I referendum sulla legalizzazione dell’eutanasia e della cannabis sono due dei temi più caldi di questo inizio autunno italiano, ma purtroppo la discussione nel merito di tali questioni si registra solo in bolle social relativamente piccole e in luoghi virtuali e fisici attivati dai promotori delle due iniziative. Ancora una volta la tentazione di incolpare i media è molto forte, ma tant’è: per la maggior parte, giornali e televisioni tacciono sul fine vita e sulla legalizzazione delle droghe leggere; e come se non bastasse i partiti politici evitano con codardia di affrontare questi argomenti, a parte +Europa, che con tutti i suoi difetti rimane pur sempre l’unico erede delle battaglie dei Radicali, almeno a livello partitico.

In compenso, l’utilizzo dell’istituto referendario come strumento democratico in mano ai cittadini sta ricevendo discreta attenzione e si è cominciato ad ipotizzare che possa essere impiegato più spesso in futuro per coinvolgere gli italiani in maniera più diretta nel processo legislativo, vista la relativa facilità con cui ora è possibile raccogliere le firme.

Legalizzazione di eutanasia e cannabis

Ma vediamo innanzitutto cosa prevedono in sintesi i quesiti delle due consultazioni popolari. Quello sull’eutanasia si propone di abrogare parte dell’art. 579 del codice penale, che disciplina il c.d. omicidio del consenziente, ovvero l’omicidio di una persona che richieda lei di essere uccisa; andando ad eliminare il comma 2 e a modificare il comma 1 e 3 del suddetto articolo sarà poi possibile legiferare in modo da permettere l’eutanasia, sia passiva che attiva, basandosi sulla legge sul testamento biologico e sulla storica sentenza della Corte Costituzionale del 2019 riguardo il caso di Dj Fabo e Marco Cappato.

L’attivista Marco Cappato, principale sostenitore della campagna eutanasia legale (immagine da Open)

I promotori di questo referendum (i più conosciuti sono l’Associazione Luca Coscioni e +Europa) hanno deciso di farvi ricorso dopo che negli anni il Parlamento non ha mai discusso in aula di eutanasia e a metà agosto sono state raccolte le 500 mila firme necessarie ad indire una consultazione referendaria. Pochi giorni prima di raggiungere questa soglia, un emendamento al decreto semplificazione ha dato vita alla possibilità di firmare online per un referendum, tramite firma digitale (come lo SPID), e il successo di questo metodo di autoidentificazione ha spinto ad organizzare la raccolta firme anche per un altro referendum, quello volto a legalizzare la cannabis, i cui promotori sono in parte gli stessi di quello sull’eutanasia.

In particolare, il quesito chiede se si vuole depenalizzare la coltivazione di sostanze stupefacenti o psicotrope ed «eliminare la pena detentiva per qualsiasi condotta illecita relativa alla Cannabis, con eccezione della associazione finalizzata al traffico illecito». Inoltre, in caso di vittoria del , verrebbe eliminata la sanzione amministrativa di sospensione della patente attualmente prevista quando si viene scoperti in possesso di sostanze stupefacenti (qui il riferimento è alla detenzione delle sostanze, quindi ovviamente rimarrebbe illegale mettersi alla guida sotto l’effetto di droghe).

Esponenti di +Europa in piazza a favore della legalizzazione della cannabis (immagine da Il Giornale)

Digitalizzazione e democrazia

Al di là del merito della proposta, la cosa che ha stupito molti è stata l’aver raggiunto il mezzo milione di firme necessario in appena una settimana, grazie alla firma con identità digitale; basti pensare, ad esempio, che per l’eutanasia legale si è impiegato un mese e mezzo tramite firma ai banchetti per strada e presso i comuni. Pertanto, vista la rapidità e relativa facilità con cui ora è possibile raggiungere l’obiettivo, molti osservatori si sono chiesti se in futuro si assisterà ad un ricorso maggiore al referendum abrogativo da parte di associazioni, partiti e organizzazioni della società civile in generale e se questo strumento darà vita ad un accresciuto coinvolgimento democratico dei cittadini.

