I ribelli tigrini si avvicinano alla capitale e mettono alle strette il presidente

Origini del conflitto

I conflitti in Etiopia non sono certo una novità. Con più di 110 milioni di abitanti divisi in più di 90 gruppi etnici, le tensioni sono da lungo tempo presenti. Nel recente passato, il più importante punto di svolta è stato nel 2018 con la salita al potere di Abiy Ahmed. L’attuale presidente è stato insediato da una coalizione etnica che si era formata per togliere il potere dalle mani delle élite tigrine che avevano governato fino a quel momento. Abiy si era presentato come un leader democratico e riformatore, determinato a ripulire le istituzioni statali da corruzione e autoritarismo. Anche per questo il presidente ha sempre tenuto una linea dura con i tigrini (nel frattempo ritiratisi a nord) che rappresentavano la vecchia gerarchia.

Al primo accenno di ribellione nel Tigray il governo centrale ha quindi risposto con forza, invadendo la regione e conquistandone la capitale Macallè. Il presidente però non aveva tenuto conto che l’ex esercito etiope era in origine composto quasi per metà da truppe tigrine, i cui soldati e comandanti erano tra i più esperti e preparati. Il giornalista Gwynne Dyer ha infatti definito il Tigray una “Sparta africana”. I tigrini una volta riorganizzati, hanno infatti potuto riconquistare la capitale regionale e ad oggi avanzano verso Addis Abeba.

crediti: ISPI

Sviluppo dei combattimenti

La prima aggressione è avvenuta originariamente da parte delle truppe tigrine contro delle basi militari etiopi il 4 novembre 2020, a seguito della quale il presidente ha scelto di invadere la regione. Benché le truppe governative avessero preso il controllo di Macallè già lo stesso mese, dichiarando la guerra finita, le forze ribelli non erano state sconfitte ma si erano semplicemente ritirate.

Nell’estate del 2021 i conflitti si intensificano, i ribelli riprendono il controllo della loro capitale e, in risposta, Addis Abeba cinge d’assedio la regione. I flussi commerciali e umanitari vengono bloccati per costringere i tigrini alla fame. Se la strategia riesce nel portare quasi mezzo milione di persone alla fame, fallisce nello spezzare il morale dei ribelli, che riescono anzi a galvanizzare i locali contro il governo centrale.

All’inizio di questo mese i ribelli hanno annunciato la cattura di due importanti centri abitati sulla strada per Addis Abeba, Dessie e Kombolcha, a 380 chilometri dalla capitale. Queste vittorie fanno seguito alla conquista di un importante via di collegamento con il Gibuti, da cui passano importanti flussi commerciali. A inizio mese inoltre i ribelli si sono coalizzati nello United Front, che tra gli altri, include i ribelli oromo, la cui etnia è la stessa del presidente Abiy Ahmed.

Le forze federali non sembrano quindi in grado di arrestare l’avanzata ribelle. Il presidente ha negli ultimi giorni quindi proclamato lo stato di emergenza (misura che permette arresti arbitrari) e chiamato alle armi la popolazione civile. Sono misure disperate, come anche il patto etiope con la Turchia per l’ottenimento di droni armati, che nonostante siano armi formidabili, molti piloti e comandanti dell’aviazione erano di origine tigrina.

Il primo ministro etiope Abiy Ahmed (crediti: Il Giornale)

La posta in gioco

Mentre il presidente etiope affronta la sua ora più buia, il destino della nazione è incerto. Molti temono una balcanizzazione dello stato. Il problema di questa conclusione sarebbe l’impatto che avrebbe sulla regione. L’Etiopia infatti è il secondo paese più popoloso in Africa, e rappresentava fino a poco fa un motore economico regionale importante, con una crescita del PIL che ha raggiunto il +10% nel 2007-2008 e nel 2017-2018. In Etiopia c’è inoltre la sede dell’Unione Africana, importante organizzazione regionale che ha spesso affiancato le Nazioni Unite in operazioni di stabilizzazione.

Nel limbo ci sono anche le relazioni con l’Eritrea, recentemente riappacificatasi con l’Etiopia, ma così facendo resasi nemica delle milizie del Tigray con cui confina. E poi ancora sono messi in discussione gli equilibri con l’Egitto, con cui l’Etiopia aveva una disputa in corso per via della costruzione di una diga che avrebbe bloccato le acque del Nilo, disputa che aveva peraltro visto anche un ruolo ambiguo della Turchia. Insomma la posta in gioco è alta e le ripercussioni sugli equilibri regionali sono imprevedibili, tutto questo senza considerare il più grande rischio in cui si sta incorrendo: la morte di centinaia di migliaia di persone a causa della fame

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