Io non ho mai rimandato un esame. Che non vuol dire “mi sono andati da dio tutti gli esami e sono migliore di voi”, ma vuol dire “ogni volta che ho deciso di prepararmi per una prova, mi sono presentata, senza eccezioni, per il tempo di tutta la triennale perlomeno”. 

Questo fatto, di sfruttare tutti gli appelli e di sentirmi al passo, mi faceva sentire a posto e molto forte, invincibile non tanto rispetto a chi studiava con me, ma rispetto a tutte le mie tare quotidiane (che è una citazione, ma non ricordo di cosa); riuscivo a lasciare fuori dalla cartella “UNIVERSITÀ” i miei problemi, medio-gravi o stucchevoli che fossero e mi guardavo allo specchio la mattina, dritto dentro gli occhi ripetendomi <<oggi devi studiare>>. Così ci si laurea, pensavo, e così si trova un posto soddisfacente e un amore pacato ma mai noioso e una casa piena di libri e manifesti. 

E così avrei anche fatto tutto quello che si aspetta la mia famiglia, i miei amici e il mondo del lavoro che non ti vuole e ti sputa ma se c’è da farti la ramanzina tra qualche anno per lavarsi di dosso le proprie responsabilità, te la fa volentieri. 

Questo non vuole pertanto essere un inno a non studiare o a prendersela comoda rivolto a chi non vuole prendersela comoda e sta bene nel non farlo, bensì una pacca sulla spalla a chi sta testando i confini della propria scrivania, disegnando le misure del suo approccio al percorso universitario affinché queste lo accompagnino e non lo stritolino e soprattutto gli permettano la debita distanza dalla pressione sociale generata più o meno consapevolmente da tutti gli agenti in atto. 

Toxic positivity: giornali, amici, social network e anche qualche odioso titolo motivazionale

A Miley Cyrus viene impartita, in Hannah Montana The Movie, una lezione più importante di “non fingere di non essere una star se vuoi avere dei rapporti umani veri” ossia di tentare, anche quando si cade, di rialzarsi e che quella è la vera conquista, il momento più caro da trattenere nella memoria. Insomma, una banalità bella e buona- detto con due aggettivi banalissimi, banditi. 

Eppure, dovremmo ricordarcelo più spesso, quando ci prende la sensazione di fallimento per non essere riuscitə a raggiungere un nostro obiettivo, completare una task per noi importante. 

I media non ci aiutano a normalizzare la necessità di riprovare o addirittura abbandonare un progetto, un proposito lavorativo o personale, al fine di continuare la nostra ricerca di uno stato il più possibile stabile di felicità. 

Ci dicono invece che nella nostra stessa città unə si è laureatə con il massimo dei voti in soli tre anni anziché cinque perché ha saputo ben sfruttare il tempo passato al pc durante la pandemia o che nostrə cuginə che ha fatto il nostro stesso percorso ora lavora a Londra e prende bene ma noi non possiamo farcela, perché non c’abbiamo il carattere. Non perché magari non ci interessi, o non ci prendano, ma perché non siamo capaci. 

E per essere capaci bisogna allenarsi, tutti i giorni, e lasciare lacrime sui libri, sui bilancieri, giocando alla fiera delle rinunce, in una gara a chi vive peggio oggi in vista di un domani migliore che potrebbe non arrivare mai, ma se arriva sono pronto e arriva solo se ho lavorato duro prima. 

Il messaggio “per ottenere qualcosa, devi impegnarti” non presenta fallace interne a prima vista e non è lessicalmente connotato; il problema sorge quando da questo deriva il “se ti impegni, ottieni”, che non è esattamente la stessa cosa. 

Nessuno infatti ti può garantire che i tuoi sforzi avranno il corso che ti sei prefissat*, perlomeno, nella quasi totalità dei casi, questo dipende da numerose varianti, spesso impossibili da controllare per il singolo. Dovremmo ricordarcelo ogni volta che ci lasciamo andare ai sogni, tanto necessari quanto pericolosi, che generano più notti fermə a guardare il soffitto che slanci vitali. 

(Reese Witherspoon in Legally Blonde)

Non avere scelta

La sensazione di non poter scegliere, di essere intrappolatə dentro un sistema fisso, studiare e trovare un lavoro, fare carriera o non farla, potersi permettere una vita dignitosa o non farlo, talvolta è troppo forte e porta a gesti estremi. Negli ultimi anni, complice la pandemia e l’aumento di casi di depressione e suicidio giovanili, si è ricominciato a parlare di giovani che si tolgono la vita dopo aver mentito alle famiglie per anni sullo stato dei loro studi. 

Certo, probabilmente in alcunə di loro sono scattati diversi trigger, ma il denominatore comune– guarda un po’ è quello dell’università, della difficoltà a far fronte al disegno collettivo, ad inserirsi nel tessuto sociale secondo i dettami di chi si ha più vicino, i quali finiscono per diventare i propri. 

A cambiare deve essere la narrazione fin dai primi anni delle scuole; è in aula che si eleggono i migliori, si spronano come se si fosse ad un combattimento di cani i secondi e si condannano gli ultimi. Si fanno liste, giochi, competizioni tutte volte a dare agli alunni e alle alunne un posto nella classifica; chissà come mai, i migliori finiranno nei licei, gli ultimi a lavorare o negli istituti professionali- visti non come scuole diverse dai licei ma come ricettacolo per studenti non ugualmente capaci, non meritevoli, mandati a farsi poi sfruttare senza che siano stati formati a sufficienza sulle normative, sui propri diritti, sulla retribuzione. 

Inizia qui la violenza che invia tutti al macello, i primi a causa della pressione, i secondi per ingiustizie, mancanza di regolamentazione e sicurezza. Perché questo può un essere umano in un’organizzazione non a misura di essere umano ma di macchina capitalista, può morire

Il cambiamento deve coinvolgere tutti gli agenti: la scuola e i media in primis, in modo da produrre una differenza di prospettiva anche nella popolazione, con il fine di allargare lo spettro, rendere accettabili più sogni, più immaginari volti alla realizzazione della serenità personale, non alla realizzazione e basta. 

Finché questo rimarrà un miraggio, il singolo, per reagire in modo sano, conforme alle proprie esigenze, non può far altro che chiedere un sostegno, un aiuto a chi di situazioni di difficoltà ne vede tutti i giorni ed è dunque in grado di offrire la propria competenza al suo servizio. 

Si è fatto un primo passo con il bonus psicologo, che permetterà a chi ha un ISEE inferiore ai 50.000 euro di usufruire di voucher fino a 600 euro, spendibili anche in ambito dell’assistenza privata. A questo si affiancano iniziative di scuole e università statali e non, spesso gratuite. 

La strada è ancora lunga e il cammino più che tortuoso, tuttavia possiamo prendere parte alla reazione praticando la gentilezza e la compassione verso il nostro vissuto e quello altrui. 

Pretendiamo le riforme, condividiamo i successi e le cadute, e ricordiamoci che beh, “uno su mille ce la fa” è stata scritta nel 1985 quindi forse è ora di mandarla in pensione. 

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Di Valentina Farinon

22 anni, mi sono laureata in Lettere moderne e ora studio Filologia. Amo il teen drama, Kerouac, Tutti Fenomeni e Vasco Brondi. Provo a fare anche delle cose più serie, talvolta.

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