Il caso Jack Ma

Pochi giorni fa, Alibaba – colosso cinese dell’e-commerce – ha ricevuto dal governo cinese una multa da ben 2,8 miliardi di dollari per aver violato alcune leggi del Paese in materia di concorrenza. Una cifra che corrisponde a circa il 4% del fatturato registrato dall’azienda nel 2019, anno macchiato dalle azioni illecite prese in esame dagli organi inquisitori. Il governo cinese ha anche disposto il divieto agli app store della nazione di continuare a distribuire il web browser di Alibaba.

Secondo alcune indiscrezioni la Cina starebbe pensando ad un piano per nazionalizzare Alibaba andando decisamente oltre alle indagini e ai provvedimenti presi fino a questo momento. Che i rapporti tra Jack Ma e il governo cinese non fossero rosei lo si era capito già ad ottobre dello scorso anno quando il proprietario di Alibaba aveva criticato duramente le politiche cinesi in ambito finanziario. Da quella dichiarazione di lui se ne sono perse le tracce. A fine 2020, addirittura, la Cina ha vietato alla stampa del Paese di parlare di lui e delle aziende a lui collegate.

Jack Ma, ex CEO di Alibaba (foto di Andrew Burton/Getty Images via Forbes)

Scomparso, pure dai media

La stretta sulla stampa è arrivata non per caso: Jack Ma acquistò sei anni fa lo storico quotidiano in lingua inglese di Honk Hong, il “South China Morning Post”. Il SCMP è uno dei simboli del settore dei media di Honk Hong che negli ultimi anni è stato messo a dura prova proprio dalle limitazioni imposte dal Partito Comunista Cinese, preoccupato anche dall’influenza mediatica che Jack Ma e i suoi soci hanno sulla popolazione del Sol Levante.

Il governo cinese, per non farsi mancare nulla, ha anche bloccato le iscrizioni alla Hupan University, fondata nel 2015 proprio da Jack Ma. L’ex CEO di Alibaba è un personaggio scomodo per il regime cinese e – essendo abituati ormai a tutto – l’ipotesi di una situazione simile a quella di Navalny in Russia potrebbe essere più di un semplice scenario immaginifico.

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