Guardare oltre i problemi infrastrutturali per una scuola più sana

In arrivo 18 miliardi per la scuola e 6 per la ricerca: così hanno annunciato il premier Draghi e il ministro dell’Istruzione Bianchi durante la conferenza stampa del 7 ottobre. Il piano di investimenti – che sarà parte del PNRR – interverrà soprattutto sulle questioni prettamente burocratiche e infrastrutturali: finanziamento di progetti di ricerca, fondi per la costruzione di nuove scuole e palestre, nuovo sistema di reclutamento dei professori…

In un certo senso, possiamo gioire: per la prima volta, dopo tanti anni, non ci sono promesse generaliste ma un piano strutturato per migliorare la scuola pubblica. Una serie di investimenti mirati a intercettare problemi strutturali per lungo tempo ignorati, che andranno quindi a rinsaldare le fondamenta del sistema scolastico italiano. Tuttavia, si continua a sottovalutare la questione (personalmente) più importante della scuola: gli studenti.

Infatti, il sistema scolastico italiano presenta un’enorme problema: l’insegnamento in classe è propedeutico alla valutazione dell’alunno, non alla sua formazione. Ed è quindi in questo contesto, scandito da ingenti quantitativi di compiti per casa e pagine da studiare, che lo studente diventa una “macchina da studio”. La vita dell’adolescente medio è caratterizzata da ritmi scolastici molto intensi che lo ammanettano ad una scrivania, impedendogli di coltivare hobby o fare sport. Ma andiamo punto per punto.

Insegnare per valutare

“Domani interrogo che mi servono voti”: quante volte, da studenti, abbiamo sentito questa frase. Pomeriggi interi passati sui libri – poiché eravamo disorganizzati – per poter affrontare al meglio quel duello con i nostri professori. Che, di per sé, è anche affascinante: una sfida contro sé stessi per poter dimostrare agli altri quanto vali. Tuttavia, così si perde il fascino dell’apprendimento, dello studiare: perché imparare nuove cose è bello.

Infatti, la formazione che la maggior parte dei professori impartisce è di tipo prettamente nozionistico e quindi apatico, che non lascia spazio a riflessioni e discussioni in aula. Forse è un paragone esagerato, ma un legame al sistema militare mi sembra sensato: ricevi ordini ed esegui, senza discutere, come un soldato.

La valutazione è troppo incentivata

La scuola italiana, per come è (dis)organizzata, premia esclusivamente le capacità mnemoniche degli studenti. Le abilità logiche e di rielaborazione dei contenuti non trovano sufficiente spazio all’interno delle lezioni, rendendo la didattica pressoché interamente frontale. Ciò contribuisce ad un irrigidimento della gerarchia nelle classi, portando il professore ad essere in una posizione più autoritaria che di legittimità. Mi spiego meglio. Non metto in dubbio la giusta posizione di potere che un professore detiene, tuttavia ritengo che questo metodo didattico tenda ad azzerare la comprensione dei propri studenti e, quindi, a creare una sorta di rapporto di sudditanza. Non credo serva spiegare i problemi di una tale condizione.

Dunque, in questa situazione di dialogo unidirezionale, il professore si trova a valutare le capacità di assimilazione degli studenti, aspettandosi alle interrogazioni e verifiche una ripetizione pedissequa dei concetti dettati. Facendo così, si limitano le capacità fantastiche (nel senso di “fantasia”) degli adolescenti, i quali – quando provano a proporre altre chiavi di lettura – vedono le proprie ali tarpate. Eppure, sarebbe così bello che la valutazione finale dello studente fosse fortemente influenzata dalle sue capacità razionali, non solo da quelle mnemoniche. Gli studenti non devono essere pappagalli, devono ricevere stimoli e non istruzioni.

Una vita “casa e scuola”

Il dover affrontare continuamente valutazioni da parte dei professori porta lo studente a incentrare la propria vita extra-scolastica alla scuola. L’evidente contraddizione in questa logica è la chiave del ragionamento che proverò ad elaborare.

Il periodo dell’adolescenza viene spesso descritto come il tratto di vita delle scoperte e della libertà, quello prima dei doveri e del lavoro: mi sembra una narrazione piuttosto irreale. Infatti, questa libertà e queste scoperte incontrano degli ingenti limiti se guardiamo alla vita dello studente medio: mattina a scuola, pranzo a casa (magari pure tardi, considerando che molti studenti abitano a un’ora di mezzi pubblici dall’istituto), pomeriggio e sera di studio intenso, cena e poi letto.

Lo spazio lasciato per lo sport o per hobby vari è esiguo, talvolta inesistente. Io stesso, per poter conciliare questi orari, facevo allenamento alle 9 di sera: la stanchezza, sia fisica che mentale, al termine di ogni giornata era indecifrabile. Oltretutto, allenamenti troppo spesso disertati a causa di appuntamenti scolastici importanti nel giorno successivo. E vi giuro: io ero molto organizzato nello studio. L’argomentazione che sostiene la tesi “se ti organizzi, puoi fare tutto” è semplicemente qualunquista.

