Nelle scorse settimane il Kazakistan – nazione che di norma nominiamo solo in relazione a Borat o come archetipo del paese sperduto e dimenticato da dio – ha visto lo scoppio di numerose proteste, che sono velocemente diventate violente. Il numero finale delle vittime, dopo numerosi errori e smentite, è di 225, di cui 19 tra le forze dell’ordine.

Le informazioni scarseggiano

Quello che sorprende è l’incredibile mancanza di informazioni riguardo il contesto di queste proteste. Certo, non aiuta il fatto che il Kazakistan sia un paese talmente isolato e desolato da far sembrare quei palazzoni di epoca sovietica quasi una gioia per gli occhi in quanto unico segno di civiltà, e nemmeno che sia una dittatura. Propaganda, verità, e diversità culturali (e una disconnessione temporanea della rete internet) si intrecciano in un mix di difficile lettura per qualcuno che non si trova sul campo.

D’altro canto sembra che nemmeno l’ambasciatore italiano abbia molto da dire, dal momento che i suoi commenti si sono limitati a constatazioni delle contingenze materiali delle proteste e al più all’eventuale sicurezza del capitale estero.

Il palazzo del comune di Almaty assaltato dai manifestanti – crediti: Fanpage

I fatti

Quel poco che si sa sono il numero di morti, l’intervento del CSTO per il peacekeeping e la presunta causa delle proteste. Pare infatti che tutto sia partito a causa della decisione del governo di eliminare il tetto fissato per i prezzi del GPL, che ne avrebbe duplicato il costo dalla sera alla mattina. Sembra poi che alcuni manifestanti gridassero il nome di Nazarbayev (l’ex dittatore che ha abdicato nel 2019) mentre cercavano di rovesciare una sua statua.

Il governo ha anche detto che tra i manifestanti si nascondevano terroristi islamici, che se da una parte sembra una comoda scusa per sparare sulla folla, dall’altra non sembra nemmeno così aliena come idea, dato il contesto geopolitico in cui il Kazakistan si inserisce.

La foto di alcuni soldati kazaki con i caschi blu delle Nazioni Unite che pare abbiano indossato per errore – crediti: Il Post

L’elemento che più ha attirato l’attenzione di esperti e commentatori è stato l’intervento del CTSO (Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva), un’alleanza per la sicurezza che unisce alcuni stati ex-sovietici, tra cui Russia e Bielorussia. L’invio di soldati per il peacekeeping da parte di Putin è stato motivato in diversi modi. La ragione più banale sarebbe la volontà di mantenere stabili i paesi confinanti (specialmente se hanno una delle più importanti riserve di petrolio al mondo), e al più difendere alcuni siti strategici per la Russia, come il cosmodromo di Baikonur.

L’Espresso si è invece spinto fino a suggerire che il dispiegamento in Kazakistan rappresenti per Putin un esercizio in vista di un possibile futuro dispiegamento in Bielorussia. Se però è sempre difficile capire cosa passi per la testa del presidente russo, è vero che tra Medio Oriente, Est-Europa, Asia Centrale e Africa, i militari russi stanno continuando a mettersi alla prova in contesti diversi.

Il mondo va avanti

Mentre testate come la BBC e Aljazeera rimangono magre di dettagli riguardo alle manifestazioni, l'”ordine” è stato ristabilito. Gli aerei russi sono tornati in patria, e non sappiamo se con gli aerei sono anche tornati tutti gli uomini. Quello che è rimasto è la promessa di una serie di riforme che dovrà arrivare a settembre, e una posticipazione dell’eliminazione del tetto dei prezzi del GPL. Peccato che 225 persone non potranno più fare carburante a prezzi scontati.

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