Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale le relazioni politiche ed economiche tra gli Stati europei e gli Stati Uniti d’America sono state molto strette, al netto di diversi momenti di frizione: oggi le due sponde dell’Atlantico sono tra le maggiormente integrate del mondo a livello economico, ma anche a livello politico si ritiene che ci siano importati valori comuni dovuti alla forma democratica.

America First

La presidenza Trump ha però reso più difficili le interazioni tra gli USA e l’Europa (intesa non sono come Unione Europa, ma anche come Stati che si trovano nel Vecchio Continente): la dottrina “America First” promossa da Donald Trump, infatti, “pone l’enfasi sul perseguimento degli interessi nazionali statunitensi come l’obiettivo ultimo, incurante delle norme internazionali e delle tradizioni politiche”, con le parole del think tank francese Fondation Robert Schuman.

By contrast, unlike his predecessors, Trump rejects the very foundations of the liberal international order as evidenced by his contempt for multilateral organizations, his deep mistrust in US traditional allies, and his unilateralist and transactional view of security and trade alliances.

Anna Dimitrova, The state of the Transatlantic relationship in the Trump Era, Fondation Robert Schuman, 4/2/2020.

Secondo la Fondation Robert Schuman, sono stati tre i principali ambiti di contrasto tra l’Europa e gli Stati Uniti di Trump.
Il primo è la questione Brexit: Trump ha sempre sostenuto l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea e si ritiene che tale posizione sia dovuta alla volontà di indebolire l’organizzazione sovranazionale.
Il secondo è la NATO: Trump non è stato il primo presidente statunitense a lamentarsi del fatto che gli alleati europei non si impegnano in maniera sufficiente (indicando soprattutto come le loro contribuzioni al budget dell’organizzazione non raggiungano la somma prevista dagli accordi, cioè il 2% del PIL), però certe dichiarazioni del presidente uscente hanno anche ipotizzato una totale uscita degli USA dall’alleanza. Si tratterebbe di una decisione epocale e che cambierebbe nettamente i rapporti di forza tra USA e Russia nei confronti dell’Europa, infatti la Fondation Robert Schuman riporta come il Congresso, gli advisor del presidente e i documenti ufficiali della Casa Bianca prendano invece posizioni più moderate e comunque a supporto della NATO.
Il terzo ambito è la politica commerciale, nei confronti della quale il Presidente Trump ha avuto un approccio unilaterale e aggressivo: l’obiettivo è “America First”, ritenendo necessario rivedere molti accordi commerciali internazionali poiché non vantaggiosi per gli USA. Ciò ha portato Trump a imporre dazi nei confronti di diversi Stati del mondo, soprattutto verso la Cina ma anche verso l’UE e degli Stati europei.

Dazi, trovato l'accordo fra Trump e l'Ue: "L'obiettivo è zero tariffe" -  Giornale di Sicilia
Foto da gds.it.

Build Back Better

Il president-elect Biden ha invece un approccio alle relazioni internazionali molto diverso e la gran parte degli osservatori ritiene che la sua amministrazione tornerà a cooperare con l’Unione Europea.

In Joe Biden, a lifelong transatlanticist with strong links to many of Europe’s most important leaders, including Germany’s Angela Merkel, Europe has the next best thing to one of its own in the White House.

Matthew Karnitschnig, What Biden means for Europe, Politico, 8/11/2020.

Nonostante Biden consideri quindi l’Europa come un partner chiave a livello globale, sempre Politico fa notare che, “come Obama prima di lui, metterà in chiaro che gli europei devono smettere di parlare e cominciare a fare se vogliono una partnership equa con gli USA ed evitare un ritorno del Trumpismo fra quattro anni”: infatti, non su tutti i principali temi c’è coincidenza di interessi tra USA e UE, a parte sulla questione ambientale e sulla necessità di agire per contrastare il cambiamento climatico.
Nei temi del commercio e della difesa c’è volontà di tornare a collaborare dopo gli anni di dissidi vissuti con Trump, però Politico segnala come gli USA potrebbero porre dei chiari limiti e richiedere all’Europa una partecipazione più attiva (soprattutto in ambito NATO). Euronews riporta la volontà di Biden di organizzare un summit delle democrazie, aspetto che porterebbe a pensare come voglia avere “«un approccio meno autonomo rispetto a Trump» e dare priorità «ai partner e alleati democratici che sono stati per lungo tempo al centro della politica estera statunitense»”. Nonostante ciò, si ritiene che “le guerre commerciali non finiranno” perché anche l’esponente democratico propone un approccio a tutela dell’economia interna americana (“Build Back Better”, appunto), non volendo accettare che vengano imposte politiche internazionali dannose per le industrie a stelle e strisce (come accadrebbe con le strategie di forte tassazione digitale sviluppate dall’UE).

