Il “New Deal” di Biden

Mercoledì il presidente statunitense Joe Biden ha annunciato un nuovo piano di investimenti federali da 2mila miliardi di dollari spendibili in un periodo di otto anni, il cosiddetto American Jobs Plan, destinato a nuove infrastrutture fisiche, quali la ricostruzione di 20 mila miglia di strade americane, 10 mila ponti, ferrovie, porti e aeroporti. Questo “New Deal” prevede l’implementazione di una serie di misure volte a contrastare la crisi climatica e le forti diseguaglianze che lacerano il tessuto sociale americano, ma anche a modernizzare il sistema scolastico e migliorare l’assistenza per le fasce più vulnerabili della popolazione, come anziani e disabili.  

(Il Messaggero)

La parte più controversa dell’American Jobs Plan riguarda la decisione di incrementare fortemente la tassazione al fine di finanziare adeguatamente il piano di finanziamenti, così determinando il più ingente aumento delle tasse federali dal 1942 ad oggi per un ammontare di 2.500 miliardi di dollari. In particolare, è previsto un aumento della corporate tax dal 21% al 28%, forzando le multinazionali americane a versare più tasse per profitti generati all’estero. Anche coloro che guadagnano oltre 400mila euro all anno saranno soggetti a questo aumento. 

L’attuazione di tali misure implica il superamento della riforma trumpiana caratterizzata, al contrario, da una significativa riduzione delle aliquote per le imprese e, temporaneamente, per gli stessi americani, per una contrazione totale di circa 1.500 miliardi di dollari di entrate fiscali.

Se da un lato gli esponenti democratici hanno accolto favorevolmente il piano di riforma, dall’altro l’opposizione repubblicana si è espressa convintamente contraria, sostenendo che una simile misura fiscale andrebbe a colpire la componente più produttiva dell’economia americana. È quindi fortemente improbabile ottenere l’appoggio repubblicano il quale, al Senato, controlla la metà dei seggi.

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