In caso di risposta affermativa, la firma digitale in questo campo rappresenterebbe un piccolo pezzo di democrazia digitale di grillina memoria ed un ampio uso della consultazione referendaria darebbe sostanza al più ampio concetto di democrazia diretta, anch’esso spesso citato (molto di più in passato a dire il vero) dagli esponenti del M5S, pur rimanendo ovviamente all’interno del perimetro di una democrazia rappresentativa. Quest’ultima in Occidente si è dimostrata essere il sistema più efficace nel tradurre le preferenze e i desideri dei cittadini in politiche pubbliche, oltre ad essere necessaria viste le grandi dimensioni delle comunità dei moderni stati-nazione, ma in alcuni casi è altresì utile forzare la mano con una diretta consultazione popolare per bypassare le istituzioni legislative quando queste si dimostrano immobili su certi temi ed è qui che entra in gioco il referendum.

(immagine da Tom’s Hardware)

Lasciando da parte i non ben definiti progetti di dare in mano direttamente ai cittadini l’attività legislativa, ciò non toglie che la digitalizzazione di alcuni processi democratici sia oramai inevitabile, se non auspicabile, al fine di avvicinare i cittadini a pratiche di partecipazione politica altrimenti molto burocratizzate e di velocizzare le stesse. Qui valgono le parole di Marco Cappato, il quale sostiene che tramite processi digitali e tramite la rete svolgiamo pressoché qualsiasi attività della nostra vita, dai gesti quotidiani alle operazioni più complesse, pertanto, non si capisce perché gli stessi mezzi non possano essere applicati anche alla partecipazione democratica a tutti i livelli. Da questo punto di vista l’Italia è sorprendentemente all’avanguardia, essendo uno dei pochissimi paesi al mondo che prevedono una procedura digitalizzata di raccolta firme per i referendum e ciò pare essere il naturale sbocco del sistema di identificazione online SPID usato per accedere ai servizi della pubblica amministrazione, sistema posseduto da ben 25 milioni di italiani.

Timori e speranze

Questo nuovo metodo di indire i referendum solleva comunque qualche legittimo dubbio. Alcuni temono che a causa della rapida modalità di raccolta firme lo strumento referendario possa essere usato inconsciamente come una sorta di sondaggio da parte dei promotori, senza essere orientati da una chiara visione politica e soprattutto legislativa, dato che il vuoto lasciato nel diritto dalla vittoria di un referendum abrogativo va riempito successivamente da una legislazione puntuale. Per fare un esempio riguardo quest’ultimo punto, dovesse avere validità il referendum sull’eutanasia e dovesse vincere il , verrebbero abrogati alcuni commi, come illustrato sopra, ma è chiaro che poi sarà necessario creare una legge che regoli e disciplini l’accesso al fine vita; la direzione è comunque quella giusta dato che in merito esistono già proposte di legge di iniziativa popolare e parlamentare.

Invece la raccolta firma per il referendum no green pass, attiva fino al 30 ottobre, sembra abbastanza campata in aria, come se gli organizzatori si fossero accorti che il sistema della firma digitale funziona e abbiano detto “ma sì dai provamoce”, senza per altro proporre null’altro oltre all’abrogazione di quattro decreti-legge in materia di Covid.

Un’altra critica posta è che firmare online seduto comodamente sul proprio divano o dovunque ci si trovi non sia una vera e propria forma di partecipazione politica attiva, perché non viene praticato nemmeno quel minimo sforzo di recarsi fisicamente ad un banchetto per strada (o qualsiasi altro luogo adibito per l’occasione); argomento che lascia un po’ il tempo che trova: l’utilizzo di un mezzo virtuale anziché materiale attraverso cui si compie un gesto non per forza toglie valore al gesto stesso, neanche all’impegno civile; infatti, come già affermato, moltissimi aspetti della nostra vita (sociale, culturale, lavorativa) comprendono processi digitali senza per questo perdere importanza.

