La NON accoglienza dei migranti

(immagine di copertina da L’Indice dei libri del mese)

Il tema dell’immigrazione viene spesso affrontato in maniera retorica e superficiale, concentrandosi principalmente sugli episodi di sbarchi che avvengono sulle nostre coste, ed è usato strumentalmente da questa o quella parte politica per gonfiare la propria propaganda.

Ma il fenomeno migratorio è ovviamente tremendamente complesso: coinvolge sia aspetti etici che utilitaristici/economici; presenta la necessità di concentrarsi sul lungo periodo per vederne gli effetti positivi, a fronte di eventuali effetti negativi nel presente; si concretizza in varie fasi intrecciate fra loro, dalla prima accoglienza alla gestione sul territorio, dall’integrazione degli stranieri ai possibili rimpatri

I Centri di Permanenza per il Rimpatrio

Uno degli aspetti che evidenzia l’inadeguatezza del sistema di accoglienza dei migranti nel nostro paese è proprio la gestione dei rimpatri. Tale compito è affidato ai Centri di Permanenza per il Rimpatrio (Cpr), strutture che si occupano di identificare e trattenere le persone straniere su cui ricade un provvedimento ammnistrativo di espulsione, che quindi attendono in questi centri di essere rimpatriate nei loro paesi. Ciò può avvenire per esempio a seguito della scadenza o della mancanza del permesso di soggiorno, venendo perciò compresi nella categoria migranti irregolari. In termini giuridici si parla di detenzione amministrativa, dato che si viene reclusi senza essere responsabili di nessun reato.

Questi centri vennero creati nel 1998 e il periodo massimo di permanenza al loro interno era fissato a 30 giorni. Negli anni sono state però inasprite le norme che regolano la possibilità di rimanere sul suolo italiano e il tempo di trattenimento nei Cpr è stato allungato dalla Bossi-Fini (60 giorni) e dal Decreto Sicurezza I (18 mesi), ridotto poi a massimo 90 giorni dalla ministra dell’interno Lamorgese.

Un piano del ministro Minniti del 2017 prevedeva di aprire un Cpr in ogni regione e di aumentarne le funzioni, ma attualmente, secondo il Ministero dell’Interno, i centri sono solo dieci in tutta Italia.

Il caso di Musa Balde

Le ombre su questo tipo di strutture sono molte. Nei Cpr, da giugno 2019 sono morte sei persone, l’ultima delle quali era Musa Balde, 23enne proveniente dalla Guinea (secondo alcuni siti invece era originario del Gambia) che a maggio di quest’anno si è tolto la vita nel Centro di permanenza e rimpatrio di Torino. Due settimane prima del decesso il ragazzo aveva subito un’aggressione xenofoba a Ventimiglia, era stato soccorso e curato all’ospedale per poi essere trasferito in isolamento nel Cpr di Torino, a causa del permesso di soggiorno scaduto e di un conseguente decreto di espulsione nei suoi confronti.

L’avvocato di Balde ha detto di averlo trovato molto provato psicologicamente durante il periodo di reclusione, anche per via della condizione di isolamento e a causa di mancato sostegno psicologico offerto dalla struttura. Il giovane non si capacitava di essere rinchiuso in quel luogo e provava un senso di frustrazione e di ingiustizia nel trovarsi in quella situazione, nonostante essendo lui la vittima della vicenda e parte lesa nel procedimento penale per l’aggressione subita.

Il 23enne guineano Musa Balde morto suicida nel Cpr di Torino (foto da Sanremonews)

Messa a rischio della dignità umana

Questo caso di cronaca è uno dei tanti esempi delle pessime condizioni di vita che caratterizzano questi centri. In merito si è espresso il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, tramite il Rapporto sulle visite effettuate nei centri di permanenza per i rimpatri (cpr) per gli anni 2019 – 2020.

Il garante evidenzia come le strutture di detenzione siano inadeguate per garantire delle condizioni di vita materiali dignitose (edifici fatiscenti; spazi interni ed esterni insufficienti; condizioni igieniche carenti; luce e riscaldamento). A questo si aggiunge un’assistenza sanitaria non all’altezza di standard civili, infatti ad occuparsene non è il servizio sanitario nazionale. In più gli psicologi e gli assistenti sociali sono presenti troppe poche ore per poter garantire il servizio a tutti; poco presente è anche l’assistenza legale.

Inoltre, sono assenti attività e compiti da poter svolgere, per cui i migranti trattenuti si trovano in una condizione di ozio e frustrazione che necessita di essere colmata. Non a caso il garante descrive questi luoghi come degli «involucri vuoti» e riporta che «Manifestazioni di protesta, ribellioni e danneggiamenti alle strutture si sono succeduti senza sosta; inoltre, mai come in passato, si è verificato un numero così elevato di eventi tragici».

Fatto ancora più grave è la mancanza di comunicazione dei Cpr con l’esterno: è impedito l’accesso a ONG e giornalisti e ai detenuti non è permesso possedere un cellulare e sono quindi impossibilitati a contattare i famigliari e gli avvocati.

Tutto ciò è esacerbato dall’eccessiva discrezionalità posseduta dalla polizia e dagli amministratori dei centri nel decidere come gestire tali strutture.

In generale ciò che preoccupa è il fatto che i centri di permanenza per il rimpatrio presentano spesso condizioni di vita peggiori di un normale carcere, nonostante le persone al loro interno siano solo stranieri sprovvisti di regolari documenti e non abbiano nessuna pena da scontare scaturita da nessun reato.

Il centro di permanenza per i rimpatri a Torino (foto da La Stampa)

L’inefficienza del sistema

Oltre che luoghi quasi disumani, i Cpr sono anche inefficienti per quanto riguarda l’espulsione dei migranti irregolari. Da quando sono nati, la percentuale media di persone rimpatriate sul totale di quelle trattenute nei centri non ha mai superato il 50%. Nel 2018 sono state rimpatriate 1768 persone su 4092, nel 2019 2992 su 6172. Un avvocato dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) lo ha definito «un fallimento che va avanti da oltre venti anni».

Posto che i rimpatri sono molto complicati da effettuare, dato che richiedono accordi con i paesi di rientro, è ormai diventato evidente che in Italia il modello di gestione dell’immigrazione non funziona e deve essere ripensato e riformato, al fine di garantire una vera integrazione che vada a beneficio di tutti. Nel caso specifico, è dovere di un paese civile garantire dei diritti di base e una dignità umana alle persone sul suo territorio, qualsiasi sia il loro status legale.

Condividi!

Lascia un commento