Una nuova “Bolognina al contrario” sembra più che necessaria per il PD: gli elettori chiedono uno spostamento a sinistra mentre il partito va verso il centro.

Era il 12 novembre 1989 quando Achille Occhetto – l’allora segretario del PCI – annunciò la sua intenzione di rinnovare il partito. Quella scelta va sicuramente contestualizzata: il muro di Berlino era appena “crollato” e la Perestroika gorbacioviana stava allontanando l’Unione Sovietica dal percorso intrapreso dai suoi predecessori. Ergo, la fine dell’URSS era alle porte. Fu così che il partito comunista più grande d’Europa dovette affrontare i cambiamenti internazionali che si prospettavano nell’immediato futuro: non si poteva più continuare “in quel modo”, il modello comunista non poteva essere più proposto come risoluzione dei problemi dell’epoca.

Dunque, quel 12 novembre passò alla storia per le parole pronunciate dall’ultimo segretario del PCI nel quartiere della Bolognina: “non continuare su vecchie strade, ma inventarne di nuove per unificare le forze di progresso”. Traducendo e semplificando, una svolta moderata verso il centro. Parliamo della “svolta della Bolognina”. Due anni dopo, a 70 anni dalla nascita del PCI, verrà alla luce il PDS: il Partito Democratico della Sinistra.

Achille Ochetto il 12 novembre alla sede ANPI del quartiere Bolognina (crediti: ettorecolombo.com)

La nascita del centro-sinistra

Sarò breve e forse superficiale nel narrare questi ultimi trent’anni. La trasformazione che si verificò a cavallo degli anni ’90 fu il processo contrario della “scissione di Livorno”, si potrebbe dire. La rinascita di un progetto unitario che riconciliasse sotto un unico stemma comunisti, socialisti, social-democratici e riformisti.

Non fu una decisione semplice quella di Ochetto: nonostante (quasi) tutti riconoscessero l’inevitabilità di tale mossa, il cuore degli iscritti batteva ancora intensamente per quella bandiera rossa e gialla. Oltretutto, l’idea di una riconciliazione prossima con il PSI non faceva gioire, considerando la deriva liberale imbarcata (pur di stare al governo) con la segreteria Craxi.

Gli anni successivi non furono per nulla facili. Quello che accadde fu un progressivo schiacciamento verso il centro per garantire la governabilità, con continui cambi di nome e scendendo a patti pure con le forze più impensabili, vedasi il Patto del Nazareno. Ed è proprio questa costante “moderatizzazione” che ha alienato il risultato odierno di questa pluri-mutazione – il Partito Democratico – dai valori fondanti della sinistra

La situazione attuale

All’interno del PD convivono tantissime anime differenti, ma ce n’è una che è alquanto ingombrante: il gruppo “Base Riformista”, quello degli “ex renziani”. Esso fa capo alla tradizione moderata/liberale del progressismo, quella che ha dato luce a Italia Viva per intenderci. Tuttavia, all’interno del partito del Nazareno non si è verificato un esodo completo dei riformisti, probabilmente perché al segretario di IV fa comodo avere delle sentinelle nel PD. Questa presenza rumorosa crea un’impasse non indifferente, in particolare per il segretario di turno del partito, il quale ha l’arduo compito di placare gli animi interni oltre che di mediare fra le varie posizioni. È evidente, però, che quest’ala riformista non ha più niente a che vedere con il PD.

L’ex segretario del PD Matteo Renzi (crediti: Open)

In tal senso, qualche giorno fa sul quotidiano Repubblica (3 gennaio, p. 15) è stata pubblicata un’intervista ad Andrea Marcucci, capogruppo PD al Senato nonché storico fedelissimo di Matteo Renzi. Nel dialogo con la giornalista Giovanna Casadio, il senatore ha detto che “uno sbilanciamento a sinistra sarebbe comunque sconfitto alle urne”. Le questioni, a questo punto, sono due: Marcucci è in malafede oppure non ha assolutamente polso delle condizioni sociopolitiche italiane.

Cosa serve?

In un Paese in cui i giovani sono sempre più di sinistra e dove un’importante parte dell’astensionismo è causata dalle persone di sinistra che non vogliono “tapparsi il naso” e votare per il Partito Democratico, la scelta migliore è esattamente quella opposta all’idea di Marcucci e di tutta “Base Riformista”. È da diversi mesi che vari esponenti di Articolo 1 e Liberi e Uguali fanno intendere il loro desiderio di un nuovo polo unitario di sinistra, che si lasci alle spalle l’era renziana e tutti i suoi strascichi. Potremmo dire che quello che serve al Partito Democratico è una nuova “Bolognina”, ma al contrario: una svolta non verso il centro, quindi, ma verso “l’esterno”

Il segretario del Partito Democratico Enrico Letta (crediti: la Repubblica)

La necessità di un nuovo congresso si fa sempre più impellente. Bisogna riconoscere, però, che Enrico Letta potrebbe non essere il soggetto migliore per guidare questa transizione, in quanto egli rappresenta l’area più moderata della sinistra, mentre sembra emergere sempre più quella a trazione “provenzaniana”, riferita quindi al vice-segretario del partito, Giuseppe Provenzano.

La richiesta degli elettori è chiara, la classe dirigente tentenna. Riuscirà, quindi, la politica a stare al passo con le richieste della società?

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Di Andrea Miniutti

Sono Andrea Miniutti, ho 21 anni e sono laureato in Studi Internazionali presso l’Università di Trento. Sono il direttore e co-fondatorer di Fast, mi occupo di politica (principalmente italiana) e temi inerenti a mafia e stragismo. Sono un grandissimo polemico.

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