Quando i profughi veri sono bianchi e cristiani

Prima di scatenare qualsivoglia polemica sulla possibile ipocrisia europea nella risposta alla crisi migratoria ucraina, è giusto fare una premessa. E’ assolutamente comprensibile che ci sia stata una risposta più immediata e coesa da parte dell’Unione Europea verso questa crisi, si tratta di una crisi molto più “esplosiva” in termini letterali e mediatici rispetto a quella che iniziò circa nel 2011, e il popolo colpito ci è culturalmente e geograficamente vicino – anche se qualcuno potrebbe far notare la nostra vicinanza geografica alla Libia ad esempio.

Tuttavia, se si può comprendere la maggiore velocità nella risposta rispetto alla crisi migratoria precedente, non si possono giustificare gli anni di inazione delle istituzioni UE e di campagne d’odio delle destre populiste, che hanno caratterizzato il periodo dell’ondata migratoria africana-mediorientale.

Una questione di guerra?

Crediti: Fanpage

Per Susanna Ceccardi, autrice delle parole riportate nel titolo, i profughi DOP, sono solo quelli che scappano dalla guerra vera, ed è una pura casualità che si tratti di persone bianche e cristiane. Ovviamente si tratta della classica banalizzazione di problemi complessi, pratica a cui la Lega (e non solo) è molto avvezza.

La stessa definizione di conflitto, o guerra, da circa 30 anni, in ambito accademico ha assunto diverse forme. Senza doverci addentrare in questioni eccessivamente teoriche però, dovremmo concordare che una guerra non è tale solo se combattuta con artiglieria e tecnologie avanzate, o quantomeno che queste ultime non siano strettamente necessarie a creare una tale violenza da spingere qualcuno a migrare.

Forse bisognerebbe chiedere a Ceccardi, Salvini e Meloni, se una guerriglia permanente con gruppi terroristi islamisti, come c’è in Mali, Chad, Nigeria o Mozambico si può considerare sufficiente. O forse bisognerebbe chiedergli se guerre civili come quelle in Etiopia, Libia, Repubblica Centrafricana o Repubblica Democratica del Congo sono sufficienti. Se vogliamo rifarci gli occhi con qualche dato che non saprà mai quantificare adeguatamente il livello di distruzione e sofferenza presente in queste zone, basta guardare i rilevamenti dell’Uppsala Conflict Data Program – uno dei programmi più autorevoli nel settore.

E’ comprensibile come qualcuno potrebbe storcere il naso vedendo inclusi paesi come la Cina in questa mappa. In fondo nessuno si aspetterebbe una migrazione di massa dalla Cina per via degli incidenti di frontiera con l’India. Qui certo sta la capacità di contestualizzare, oltretutto basta dare un’ulteriore occhiata ai dati forniti dall’UCDP per capire che i conflitti africani e mediorientali sono molto pervasivi e longevi.

Sulla longevità dei conflitti si impernia un altro importante punto a sfavore della narrazione dei “profughi veri”. Senza ovviamente voler sminuire la severità del conflitto russo-ucraino, questo rimane un conflitto interstatale che ha gli occhi del mondo puntati addosso e, al di là di come finirà, non si tratta di un conflitto che durerà a lungo, anche in virtù della sua violenza ad alta intensità; inoltre non è difficile pensare che una volta terminato, l’Ucraina sarà supportata dalla comunità internazionale nello sforzo di ricostruzione.

Medioriente e Africa invece sono stati dimenticati. Dove il primo è stato teatro di guerre per procura tra grandi potenze, che hanno portato talvolta all’anarchia e talvolta a dittature peggiori delle precedenti, la seconda ha sempre e solo rappresentato un pozzo di risorse da depredare prima che lo faccia un proprio avversario. Questo succedeva durante l’epoca coloniale e continua a succedere oggi, seppur con forme diverse.

Basterebbe fermarsi un attimo e osservare quello che è accaduto al villaggio di Palma a maggio dell’anno scorso. In un paese africano, il Mozambico, dove si parla portoghese, i residenti si sono dovuti proteggere da un attacco di islamisti radicali, in un compound di mercenari anglofoni (dalla reputazione non proprio limpida secondo Amnesty International), assoldati dal governo anche per proteggere quello che sta diventando un importantissimo centro di estrazione di gas naturale sotto l’egida della Total, francese.

Una questione complessa

Ai semplicismi populisti opponiamo quindi la complessità della realtà, ma soprattutto l’incontrovertibilità delle sofferenze economiche, sociali, politiche e fisiche che i paesi africani e mediorientali e le loro popolazioni patiscono da decenni, se non secoli. Se queste non sono inferte con caccia di quinta generazione e tattiche di cyber-guerriglia, ma con il macete, poco cambia.

crediti: Mauro Biani

Buona parte del continente africano non solo soffre delle violenze della guerra come tale, ma anche dell’instabilità cronica, che si ripercuote anche nelle regioni non direttamente colpite dai conflitti. Stati deboli, profondamente corrotti o incapaci, povertà diffusa, mancanza di accesso a servizi sanitari o scolastici adeguati, l’impossibilità di trovare lavoro. Tutto questo significa mancanza di futuro. Non è forse ragionevole aspettarsi che anche queste persone cerchino qualcosa di meglio?

Se allora l’Unione Europea e i suoi Stati non sono stati capaci di trovare una soluzione alla crisi migratoria post 2011 non è per una questione di profughi veri e falsi, e non è neanche una questione di guerra vera e guerra finta, ma per una questione di puro e semplice razzismo.

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