Allargando il dibattito, si riscontra la posizione di chi è preoccupato che una possibile maggiore presenza di iniziative referendaria vada a togliere occupazione e legittimità al parlamento e che vada a semplificare troppi temi fra un ed un no. Chi si contrappone a questa argomentazione, i Radicali tra gli altri, sostiene che grazie all’opzione della firma digitale finalmente il referendum può diventare uno strumento costituzionale alla portata di una fetta più ampia di popolazione, andando a sanare quello che secondo loro è uno squilibrio a favore del parlamento e a danno dell’iniziativa popolare.

Più complesso di quanto sembri

Ad ogni modo, la paura per una pioggia di referendum senza capo né coda (che non è scontato si verifichi) dovrebbe essere mitigata dal fatto che organizzare questo tipo di tornate elettorali rimane comunque un’operazione tutt’altro che banale, nonostante la velocizzazione e facilitazione della raccolta firme.

Prima di tutto, ora come ora i comitati promotori devono sobbarcarsi i costi di certificazione delle firme digitali, queste infatti sono raccolte da una piattaforma convenzionata con l’organo pubblico Agenzia per l’Italia Digitale (Agid), e l’onere è abbastanza impegnativo dato che si tratta di 1,05 € a firma; il ministro Colao ha comunque promesso che dal 2022 la piattaforma diventerà di proprietà governativa e dunque gratis. Il secondo aspetto è che, una volta raggiunte le 500 mila firme, le proposte referendarie devono superare dapprima il vaglio tecnico della Corte di Cassazione (ovvero verificare la conformità del quesito alle norme vigenti) e poi il giudizio di ammissibilità da parte della Corte Costituzionale (ovvero verificare il rispetto dell’art. 75 della costituzione, che disciplina proprio l’istituto del referendum). Terzo, una volta ammesso un referendum, serve raggiungere il quorum del 50% + 1 degli elettori nel momento della votazione, il che non è scontato, soprattutto se la consultazione elettorale è indetta singolarmente e non assieme ad altre votazioni; per far capire, dal 1974 (anno del primo referendum abrogativo, quello sul divorzio) ad oggi il quorum è stato raggiunto in 39 consultazioni referendarie su 67.

Il ministro per l’innovazione tecnologica e la transizione digitale Vittorio Colao (immagine da LaPresse)

Toppe legislative

Vista la nascita della nuova modalità di firma, e le prospettive ad essa associata, è nata anche una discussione sui possibili correttivi istituzionali da applicare all’iter referendario. Per prevenire l’abuso di tale strumento, la proposta è quella di aumentare il numero di firme richieste, idea che circola da molti anni. La soglia di 500 mila fu fissata alla scrittura della Costituzione nell’art. 75; nel 1948 gli elettori erano circa 29 milioni e oggi sono 51 milioni, dunque, per mantenere la proporzione dell’epoca, le firme dovrebbero essere attorno alle 900 mila. Abbassare il quorum per approvare la votazione ed anticipare il controllo della Corte Costituzionale prima del raggiungimento del numero necessario di firme sono altre due ipotesi. Questi cambiamenti però non sono semplici da attuare dato che richiedono la modifica della costituzione.

Si possono applicare tutte le modifiche normative che si desidera, ma il punto centrale rimane il fatto che il successo o meno delle campagne referendarie, sia nel momento della raccolta firma che in quello della votazione, dipende da quanto i cittadini credano che questo strumento possa realmente incidere sulle priorità della classe politica in generale e sull’attività parlamentare in particolare. In definitiva, una maggiore consapevolezza di avere in mano la possibilità di apportare cambiamenti legislativi anche importanti può solo che migliorare la corrispondenza tra i desideri della popolazione e le scelte dei governanti, con buona pace di chi ritiene il parlamento sia l’unico, superiore, indiscutibile portatore di saggezza e verità.

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