Occidente e Russia sono a bordo delle rispettive automobili e si guardano in cagnesco, scontrosi. Più avanti, metri di pista, poi il baratro e come in “Gioventù bruciata” (1955) chi si butta per primo è un “chicken”, un pollo, uno smidollato; ma chi non si butta può sia essere vivo e vincitore sia precipitare, morire ed essere sconfitto ad un livello più profondo. Questo ,ovviamente, è un gioco dialettico, ma i fatti quelli no e proprio i fatti ci restituiscono un presente dove un paese democratico – l’Ucraina – viene aggredito e assediato da un paese – la Russia – guidato da una dottrina paranoica ed imperialista che ricerca, in un passato mitico, la rivincita nei confronti di un presente arido di gratificazioni in campo economico e sociale. 

Farsi delle domande e darsi delle risposte

Nonostante ciò va ricordato che il vero contendente della Russia, in questo caso, non è tanto l’Ucraina (realtà territoriale che nei deliri storici di Putin non raggiunge i requisiti minimi della statualità), quanto piuttosto l’Occidente. Questo strano soggetto fantasmatico – dai connotati di giorno in giorno sempre più ambigui – che risposta ha dato negli anni ai ripetuti tentativi della controparte di tastare il terreno?

A partire dal 2014 il regime di Putin si è seduto al tavolo dei giochi internazionali con l’audacia di chi vuole puntare, gradualmente, ma sempre più forte e vedere. Fino a che punto posso spingermi prima che l’ultima provocazione, stavolta, non passi liscia? Quanto posso rendere questo o quel paese dipendente dalle mie risorse energetiche, prima che se ne preoccupi seriamente? Quanto passerà prima che si accorgano che avveleno i pozzi dell’informazione?

Tutte queste domande hanno trovato gradualmente una risposta, o meglio un’unica risposta: “Con buona probabilità gli occidentali faranno ben poco”.

Questa conclusione, niente di più lontano dall’essere un’illuminazione o una geniale intuizione, ha preso forma gradualmente ed è sedimentata nella consapevolezza di Putin e della sua cerchia, di volta in volta rinfrancata dalle risposte deboli e disorganiche dei paesi europei

I giochi ripetuti: una cronostoria

Tutto ha inizio nel 2013/2014, in Ucraina. Il paese è governato da un premier filo russo, Viktor Janukovyč, e da un regime formalmente democratico, ma corrotto e sempre più inviso al popolo ucraino. Nel 2006-2008 il paese aveva formalmente fatto richiesta di ingresso nella NATO, spaventato dall’aggressività russa in occasione della guerra in Cecenia e della repressione dei separatisti georgiani. Mosca si dice contraria, l’Occidente temporeggia, poi lascia perdere. Nel frattempo l’influenza russa in Ucraina aumenta, il governo di Janukovyč è molto permeabile alle avance – che sanno di intimidazione – di Putin e concede sempre di più: soprattutto in termini di accordi militari. L’insofferenza del popolo ucraino esplode con le proteste di piazza che vedono il loro epicentro nella capitale Kiev. Le manifestazioni dell’Euromaidan chiedono un allontanamento dal regime di Mosca e contemporaneamente un avvicinamento all’Unione Europea. La polizia ucraina viene armata per la repressione delle proteste, nel frattempo i servizi segreti russi inviano dei cecchini, questa risposta violenta porterà ad oltre 100 morti civili e circa 1400 feriti. A questo seguirà la caduta del governo filorusso di Janukovyč e l’invasione da parte dell’esercito russo in Crimea, successivamente annessa tramite un referendum plebiscitario viziato da brogli.

Il 2016 vede le interferenze russe nelle elezioni americane e nella campagna referendaria che porterà a Brexit. Il metodo che si consolida è quello della destabilizzazione dell’opinione pubblica mediante la diffusione di fake news, portata avanti da siti di informazione compiacenti o direttamente legati a Sputnik (l’emittente governativa russa). I giornalisti che hanno seguito queste tematiche hanno sistematicamente ricevuto minacce e segnalazioni di massa da troll russi, in alcuni casi – come quello Iacoboni – sono stati direttamente minacciati da autorità russe.

Nel 2018 l’ex spia Sergei Skripal e sua figlia Yulia Skripal vengono intercettati da operativi russi che tentano di eliminarli utilizzando un agente nervino, il novichok. Le modalità sono simili a quelle utilizzate per l’omicidio del dissidente Alexander V. Litvinenko nel 2006 e che si ripeteranno nel 2020, questa volta con l’obiettivo di eliminare l’attivista politico e giornalista investigativo Alexei Navalny, inviso a Putin per le sue inchieste sulla corruzione del regime.

In questi sette anni, mentre in Ucraina si susseguono continue tensioni nelle regioni orientali (animate dall’attività dei separatisti filorussi), in Bielorussia il presidente autoritario Alexander Lukashenko, storico alleato russo, intraprende una serie di azioni illiberali con l’appoggio strategico di Mosca. 

E l’Occidente?

Mentre tutto ciò accadeva la risposta europea, e più in generale quella occidentale, è stata dura, nei casi migliori, solamente sul piano dialettico; negli ultimi tempi il presidente Biden aveva definito Putin “a killer”, non solo: regolarmente, dopo ogni nuova tensione causata dalla politica estera di Mosca sono seguite dure risposte – di nuovo, dialettiche – dei principali leader europei; Theresa May in occasione del tentato omicio Skripal, Angela Merkel per il caso Navalny e così via, una lunga serie di ammonizioni

Passando invece all’analisi degli atti pratici, delle azioni che normativamente dovrebbero seguire le parole; i principali provvedimenti intrapresi si sono limitati a sanzioni poco incisive (dal momento che non hanno mai toccato il motore dell’economia russa, il comparto energetico) ad espulsioni di agenti russi o a richiami di ambasciatori (generosamente ricambiati dalla controparte). 

Il risultato di questa strategia – che potremmo definire della “dura condanna, punto” – ha fornito, con il tempo, un profilo estremamente attendibile delle risposte occidentali. La ripetizione di questo “chicken game” ha confermato l’efficacia della strategia di Mosca e ha spinto di volta in volta Putin a provare una mossa più drastica o un bluff più ardito; con l’ulteriore vantaggio mediatico di far sembrare, ad ogni ripetizione del gioco, gli avversari sempre più deboli. 

L’esito del “chicken game”

Un decennio dopo l’Europa si scopre energeticamente dipendente da un suo antagonista, militarmente limitata dagli anacronismi della NATO e ridicolizzata sul piano mediatico da un dittatore che negli anni ha insinuato la voce del dubbio in parte dell’opinione pubblica europea, grazie al suo sistema di propaganda.

Tutto ciò ha chiaramente rappresentato dei costi anche per la Russia: la scarsa diversificazione economica e un’economia produttiva quanto quella spagnola, una popolazione impoverita, un’élite nazionale incapace di trovare un’alternativa a Putin, senza poi considerare la sempre maggiore dipendenza dalla Cina come unico partner commerciale dotato di una grande economia. Ma questo poco importa nelle dinamiche di un gioco, tra falchi e colombe, che ha l’unico obiettivo di soddisfare le nostalgie imperiali di un dittatore, cresciuto nel KGB e innamorato di quella vecchia guerra fredda con l’occidente che oggi crede di aver riportato in auge.

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