Due temi ostici sono invece il Medio Oriente e la Cina.
Biden vorrebbe cercare di riprendere il dialogo diplomatico in Medio Oriente, soprattutto nei confronti dell’Iran (fu uno dei maggiori sostenitori dell’accordo sul nucleare, dal quale Trump decise di uscire nel 2018), ma questa opzione potrebbe risultare più difficile per via del fatto che sono diventate ancora più strette le relazioni statunitensi con Israele e Arabia Saudita.
La Cina, invece, è la questione riguardo alla quale ci potrebbe essere maggiore contrapposizione tra gli USA e l’Europa. Sebbene anche la Commissione europea abbia definito lo Stato asiatico come un “rivale sistemico”, l’articolo della rivista segnala come certi Stati europei abbiano un’opinione diversa e addirittura abbiano con la Cina importanti accordi e rapporti commerciali (tra i quali anche la Germania e l’Italia). Ciononostante, “Biden spingerà Berlino e gli altri Stati europei che esitano [foot-draggers] a prendere parte a una coalizione di democrazie a guida statunitense per bloccare la crescente influenza della Cina sulla scena internazionale”.

EU must learn to live without US leadership under Biden, say analysts -  France 24
Foto da France24.

La proposta europea

Nonostante ci siano opinioni diverse riguardo a certe questioni, anche da parte europea c’è la volontà di riprendere a collaborare in maniera più costante rispetto a quanto fatto negli ultimi quattro anni. Il Financial Times scrive infatti che la Commissione europea e l’Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Comune (ruolo ricoperto dallo spagnolo Josep Borrell) hanno preparato un piano per rivitalizzare le relazioni transatlantiche. Il quotidiano inglese spiega che il documento dovrebbe intitolarsi “A new EU-US agenda for global change” e dovrebbe venire presentato dalle istituzioni europee agli Stati membri durante un meeting che si terrà il 10 e 11 dicembre; dovrebbe poi venire ufficialmente proposto insieme agli USA ad un summit tra i due alleati, che si ipotizza avrà luogo durante la prima metà del prossimo anno.

The paper, prepared by the European Commission, says the EU-US partnership needs “maintenance and renewal” if the democratic world is to assert its interests against “authoritarian powers” and “closed economies [that] exploit the openness our own societies depend on”.
[…]
The blueprint reflects the optimism and sheer relief in Brussels about the prospect of working with the incoming US administration, but also concern that years of scratchy transatlantic relations have given the geopolitical initiative to Beijing. The document backs president-elect Joe Biden’s idea for a summit of democracies, and says that the new transatlantic agenda should be “the linchpin of a new global alliance of like-minded partners”.

Sam Fleming, Jim Brunsden e Michael Peel, EU proposes fresh alliance with US in face of China challenge, Financial Times, 29/11/2020.

L’articolo spiega che la proposta europea riguarda tutti i principali temi del dibattito politico internazionale, ma il Financial Times si concentra su quelli più ostici e che richiederanno maggiore confronto tra Stati Uniti ed Unione Europea per trovare un compromesso: regolamentazione tecnologica e Cina.
Da parte europea si propone un approccio comune alla protezione dei dati informatici e alle politiche anti-monopolistiche, però il quotidiano fa notare come gli USA potrebbero non apprezzare maggiori tassazioni e restrizioni nei confronti delle aziende big tech, le quali sono in maggior parte statunitensi. L’ambito tecnologico coinvolge anche la Cina, per le sue iniziative sullo sviluppo della tecnologia 5G e per i suoi investimenti in compagnie innovative sia europee che statunitensi. Come già fatto notare precedentemente, diversi Stati europei non sono intenzionati a considerare la Cina come un rivale allo stesso modo in cui lo considerano gli USA, ma, nonostante ciò, pare che il piano europeo consideri il gigante asiatico come una “sfida strategica”.

EU Summit's 'Historic' Budget Pleases Central, South-East Europe Leaders |  Balkan Insight
Foto da Balkan Insight.

C’mon, Europe

I leader europei hanno tifato perché Biden riuscisse a vincere le elezioni presidenziali statunitensi: ciò è successo e ora ci si può aspettare che gli USA siano maggiormente cooperativi con l’Europa; questo però non vuol dire che l’Unione Europea possa rilassarsi e ritenere che gli Stati Uniti si comporteranno come egemone senza chiederle nulla. Anzi, secondo gli analisti sarà esattamente il contrario.

But now, European leaders risk relapsing into the lazy posture of overly relying on U.S. leadership. And this leadership will probably not be forthcoming. A deeply polarized American society, a divided government, and mounting domestic problems will absorb most of the attention and energy of the incoming Biden administration. What is left will primarily be devoted to managing the rivalry with China. It’s great to have someone in the Oval Office who doesn’t consider the EU an enemy. But the old “hegemonic partnership” will not return.
In fact, a Biden administration focused on the Indo-Pacific might accelerate the decline of Europe’s weight on the global scales. If Europeans wish to continue to have a meaningful role in managing regional and global challenges, they cannot rely on anyone but themselves. It is therefore high time to stop talking about strategic autonomy and instead start implementing it.