Pochi spazi per lo studio

Ciò che mi ha fatto sopravvivere durante gli anni del liceo è stata la possibilità di studiare in un ambiente comune come la biblioteca della mia città, la quale mette a disposizione un buon numero di postazioni studio. Avere a disposizione spazi del genere ti permette di compensare quella condizione di a-socialità che lo studiare chiusi in casa comporta. Tuttavia, questi spazi sono esigui.

via: UniPd

Guardando alla realtà pordenonese (la mia città, ndr), oltre alla biblioteca esiste solamente un altro spazio analogo, ma con molti meno posti a disposizione e decisamente poco curato. Eppure, se si creassero altre aule studio – soprattutto nel centro della città – ne gioverebbero non solo gli studenti, ma anche gli esercenti della città: negozi, ristoranti e bar vedrebbero molte più persone orbitare attorno ad essi, guadagnando quindi più clienti.

Quindi, sostengo che diversi milioni del PNRR andrebbero investiti per la creazione di aule studio dedicate sia ai giovani delle superiori, che agli studenti universitari. È una situazione win-win.

Le eccezioni esistono

Fino ad ora ho parlato dell’aspetto didattico come un inferno: è così, tuttavia ci sono alcune eccezioni. Infatti, bisogna riconoscere l’esistenza di professori virtuosi e controcorrente che non adoperano con i “normali” mezzi didattici. Forse sono proprio questi professori ad avermi fatto comprendere (indirettamente) le disfunzioni del sistema scolastico italiano, mostrandomi un modello più sano, umano. E sono proprio questi professori che mi hanno effettivamente lasciato qualcosa anche a livello didattico: ho ancora in testa intere lezioni e nozioni dopo 3 anni e mezzo dal diploma superiore.

Questo anche perché il loro approccio di insegnamento non prevedeva l’obbligare gli studenti a fare studiatone infinite prima di un’interrogazione o verifica, una modalità di studio che stimola la memoria a breve termine e non quindi la comprensione e interiorizzazione dei concetti. Quindi, parliamo ora di cambiamenti e proposte.

Da “istruzione” a “formazione”

Prima, ho paragonato il sistema valutativo (e scolastico in generale) a quello militare: dopotutto, si chiama Ministero dell’Istruzione. Infatti, forse il problema risiede proprio nelle parole che utilizziamo. L’approccio che bisogna dare, personalmente, è più di tipo formativo, sia a livello didattico che sociale.

La scuola è il principale luogo di socialità che affrontiamo (almeno) fino ai 18 anni: è proprio qui, quindi, che bisogna apprendere come vivere nella nostra società. Si potrebbe, magari, cambiare il nome del gabinetto in Ministero della Formazione. Certamente non è cambiando il nome alle cose che esse cambiano, ne deve infatti conseguire pure un cambio di approccio. Un cambio radicale.

Educazione civica

In tal senso, tornando all’abito didattico, la creazione di un percorso di educazione civica è necessaria. Un processo che inizia dalle scuole elementari e si conclude con la fine della scuola superiore, partendo dal “come essere un ottimo cittadino” e arrivando alla comprensione del funzionamento del sistema istituzionale italiano (e, possibilmente, europeo). Non è possibile che i giovani non abbiano la minima contezza di ciò che succede attorno ad essi. Infatti, in questo percorso dovrebbe essere inserito un gran numero di lezioni dedicate all’insegnamento di come leggere un giornale e di come comprendere le notizie, inserendo pure spazi di dibattito su temi di attualità.

L’inserimento di un’ora settimanale di educazione civica contribuirebbe alla creazione di cittadini consapevoli ma ha anche un altro aspetto positivo: la creazione di posti di lavoro. Infatti, di questo insegnamento se ne debbono occupare persone competenti, e non professori casuali come accade al giorno d’oggi.

Meno compiti, più libertà

Mens sana in corpore sano, diceva Giovenale: fare sport (o comunque hobby) fa stare bene sia il corpo che la mente. Quindi, bisogna poter lasciare del tempo ai giovani affinché possano dedicarsi a queste attività. Ridurre il carico di studio e di compiti per casa è un ottimo modo per far sì che gli studenti possano affrontare le giornate scolastiche al meglio. Ne consegue, ovviamente, la riforma del sistema di valutazione di cui ho parlato prima: un modello che premi la partecipazione in classe, l’elaborazione di ragionamenti e le capacità di comprensione degli studenti. Rendere la didattica un processo di scambi continui tra professori e adolescenti è altamente stimolante, per lo sviluppo sia di capacità dialettiche, sociali, che cerebrali dei giovani, oltre a ridurre lo stress e l’ansia che spesso si generano nell’affrontare verifiche ed interrogazioni.

Riassumendo: creare un sistema scolastico più sano ed umano può permettere di formare nuove generazioni di cittadini consapevoli e pronti al mondo. Cosa stiamo aspettando?

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Di Andrea Miniutti

Sono Andrea Miniutti, ho 21 anni e sono laureato in Studi Internazionali presso l’Università di Trento. Sono il direttore e co-fondatorer di Fast, mi occupo di politica (principalmente italiana) e temi inerenti a mafia e stragismo. Sono un grandissimo polemico.

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