Giornalismo da balcone

di Pietro Angeli e Alessandro Bongiolo

Negli ultimi giorni l’isteria generale provocata da un ridicolo numero di casi di trombosi cerebrale ha sollevato accese, quanto infondate, discussioni sulla possibilità che a causarle sia stato uno degli ultimi e più discussi prodotti delle “Big Pharma”.

Data l’eccelsa qualità della stampa italiana, stupisce che nessun fine intelletto, armato di pennino e calamaio, Olivetti Lettera 22 o personal computer, abbia avuto la geniale illuminazione: il colpevole potrei essere io? Non vedendo questo spirito di fervente autocritica tentiamo qualche gioco statistico, nella speranza di stimolare un pacato dibattito sul tema delle responsabilità che potrebbero avere un ristretto numero di “privilegiati”, meglio conosciuti come giornalisti sportivi.

Guardando infatti ai freddi numeri possiamo notare che nel nostro paese NESSUNO dei 600 mila individui che hanno ricevuto entrambe le dosi del vaccino in questione ha presentato sinora sintomi di una possibile trombosi (fiato corto, dolore al petto, gonfiore alle gambe, dolore addominale, mal di testa persistente o visione offuscata). Purtroppo, la comunità scientifica non ha potuto garantire altrettanto per oltre 6 milioni di italiani che, tutte le mattine, mettono a repentaglio la propria vita aprendo i due principali quotidiani sportivi italiani, tantomeno per gli oltre 4 milioni che hanno compiuto il folle gesto di sintonizzarsi sulla “rete ammiraglia” Rai per seguire l’ultima amichevole della Nazionale.

Vizi italici

Ora, vista la correlazione (per la causazione si attende il giudizio dell’EMA) aimè schiacciante, pare inevitabile ricordare solo due casi assai emblematici capaci di descrivere la letale pericolosità del morbo del quale il giornalismo italico sembra essere untore, meglio conosciuto come: tedio da sciabolata morbida.

Primo di questi il recente successo di Luna Rossa nel contesto dell’America’s Cap, celebre competizione velistica che ha visto trionfare, indovinate? Esatto, il Royal New Zealand Yacht Squadron. Il risultato a detta dei commentatori è stato comunque straordinario, un vero esempio del genio ingegneristico italiano, un mirabile capolavoro sportivo italiano, “unica cosa pura in questo mondo folle e vile” direbbe qualcuno.

L’imbarcazione Luna Rossa (foto da: Eurosport)

Lungi dallo sminuire il risultato sportivo quello che ferisce l’intelletto non è tanto lo sporadico interesse per una disciplina elitaria e dimenticata, quanto piuttosto l’endemica retorica che ha accompagnato la vicenda tanto da dipingere l’evento, non secondo per importanza, alla leggendaria impresa velistica finanziata dalla corona spagnola qualche secolo orsono.

Secondo caso, a ben vedere significativo, la recente finale nel torneo ATP di Miami giocata dal tennista altoatesino Jannik Sinner. Nuovamente, a stridere non è stata la portata della vicenda sportiva in sé (certamente degna di essere raccontata), quanto i fiumi di inchiostro spesi e i relativi proclami degni di un cinegiornale italico.

Jannik Sinner (foto da: Eurosport)

Tali eventi si inseriscono in un più ampio contesto dove l’unica alternativa alla ridicola magniloquenza da ventennio sembra essere il tristo grigiore delle telecronache made in “servizio pubblico” o lo sguaiato parapiglia opinionistico che eccita alcuni dei più celebri studi televisivi.

Molte chiacchiere, poca sostanza

La sensazione è che i modi e lo stile appena descritti di raccontare lo sport derivino dal desiderio di dare più valore ad un avvenimento di quanto non ne abbia veramente agli occhi del pubblico; viene da pensare che ciò avvenga quasi per senso di inferiorità di alcuni commentatori sportivi verso altre categorie di colleghi. Volendo essere maliziosi, un’altra motivazione di questa eccessiva enfasi potrebbe essere l’irresistibile bisogno di mostrare ai lettori e agli ascoltatori quanto sia sofisticata la propria retorica.

Non che si voglia insegnare agli altri a fare il proprio mestiere, tuttavia il consiglio spassionato è di non prendersi troppo sul serio quando si parla di una partita di calcio o di un qualsiasi altro sport, ma ciò naturalmente vale anche per chi si occupa di altri temi (ogni riferimento ad Andrea Scanzi è puramente casuale).

Inoltre, i fenomeni sopracitati riguardano sia la carta stampata che la televisione e pertanto potrebbe essere che la necessità di vendere un prodotto mediatico, utilizzando retorica forzata ed eccessiva enfasi, sia inconciliabile con il fornire un’informazione sportiva seria. Ma per quanto consapevole che lo sport vissuto da spettatore sia intrattenimento e spettacolo, questo non significa che non si possa “pretendere” un giornalismo sportivo di qualità, che sappia sì narrare in modo accattivante ma anche redigere cronaca con professionalità. 

(Foto da Caffè in a magazine)

Sia chiaro poi che non si mette in discussione il fatto che nell’occuparsi di sport ognuno abbia il suo ruolo. Ad esempio, talk show sportivi che per scelta editoriale decidono di svolgere una funzione di intrattenimento, o al massimo di infotainment, è normale che seguano quella linea anche a scapito del dovere di cronaca. Questo tipo di prodotto è ovviamente ben accetto in un palinsesto televisivo, il punto è che anche programmi che hanno la pretesa di essere più seri peccano in competenza.

Infine non è da escludere che la sempre maggiore fruizione dello sport attraverso canali digitali, servizi streaming e di abbonamento possa cambiare e migliorare l’attività di racconto degli avvenimenti sportivi e l’informazione al riguardo. 

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