Proiettare nella mente un’immagine che ben rappresenti la nazione di Zio Sam può facilmente indurre ad una serie di aberrazioni cognitive. Tuttavia, va detto che gli USA ci mettono del loro per farci cadere nel trappolone, proponendoci una versione rivista e corretta della realtà. Un po’ perché ne va delle sorti di Hollywood, un po’ perché al solo iniziare una frase con “le cose sono un po’ più complesse di così” si rischia di ritrovarsi soli molto in fretta. 

Prendendo il Texas come esempio di quanto si è detto; al solo nominarlo compaiono nella mente immagini un po’ kitsch di una versione edulcorata del Far West. Cinturoni e vita da cowboy, una galanteria decisamente demodé e l’inossidabile convinzione di star parlando di una terra di libertà e opportunità. Si parla del retaggio da “Lone Star State” che ancora si porta dietro e che, a dire il vero, suona un po’ come uno di quei nomignoli d’infanzia che si davano al giamburrasca della classe, salvo poi rimanergli addosso nonostante l’aspetto da distinto signore di mezz’età. 

Una Chevellle Malibu del 64′

Simile discorso vale per l’altra componente dello stereotipo texano: la roccaforte del repubblicano-petroliere-bianco. Nessuno vuole negare l’evidenza, una qualsiasi mappa elettorale delle ultime elezioni presidenziali si colorerebbe di rosso; un po’ come gli interni della Chevelle Malibu del 1964 da una certa scena in poi di Pulp Fiction.

I repubblicani nel 2020 hanno fatto propri tutti e 38 gli electoral vote, vincendo agevolmente il voto popolare con un agile parziale di 52% a 46% nei confronti dei democratici. Dove sta dunque la fallacia interpretativa? Principalmente in due aspetti, legati l’uno all’altro. In primo luogo, il risultato tendenziale rispetto alle precedenti presidenziali ha visto i democratici guadagnare un +3,24%. Questo andamento non è nuovo, già nelle precedenti presidenziali il voto aveva sancito il miglior risultato dei democratici dal 1996. 

Map of preliminary county results in the 2020 United States Presidential Election in Texas (Fonte: Wikipedia)

A spingere le speranze blu (opposte al rosso repubblicano) c’è la crescente partecipazione elettorale (66%, risultato record) e l’andamento demografico dello stato. La popolazione texana è infatti in rapida ascesa e, nonostante il feticcio delle armi, gli esperti stimano che la crescita demografica porterà la popolazione a raddoppiare entro il 2050. Ciò significa 54,4 milioni di abitanti, e qui viene il bello, principalmente non bianchi, dal momento che il 95% della crescita demografica è sospinta da ispanici, neri e asiatici. Quindi, se i democratici riusciranno a confermare il voto dei cosiddetti “latinos”, il Texas dei repubblicani di ferro potrebbe tramutarsi, se non in un lontano ricordo, quantomeno in una buffa attrazione per turisti.

Decostruire un mito

Questo non deve tuttavia stupire. Nella storia dello stato ci sono tutte le indicazioni necessarie per capire come l’eredità culturale del Far West non sia poi così innata e tanto meno necessaria. L’immagine del Texas terra di cowboy è con ogni probabilità da attribuire ad un periodo che va dalla Reconstruction post secessionista alla costruzione del mito dello stato “where the West begins”.

Entrambi funzionali ad eradicare una componente ingombrante della sua storia: lo schiavismo. Poi, fu il turno di Hollywood, negli anni 50’, di convertire definitivamente le immense distese di cotone e si decise di farne praterie per un’attività che nobilitasse l’immagine della cultura texana: la caccia al “pelle rosa”. Scelta che, col senno del poi, si potrebbe eufemisticamente definire poco felice. 

Texas’ Californication

Volendo portare alle estreme conseguenze questo che è ormai diventato un gioco di decostruzione culturale, si potrebbe iniziare a mettere in dubbio l’attualità del modello economico “oil & ranch”. Vero e proprio simbolo identificativo dall’amministrazione Johnson, il modello “oil & ranch” rappresenta ormai solamente una delle componenti di un’economia moderna, che già a partire dalla fine degli anni 60’ iniziava ad aprirsi alla terziarizzazione. Il polo tecnologico rappresentato dal Lyndon B. Johnson Space Center, il centro di controllo spaziale della NASA, è servito da catalizzatore di un’economia capace di ritagliarsi un ruolo importante sulla frontiera delle nuove tecnologie

The University of Texas at Austin (Fonte: UT News)

Queste caratteristiche, unitamente ad una delle tassazioni più basse del paese, rappresentano un’attrazione per alcuni dei principali colossi tecnologici, che stanno via via abbandonando l’ormai invivibile California. Le aziende sono attratte dal basso costo degli immobili, soprattutto nei sobborghi delle principali città texane, contribuendo così al processo di gentrificazione che sta cambiando profondamente l’anima conservatrice e bigotta dello stato. Dalle città universitarie come Austin si irradia uno spirito libertario e hipster, che caratterizza una certa frangia liberal, e che sta preoccupando lo zoccolo duro repubblicano, tanto da spingerlo a lamentare una presunta “Californication”.

Greg e Dan contro l’aborto

Questa reazione anti-liberal ha raggiunto forse il suo apice in concomitanza dell’amministrazione repubblicana alla Casa Bianca e il governatorato di Greg Abbot e del suo luogotenente Dan Patrick. Nello scorso ottobre, il Senato texano ha approvato una legge che restringe sensibilmente le possibilità di abortire nello stato. La cosiddetta “Senate Bill n°8” si inserisce in un contesto dove i fondi per la sanità pubblica sono ben lontani dai livelli californiani.

(Fonte: NPR)

Un dato che dia le dimensioni del fenomeno? In Texas, lo stato con uno dei livelli più alti di natalità della nazione, un bambino su cinque non è coperto da un’assicurazione sanitaria.  Tutto ciò stride non poco con l’immagine di uno stato moderno e in rapida crescita che l’economia texana riesce a mostrare. L’amara considerazione che viene spontanea è che si sentisse nostalgia di Far West.

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