C’è voluto tanto tempo. Troppo. Ma finalmente dal 1⁰ luglio 2022 anche il calcio femminile sarà considerato uno sport professionistico.

Un traguardo molto importante, raggiunto dopo anni in cui il mondo pallonaro rosa ha fatto sentire la propria voce, con caparbietà e senza mai arrendersi.

Un traguardo raggiunto tuttavia con colpevole ritardo rispetto agli altri paesi europei ai vertici del calcio femminile come Francia, Spagna, Germania e Inghilterra.

Cosa cambierà?

Le principali novità del passaggio al professionismo riguarderanno l’aspetto economico e previdenziale. Le calciatrici si vedranno ora garantiti contributi previdenziali, pensione e tutele mediche per infortuni e maternità.

Un altro cambiamento sostanziale interesserà lo stipendio delle giocatrici. Assocalciatori e Figc hanno infatti fissato il salario minimo a 26mila euro lordi all’anno, cifra attualmente usata per la Serie C maschile. Con il dilettantismo le calciatrici potevano guadagnare un massimo di 30.658 euro annui, a cui si aggiungevano eventuali bonus o rimborsi spese.

I dieci club che parteciperanno al prossimo campionato di Serie A dovranno invece diventare società di capitali e per iscriversi al torneo dovranno versare una fideiussione di 80mila euro e avere uno stadio da almeno 500 posti.

Le reazioni

Enorme soddisfazione è stata ovviamente espressa da tutte le parti dell’ambiente calcistico, con il presidente della FIGC Gabriele Gravina in primis: “Questa è una giornata importante, dal 1° luglio inizia il percorso. Oggi siamo la prima federazione in Italia ad avviare ed attuare questo importante percorso”, le parole del numero uno della Federcalcio.

Sara Gama, capitana della Juventus e della Nazionale, sempre in prima linea nella battaglia per il passaggio al professionismo, si è invece soffermata sulle future possibilità che questa svolta storica garantirà al calcio femminile: “Le calciatrici saranno le prime atlete professioniste di sempre in Italia e il nostro calcio si regala un’opportunità di crescita dai confini inesplorati”.

Sara Gama con le compagne della Nazionale. Crediti: www.lacittadelnordmilano.it

Sulla stessa riga le dichiarazioni di Ludovica Mantovani, presidente della Divisione Calcio Femminile: “Con il Consiglio Federale di oggi abbiamo aggiunto un ulteriore tassello al nostro percorso di crescita. Personalmente lo vivo come un punto di partenza, atteso e necessario, che ci spinge a lavorare con grandissimo impegno per raggiungere e garantire nel tempo la sostenibilità di tutto il nostro sistema.”

La situazione negli altri paesi

Uno dei modelli principali è quello americano, con la Women’s United Soccer Association dal 2009 nel mondo del professionismo. Stati Uniti che possono inoltre far leva sulla Nazionale più forte del pianeta, vincitrice di quattro Coppe del Mondo (1991, 1999, 2015 e 2019) e sul suo capitano Megan Rapinoe da anni impegnata per colmare il gender gap nel mondo del calcio.

In Inghilterra, patria dello sport più popolare al mondo, la Women’s Super League è diventata professionista all’inizio della stagione 2018/19 e alcune delle squadre partecipanti disputano le proprie partite negli stessi impianti dei colleghi uomini.

Una differenza notevole con l’Italia, con le squadre di Serie A costrette a giocare nei centri di allenamento dei club maschili (lo stadio più capiente è l’Enzo Ricci di Sassuolo, 4.008 posti).

Nel corso di questa stagione solo la Juventus, in occasione delle gare di Champions League, ha potuto calcare l’erba dell’Allianz Stadium, casa di Chiellini & co. Un evento che però ha visto una risposta non particolarmente calda da parte del pubblico bianconero (20.000 spettatori per il match inaugurale contro il Chelsea, ma appena 9.000 per l’andata dei quarti di finale contro il Lione).

Juventus-Chelsea. Crediti: DAZN

Cifre irrisorie in confronto alla sfida del Camp Nou tra Barcellona e Real Madrid che ha visto oltre 90.000mila persone colorare di blaugrana l’impianto catalano in occasione della semifinale di andata di Champions. Se è vero che si trattava del Camp Nou bisogna comunque tenere presente che gli stadi “ufficiali” sono strutture all’avanguardia e ben distanti dagli standard italiani (6.000 posti sia per l’Estadi Johan Cruyff del Barcellona che per il Di Stefano del Real).

Barcellona-Real Madrid. Crediti: Sky Sport

Un punto di partenza e non di arrivo

La speranza è dunque quella che il passaggio al professionismo possa condurre, oltre a una maggiore tutela delle atlete, a un miglioramento di tutti quegli aspetti che spesso vengono posti in secondo piano: da un maggiore coinvolgimento del pubblico attraverso iniziative ad hoc alla costruzione di strutture adeguate fino al raggiungimento di accordi di sponsorizzazione che possano fornire una visibilità sempre più crescente al movimento.

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