L’infinito è arrivato alla frutta?

Definire l’infinito è ossimorico, in quanto per sua natura esso è indeterminato, aspaziale e mutevole. Nonostante ciò, la ricerca dell’infinito ed il tentativo di attribuirgli dei predicati (forse per rassicurarci circa la sua conoscibilità) è un sentimento atavico nell’uomo.

L’infinito del terzo millennio

Leopardi, nonostante siano passati più di due secoli dalla sua nascita, risulta più moderno e contemporaneo di molti scrittori «new-age» tuttologi che si servono delle ultime scoperte per argomentare le loro tesi circa la condizione umana. Attribuendo dunque le cause delle loro sofferenze ed insoddisfazioni ad un motore esterno, quale l’incubatrice del mondo – la natura, i giovani giungono alla sconfortante consapevolezza di non poter tenere le redini del loro vivere.

Come D’Avenia ci suggerisce nel suo libro «L’arte di essere fragili», Leopardi può salvarci la vita. È uno spiraglio di salvezza per i coetanei del Giacomo ventenne (e non solo) scorrere tra le sue righe o perdersi nei suoi versi, riscontrando un’effettiva concordanza con i loro pensieri. Ricordarsi che le proprie pene e i propri turbamenti sono in verità condivisi da molti è un segnale rassicurante, che ci unisce come genere umano e che Leopardi stesso teorizzò ne «La Ginestra», negli ultimi anni della sua vita.
Dopo averci lanciato contro la realizzazione del “brutto vero”, il recanatese ci porge la mano aprendoci gli occhi sulla nostra incapacità di essere homo faber fortunae suae, offrendoci delle scappatoie.

Rimembranza digitale 

Prendiamo in esame il tema della rimembranza: i modi di cui disponiamo per rivivere un ricordo sono cresciuti in modo esponenziale rispetto al 1819. Basti pensare all’evoluzione del concetto di “foto” e “galleria”, già molto differenti rispetto all’epoca dei nostri genitori, dove c’era una cultura e una cura rilevante dietro allo sviluppo e alla selezione delle diapositive. Ora i nostri smartphone possono contenere decine di migliaia di scatti, offrendoci la possibilità di rivivere quei momenti all’infinito, per l’appunto. I più usati i social network quali Instagram e Facebook ci ricordano ad ogni occasione si presenti loro dove, quando e con chi eravamo quel giorno un anno prima, con tanto di video musicali e fuochi d’artificio.

È dunque anacronistica la considerazione leopardiana dell’infinito in un mondo talmente tecnologico che sembra contrastare le leggi dell’infinito stesso? L’uomo, per quanto sia vento e movimento, cambiamento e volubilità, è erede del suo predecessore, dunque per forza di cose deve aver mantenuto delle caratteristiche comuni. I millennials più che mai quindi cercano rifugio nel ricordo, si perdono nell’infinitezza della loro memoria digitale per navigare nel mare dove è dolce loro naufragare. Il rivivere esperienze passate ci illude soltanto di poterci avvicinare all’immortalità, poiché riuscendo a riguardare eventi datati – o addirittura altrui – ci sentiamo padroni del tempo e il limite temporale insito nella definizione di “nato mortale” sembra venir meno.

L’attesa, o meglio pre-view

L’uomo moderno è meticoloso e calcolatore, ma è proprio la sua ferrea razionalità ad averlo condannato alla consapevolezza della sua impossibilità di essere felice. Così, ogni qualvolta ci si presenti l’occasione di vivere un’esperienza incerta e dall’esito imprevedibile, ci rallegriamo.
La fase dell’attesa è paradossalmente quella che ci allieta maggiormente perché possiamo vagare mentalmente costruendo castelli di carta ed aspettative sempre più elevate, distaccandoci, seppur momentaneamente, dal “vero”.

Questa tendenza umana è permeante nella nostra società: basti pensare al business che ruota attorno al “pre-order”, o come l’ambito dell’intrattenimento sfrutti questa nostra fiducia sull’aspettativa bombardandoci di trailer o edulcorate pre-view, o ancora l’interruzione di una scena proprio sul più bello.

L’attesa del dì di festa e la gioia che consegue da essa è insita nelle nostre giornate, per quanto non ce ne rendiamo conto. Nel terzo millennio, dove tutto muta velocemente e dove il susseguirsi delle esperienze avviene in questione di secondi, ci troviamo costantemente a nutrirci di illusioni ed aspettative su quello che verrà subito dopo.
Così facendo rischiamo di non vivere, ma di andare con lo sguardo costantemente oltre la siepe, in attesa del domani, illudendoci su come sarà.

L’immaginazione

Mi duole leggere che secondo vari adulti, ai ragazzi di oggi non interessa l’infinito. Tale considerazione è ingiusta ed ingenerosa. La nostra generazione viene rimproverata di vivere tra le nuvole, avere speranze ambizioni irrealizzabili o di guardare ad esempi impossibile.
Io vedo giovani immaginare un mondo diverso e descriverlo sui muri delle metropoli in segno di esortazioni civili, cantarlo in canzoni – sì, anche con la tanto criticata voce modificata, esprimerlo sul web con mille stories.

E dunque sì, noi millennials naufraghiamo in un mare infinito di sogni e d’illusioni. D’altronde, dovremmo anche noi consolarci ed estraniarci dal mondo inospitale dove ci siamo ritrovati con l’islandese; chi pecca di immaginazione tra noi e voi?

1\7 Miliardesimo di infinito

Come il già citato D’Avenia dice, essere fragili è un’arte. Addirittura Platone aveva sostenuto che la più grande forza dell’uomo risiede nella sua consapevolezza di essere debole. La natura, che ci abbia invitati volontariamente o meno su questo mondo, non l’ha creato di certo su misura per noi; di conseguenza siamo vulnerabili a questa condizione, ma proprio qui l’uomo si riscatta e fa di vizio virtù.
Abbiamo ammaestrato terre laviche, ghiacciate e sismiche, affrontiamo ogni giorno il nostro risveglio in questo mondo a testa alta, a dispetto del precedente e andiamo avanti imperterriti nonostante la consapevolezza che non potremmo mai essere felici. Rifugiarsi dunque nel mondo del pensiero dell’infinito per consolarci di tale presa di coscienza non è una debolezza, bensì l’unica strada.

Per me, l’uomo è infinito. L’infinito è mortale, in quanto la capacità di pensarlo e di attribuirgli un’esistenza è unica dell’uomo; siamo noi a tenere il concetto di infinito vivo.
L’infinito assume mille sfaccettature: dal romanzo di evasione alla meditazione trascendentale fino ai viaggi psicodelici. Esso assume ogni forma possibile in cui il mezzo per mirare interminati spazi lo concede.
Sebbene l’indeterminatezza possa terrificare e far gelare il sangue perché ci trasmette un senso di mancanza di controllo e di estraniamento, allo stesso tempo è il porto sicuro dove rifugiarsi quando la monotonia e la consapevolezza del nostro stato di infelicità si fanno opprimenti.

L’infinito è il riscatto dall’essere nati mortali, è una beffa alla natura matrigna, una medaglia all’onore per coraggio.

(Foto di copertina e nel testo da Pinterest)

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Questo articolo ha un commento

  1. Francesca Bordini

    Bravissima! Grazie 😊

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