Perché l’Italia divenne una dittatura fascista

Il ventennio che separa la fine della Grande Guerra e l’inizio della Seconda Guerra Mondiale viene considerato da molti storici un’età di crisi. I trattati di Versailles e di Saint-Germain-en-Laye non furono in grado di creare una pace duratura in Europa e contribuirono alla nascita di attriti internazionali e di dittature totalitarie che favorirono lo scoppio del secondo conflitto globale.

I Paesi che persero la guerra, in particolare dopo la crisi economica del 1929, divennero stati autoritari o totalitari, come nel caso dell’Ungheria, dell’Austria e della Germania, mentre i Paesi vincitori, nonostante le difficoltà e le tensioni del primo dopoguerra, mantennero i propri sistemi democratici.

Fra le nazioni vincitrici ve ne fu una però che soffrì di instabilità riscontrabili anche nei Paesi vinti, che portarono alla nascita di un regime semi-totalitario: l’Italia (un regime la cui presa ideologica arriva fino ad oggi). Perché il Regno dei Savoia, a differenza di Francia e Inghilterra divenne la culla del movimento e della dittatura fascista?

La propaganda interventista e la società italiana

A partire dal 1914 la guerra iniziò ad essere presentata all’opinione pubblica italiana, che era per lo più neutralista, come una guerra mistica, uno scontro fra civiltà e, soprattutto, come una quarta guerra d’indipendenza contro i nemici giurati dell’Italia, gli austriaci, con la quale si sarebbe completata l’unificazione nazionale con la conquista delle terre irredente di Trento e Trieste.

La propaganda pro-guerra ebbe presa non solo sulla popolazione, ma anche sui partiti politici: la destra conservatrice, i cattolici e i liberali accettarono la volontà del blocco parlamentare favorevole all’entrata in guerra, mentre i socialisti vennero censurati dalla stampa e cacciati dalle piazze che divennero i luoghi prediletti della destra interventista.

I dieci mesi di dibattito fra interventisti e neutralisti si conclusero con il maggio “radioso” durante il quale Gabriele D’Annunzio tenne dei famosi discorsi che rappresentarono l’ultimo atto prima dell’entrata in guerra.

Durante quei mesi il popolo italiano fu testimone della marginalità del parlamento: l’istituzione rappresentativa ebbe come unico ruolo quello di ratificare il Patto di Londra, l’accordo segreto stipulato dal governo Salandra con la Triplice Intesa. Non solo: per evitare che il parlamento si riunisse per votare contro l’entrata in guerra, si incitarono le folle ad utilizzare la violenza contro quei deputati sospettati di neutralismo.

Gli italiani, probabilmente, iniziarono sempre più a convincersi che il vero potere decisionale nel Paese non fosse esercitato dal parlamento, relegato ad una funzione del tutto secondario, bensì dalle folle arringate da un oratore che, in taluni casi, potevano ricorrere alla violenza per ottenere ciò che volevano. Le masse vennero così coinvolte sia nella politica tradizionale, con il suffragio universale maschile, sia nella “politica di guerra” con il loro coinvolgimento nelle piazze.

Gabriele D’Annunzio – crediti: Studenti.it

Il primo dopoguerra fra socialisti e combattentisti

Una volta terminato il conflitto, operai e contadini, ispirati dalla rivoluzione bolscevica del 1917, fecero ottenere al Partito Socialista Italiano la maggioranza relativa in parlamento e, tramite i sindacati, iniziarono a organizzare scioperi. Fu l’inizio del biennio rosso del 1919-1920, durante il quale molte fabbriche vennero occupate per ottenere salari più alti, giornate lavorative più corte e commissioni di fabbrica.

Oltre ai socialisti, l’altro grande schieramento politico post-bellico fu quello dei combattentisti, un gruppo eterogeneo che, in quanto composto da ex-interventisti, si opponevano agli ex-neutralisti e a coloro che si erano arricchiti grazie alla guerra.

Furono soprattutto i combattentisti ad essere delusi dal Trattato di Versailles, una delusione accentuata a causa delle grandi promesse di prosperità per il dopoguerra che erano state fatte, ma mai mantenute: l’Italia si trovava ad affrontare un aumento del debito pubblico, dell’inflazione, dei prezzi e della disoccupazione.

La delusione per la “vittoria mutilata” che appariva insufficiente per ripagare i sacrifici compiuti durante il conflitto, unita alla paura di una rivoluzione socialista durante il biennio rosso, portarono molti, fra cui anche proprietari terrieri e imprenditori, a desiderare maggior ordine nel Paese e garanzia di protezione dal pericolo rosso, anche a costo di utilizzare la violenza. È in questo contesto sociale che si inserisce la nascita del Movimento dei Fasci di Combattimento e dello squadrismo fascista.

E’ interessante sottolineare una cosa: Giolitti, tornato Presidente del Consiglio nel 1920, durante il biennio rosso aveva lasciato di proposito che gli operai occupassero le fabbriche, in quanto sapeva che le loro forze non sarebbero state sufficiente per stravolgere il Paese, negoziando successivamente con gli insorti.

Così facendo, Giolitti sperava di negoziare e risolvere la situazione nel modo più pacifico possibile.

Gli italiani non erano però al corrente che le occupazioni facessero parte di un piano del governo: le insurrezioni nelle fabbriche e le negoziazioni fra operai e governo fecero apparire quest’ultimo come debole, una convinzione che acuì la preoccupazione nei confronti del pericolo rosso e la volontà di un governo più forte che potesse mantenere l’ordine nel Paese.

L’impresa di Fiume

La goccia che fece traboccare il vaso e che portò le masse ad accusare il parlamento e la classe dirigente di tradimento nei confronti della patria fu l’occupazione di Fiume da parte di D’Annunzio e dei suoi legionari.

Delusi dall’esito della “vittoria mutilata” e dall’impossibilità di poter portare a compimento il desiderio irredentista, nel settembre 1919 gruppi armati e reparti dell’esercito seguirono D’Annunzio nella cosiddetta “impresa di Fiume”, una città che non venne concessa all’Italia, nonostante il Patto di Londra ne prevedesse l’annessione al regno sabaudo.

Il governo italiano, accusato di essere “rinunciatario” a causa della reticenza a conquistare Fiume occupata, cadde lasciando il posto ad un altro guidato da Giolitti che fece intervenire l’esercito per creare una città libera.

La decisione di agire venne interpretata da molti come un atto anti-patriottica ai danni di coloro che si erano adoperati per il bene della nazione.

L’impresa di Fiume screditò completamente la democrazia parlamentare italiana, incapace agli occhi di molti di prendere le decisioni che avrebbero permesso al Paese di ottenere quella posizione di prestigio che le era stata promessa con l’entrata in guerra.

La paura di una rivoluzione socialista, l’atmosfera da guerra civile, la debolezza intrinseca riconosciuta nella classe dirigente e nella democrazia e la sensazione di essere stati trattati ingiustamente sono tutti elementi che noi possiamo ritrovare oltre che in Italia anche, per fare un esempio, nella Repubblica Di Weimar.

A differenza della Germania, però, non fu necessaria la crisi del ’29 per creare un terreno fertile per l’ascesa della dittatura: l’essere uscita militarmente vittoriosa dalla guerra, ma allo stesso politicamente ed economicamente sconfitta, nonché socialmente instabile, fu sufficiente per permettere, a partire dall’ottobre 1922, lo sviluppo della dittatura fascista.

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