O perché la loro sovranità non sarà mai la nostra

Con lo scoppio della guerra in Ucraina, sono stati versati mari di inchiostro digitale per spiegarne le cause e proporre soluzioni. In questo dibattito si è andata affermando l’analisi realista della situazione, ovvero quella che vede l’invasione russa come la razionale risposta all’espansionismo NATO. Senza dover discutere se sia colpa della NATO o meno, questo è il punto di vista imperante tanto nei talk show presidiati da esperti, quanto nei bar del paese.

Il pensiero realista risulta seducente anche ai non addetti ai lavori perché offre spiegazioni tanto semplici quanto razionali a ciò che accade. Il suo appeal potrebbe anche però derivare da una serpeggiante voglia da parte di tutti di non mostrarsi come idealisti naïf, e quindi tingersi di quel manto cinico che fornisce apparente autorevolezza.

Nonostante questo, la scuola realista soffre di importanti mancanze. Questo articolo non è mirato ad affrontare tutte queste mancanze, e nemmeno a fare un’analisi completa di quella che è la scuola di pensiero delle relazioni internazionali più longeva. Proveremo invece a valutare due specifiche visioni, la prima quella di uno dei massimi rappresentanti contemporanei della scuola, John Mearsheimer, la seconda quella di un noto analista nostrano, Dario Fabbri.

Due analisi una sola visione del mondo

Nel video qui sopra si può osservare, in versione condensata, il pensiero di Mearsheimer riguardo la situazione ucraina. In 8 minuti, se si permette all’autore del presente articolo di fare un’affermazione forte, c’è il fallimento del pensiero realista. Già dall’inizio del video l’analista parte con quella che sembra una giustificazione “non metto in discussione che gli ucraini abbiano agenzia […] se gli ucraini fossero intelligenti “divorzierebbero” dagli USA”. Il video prosegue con delle affermazioni abbastanza categoriche. Anche se la Russia perdesse, nel farlo distruggerebbe l’Ucraina, e l’unica scelta (o quantomeno l’unica razionale) per i piccoli stati vicini a superpotenze, è quella di asservirsi; affermazione che mette in discussione quindi l’effettiva agenzia dei popoli “minori” e stona con quella a inizio video. Insomma dalla Power Politics non si sfugge, e se non sei una superpotenza la tua sovranità è dubbia, non importa cosa è “giusto” o no, l’importante è dove sta il potere.

In questo secondo video possiamo invece ascoltare una lucidissima analisi di Fabbri riguardo a quelle che dovrebbero essere le scelte italiane in ambito di politica estera. Il video è il seguito dell’analisi dell’attuale condizione strategica italiana. Fabbri è capace di dipingere un quadro incredibilmente minuzioso della nostra situazione, con limiti e potenzialità, andando ben oltre le mere osservazioni geopolitiche sfociando con maestria anche nell’antropologia e la storia.

Ci sono però momenti in cui vengono fatte delle osservazioni o delle proposte piuttosto preoccupanti. L’Unione Europea ad esempio, nell’analisi di Fabbri, risulta come una semplice arena dove le nazioni del vecchio continente si scontrano (diplomaticamente) per portare avanti i propri interessi, e il professore preclude qualsiasi possibilità di un serio sviluppo in senso integrativo dell’Unione; un’affermazione che potrebbe risultare quasi scandalosa per la gioventù europeista. Vengono inoltre ventilate le possibilità di estendere la nostra influenza ai paesi più piccoli o deboli a noi vicini, Albania e Libia prime tra tutti.

Un problema di fondo

Per riprendere ancora una volta le parole di Mearsheimer, per la scuola realista, “might makes right“, parlare di ciò che è “giusto” ti fa finire nei guai secondo il professore. Questa visione del mondo sminuisce in maniera terrificante il ruolo dell’ideologia, e semplifica eccessivamente il concetto di interesse nazionale.

Qualcuno potrebbe obiettare che l’ordine liberale internazionalista affermatosi dopo la caduta dell’URSS (e che ha soppiantato la dottrina realista alla Casa Bianca secondo questo articolo di Foreign Policy) sia semplicemente un’altra declinazione de “la forza crea il diritto” o “il giusto”. C’è sicuramente una parte di verità, ma non si può negare che l’ideologia internazionalista abbia portato gli USA talvolta ad andare contro i loro interessi nazionali. Si vedano gli impegni militari in Somalia e Afghanistan. E infatti si tratta di conflitti che la scuola realista afferma di poter evitare se venisse ascoltata dai policy-maker.

Oltretutto, la retorica che gli USA hanno contribuito ad affermare, quella della difesa della democrazia e dei diritti umani, seppure sia stata a volte usata per coprire atrocità imperialiste, ha al contempo gettato i semi per lo sviluppo di coscienze genuinamente democratiche ed umaniste, che oggi non temono di condannare le ipocrisie occidentali quando necessario.

manifestanti a Roma nel 2003 in occasione della guerra in Iraq – crediti: Time

Dove andare

La visione di Fabbri e Mearsheimer è quindi terribilmente pessimista in quanto non prevede alcuna possibilità di un sistema internazionale giusto, perché trova errato anche solo discuterne. Nel mondo “reale” gli stati piccoli e i loro popoli sono condannati ad essere satelliti dei loro vicini più forti. Eppure abbiamo visto che il ruolo delle idee e delle ideologie è più importante ed imprevedibile di quanto i realisti non credano. Lo stiamo vedendo anche adesso con l’Ucraina che sta rischiando di farsi distruggere nel nome del rifiuto della dominazione russa. Credere quindi che gli Ucraini possano divorziarsi dall’occidente in nome di un calcolo razionale di interesse nazionale, risulta piuttosto sciocco.

Il realismo è una scuola valida finché si limita all’aspetto descrittivo. Può esserci utile per farci capire come il potere si forma, si mantiene, e come interagisce con diversi soggetti. Tuttavia ha forti mancanze in ambito normativo proprio perché manca di una bussola morale, un sistema basato sulla forza è destinato a rimanere instabile, perché chi è forte oggi potrebbe non esserlo domani, o finire con l’autodistruggersi nel cercare disperatamente di mantenere il proprio potere. Ecco perché è necessario un sistema internazionale fatto di regole universalmente condivise, sistema che peraltro è da secoli che si rafforza e si affina.

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