Stefan Lehne e Judy Dempsey, Judy Asks: Are Europe’s Leaders Ready for a Biden Presidency?, Carnegie Europe, 12/11/2020.

La citazione sopra riportata racchiude molti importanti aspetti da tenere in considerazione: è vero che Biden vuole rafforzare la relazione transatlantica, ma questa non sarà la sua unica preoccupazione da presidente. In politica interna, gli USA dovranno affrontare la pandemia e la ripartenza economica (come l’Europa) in un contesto sociale polarizzato e molto teso, mentre in politica estera la minaccia più pressante è la Cina. Gli Stati Uniti avranno quindi in primis a che fare con le questioni che più direttamente riguardano i loro interessi, ma la grande differenza tra Biden e Trump è che il prossimo inquilino della Casa Bianca dovrebbe essere più conscio degli aspetti citati a inizio articolo: preferirà il confronto e il dialogo, ma aspettandosi che i partners sappiano agire autonomamente.

Gli analisti ritengono infatti che l’Europa non possa supporre di trovare negli USA una potenza intenzionata a prendersi carico di ogni questione nel contesto internazionale; anzi, gli USA si concentreranno sui temi e verso gli Stati che considerano possano avere maggiore influenza sui loro interessi globali e sull’attuale contesto internazionale. Così facendo dovranno però essere meno presenti in certi scenari, nei quali si aspetteranno maggiore attivismo da parte degli alleati regionali per mantenerne il controllo. Riferito all’Unione Europea, Rosa Balfour raccomanda che non si ricada in un “transatlanticismo pigro”.

In short, Europe needs to stop treating the U.S. as a protective Big Brother it can always count on to scare away the neighborhood bullies — and more like an equal in a partnership in which both sides carry the burden. If Biden makes good on his day-one promises, Europeans should be ready to respond with “deliverables” of their own, to borrow the ghastly bureaucratic terminology. A more self-confident Europe should offer a President Biden a grown-up partnership, but not subservience.

Paul Taylor, The old transatlantic relationship ain’t coming back, Politico, 12/8/2020.

Gli europei devono quindi capire che un’Unione Europea più forte a livello internazionale è utile agli USA, ma anche che riuscire ad essere influenti e affidabili a livello internazionale è l’unico modo per poter continuare ad essere davvero considerati come una potenza di livello globale. Tra gli altri, anche Max Bergmann ed Erik Brattberg – su War on the rocks – fanno notare come l’UE parli effettivamente di volersi migliorare relativamente alla politica estera, perseguendo la strategic autonomy: secondo il presidente del Consiglio Europeo, il belga Charles Michel, ciò intende stabilità (intesa come sicurezza fisica e gestione delle migrazioni, ma anche sicurezza ambientale, economica e sociale), diffusione degli standard europei (cioè “salvaguardare la nostra capacità di porre degli standard”) e promozione dei valori europei (considerati la forza del modello europeo). Ciononostante, anche recentemente – ad esempio, nei confronti della Bielorussia – è accaduto che l’UE non sia riuscita a esprimere una posizione unitaria oppure che l’abbia fatto solo dopo settimane a causa dei disaccordi tra gli Stati membri. Secondo i due analisti statunitensi, tale situazione di impasse potrebbe venire superata con la spinta statunitense, grazie all’ancora forte influenza diplomatica che gli Stati Uniti hanno nei confronti del continente europeo.

Si può quindi cogliere che la nuova presidenza statunitense potrà essere un’opportunità importante per l’Unione Europea per sviluppare ulteriormente la propria autonomia decisionale e d’azione in ambito di politica estera, ma ogni tentativo di modifica delle competenze europee passa per la volontà degli Stati membri: i singoli componenti devono rendersi conto di quale sia la soluzione più efficace per poter essere influenti globalmente.

In light of the historic opportunity provided by Joe Biden’s election, European leaders are certainly aware that they need to “do more” to secure the attention and commitment of the Americans.
The question is, will they be able to agree on what “doing more” actually entails?

Michel Duclos e Judy Dempsey, Judy asks: Are Europe’s Leaders Ready for a Biden Presidency?, Carnegie Europe, 12/11/2020.

Foto di copertina da CPO Magazine.

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Di Alessio Piccoli

Mi chiamo Alessio Piccoli, ho 23 anni e vengo da un piccolo paese in provincia di Pordenone. Studio Scienze Politiche all'Università Cattolica di Milano ed è proprio di politica che mi occupo, interessandomi principalmente ai contesti italiano, europeo e statunitense. Tra le mie altre passioni ci sono la musica e gli sport, il calcio soprattutto.

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