La proliferazione nucleare è una questione che affligge la politica internazionale dalla fine della Guerra Fredda. L’ottenimento di capacità nucleari da parte di paesi sempre più instabili o “irresponsabili” – chiamati talvolta rogue states – sarà destinato a essere fonte di squilibri internazionali molto pericolosi. Per questo, l’amministrazione Trump fu messa in guardia da quella Obama in merito al pericolo nordcoreano.

Ed è anche in virtù dei (non) risultati di Obama e Trump, che Biden ha scelto la sua strategia. La portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, l’ha definita “calibrated approach“: una definizione che ricorda il “principled pragmatism” della politica estera UE.

Ad una condizione

Concretamente, quello che il POTUS ha deciso è di tenere aperta la porta per la diplomazia – ed infatti sono già state delle “diplomatic overtures” a Pyongyang (tutte prontamente respinte) – ma senza cercare di ottenere nessun accordo di grande portata, questa la più grande lezione derivata dalle precedenti esperienze di governo. Al contempo, l’amministrazione Biden si concentrerà sul rafforzamento della sicurezza dei suoi alleati nella regione, Sud Corea e Giappone. Come chiarito dalla stessa Psaki, è difficile capire come questa strategia si tradurrà in azioni concrete oltre ai vertici con gli alleati. 

(Foto da: Startmag)

La linea dura che l’amministrazione pare voler tenere in materia di diritti umani e sanzioni però, non piace a Pyongyang, il cui ministro degli esteri ha già provveduto ad accusare il presidente USA di voler perseguire una politica ostile nei confronti della nazione e del suo programma nucleare. In un diverso comunicato lo stesso ministro ha minacciato gli Stati Uniti avvisandoli di stare preparando un “all-out showdown“.

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