuro, allora scopriremo che l’utilizzo di droni armati è un fallimento sia etico (e quindi spesso giuridico) che militare (e quindi sempre politico).

Già, perché secondo la professoressa della London School of Economics Mary Kaldor (e non solo lei), le campagne aree di bombardamento non raggiungono mai il loro obiettivo di eradicare una data minaccia, ma accrescono anzi le possibilità per il nemico di reclutare nuovi membri, spesso tra i familiari delle vittime civili causate dagli stessi bombardamenti. Il principale effetto che l’utilizzo dei droni ha è quello di rassicurare l’opinione pubblica domestica che la classe politica “sta facendo qualcosa”. I droni diventano quindi gli strumenti perfetti delle “guerre infinite”, pochi soldati sul terreno a rischiare la vita e a rischiare di perdere il favore degli elettori, e una pioggia d’acciaio che si abbatte indiscriminatamente su combattenti e civili.

Le immagini dell’ultimo bombardamento a Kabul che ha causato 10 vittime civili – crediti: Marcus Yam/Getty Images – Business Insider

Dal diritto all’etica, passando per l’umanità

E qui arriviamo al nocciolo della questione. E’ infatti sulla non discriminazione di civili e combattenti che si gioca la partita in tribunale dei droni come i Reaper (si fa per dire, chi fa uso di droni è solitamente troppo potente per dover rispondere di fronte a una corte). L’utilizzo dei droni infatti dovrebbe essere regolato dal diritto umanitario internazionale (una volta chiamato diritto di guerra). Ci sono molte norme di questo corpo del diritto che vengono costantemente violate dalle nazioni che usano questi dispositivi, quelle che vengono violate più spesso sono sicuramente quelle sulla trasparenza e l’accertamento delle responsabilità in merito agli attacchi.

Ma quella più importante è appunto quella riguardante la discriminazione dei bersagli, chi conduce un bombardamento non dovrebbe mai colpire un bersaglio di cui non riconosce la natura. Eppure questo non succede, esistono infatti i “signature strike dove un bersaglio non riconosciuto (magari a bordo di un veicolo) è stato notato condurre attività “sospette”, e cosa significa “sospetto” sarà il carnefice a deciderlo. Esistono poi anche i bombardamenti “double tap dove si colpisce un bersaglio, si aspetta che chi è intorno esca, magari per soccorrere i feriti o raccogliere i corpi delle vittime, e poi si colpisce di nuovo, chiaramente finendo spesso per uccidere civili e soccorritori.

Quelle sopra menzionate sono pratiche ben consolidate tra le forze armate che usano queste piattaforme. Si tratta di crimini, crimini che stando a quanto riportato da Airwars e rilanciato dal Guardian, dal 2001 ad oggi avrebbero fatto come minimo 22.000 morti se contiamo solo i bombardamenti USA. Nessuna guerra irregolare è stata vinta con l’uso di droni. Bisognerà vedere se ora anche l’Italia sceglierà di combattere le proprie guerre sulla pelle di civili innocenti.

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