I fatti

La vicenda Djokovic è finalmente giunta ad una conclusione, per il momento. Il governo australiano ha deciso di respingere il tennista serbo dopo che la settimana scorsa era riuscito in modo borderline ad entrare nel Paese per giocare gli Australian Open. Del caso ne avrete sicuramente sentito parlare del caso, se ne è occupata anche la stampa non specializzata, proviamo comunque a riavvolgere il nastro degli avvenimenti e a fare un po’ di chiarezza in una faccenda complicatissima.

L’atterraggio in Australia

Il campione serbo, ritenuto da molti il più grande tennista di tutti i tempi, è sempre stato dichiaratamente scettico nei confronti dei vaccini e pertanto non ha ricevuto la somministrazione nemmeno di quello contro il Covid-19. Tuttavia, la vaccinazione è necessaria per poter partecipare ai prossimi Australian Open (il primo dei quattro tornei dello Slam in programma a Melbourne dal 17 al 30 gennaio), a meno di ricevere un’esenzione medica da parte di una commissione indipendente, come stabilito da Tennis Australia (l’organo organizzatore del torneo) in collaborazione con il governo dello stato di Victoria.

Ebbene, Djokovic (soprannominato Nole) era arrivato in Australia martedì 4 gennaio proprio grazie alla concessione di un’esenzione, si scoprirà successivamente dovuta ad una positività al Covid registrata a metà dicembre. Ciò aveva suscitato subito enormi polemiche, anche nel mondo della politica, per via del fatto che si riteneva fossero stati usati due pesi e due misure nei confronti di Novak rispetto ad una persona qualunque (o semplicemente ad uno sportivo non del suo calibro).

(credits: informazione.it)

Tuttavia, al momento di passare la frontiera all’aeroporto di Melbourne, nello stato di Victoria (l’Australia è un paese federale), Djokovic era stato respinto dall’Australian Border Force (ABF) per quella che inizialmente si credeva un’irregolarità del visto di ingresso ed era stato bloccato in aeroporto ed interrogato dalle autorità competenti. I suoi avvocati avevano subito presentato ricorso contro la decisione di respingimento e pertanto il numero uno era stato messo in isolamento e sotto osservazione al Park Hotel di Melbourne (luogo che gode di pessima fama), in attesa di chiarire l’esito dell’appello e quindi il suo status.

Troppa confusione

Il giorno dopo si è scoperto il nodo burocratico cruciale che inizialmente gli aveva impedito in entrare nel paese: notoriamente, la legge federale australiana (tramite l’Australian Technical Advisory Group on Immunisation) richiede di aver completato il ciclo vaccinale per poter entrare nel Paese, salvo esenzioni mediche, tra le quali non è prevista la guarigione dal Covid, e come sappiamo Djokovic non è vaccinato. La questione problematica, che gli ha poi permesso di passare il confine, è stata l’evidente incongruenza tra il governo australiano da una parte e Tennis Australia e il governo di Victoria dall’altra, ultimi due che invece accettano quel tipo di deroga alla vaccinazione.

Ulteriore punto di imbarazzo è il fatto che, secondo la stampa locale, il governo federale aveva più volte comunicato a Tennis Australia che non avrebbe accettato l’eccezione della guarigione. In buona sostanza, Djokovic, interrogato alla frontiera, aveva detto di aver fatto affidamento alle garanzie fornite da Tennis Australia e dallo stato di Victoria e la difesa dei suoi avvocati era stata quella di aver presentato tutti i documenti richiesti.

Djokovic con il suo team (crediti: Sky Sport)

La positività utile

Alla fine della scorsa settimana si è poi scoperto che Novak era risultato positivo ad un tampone il 16 dicembre, ma il termine per fare domanda di esenzione (appunto la positività al covid) all’organizzazione dell’Australian Open era il 10 dicembre, domanda che come sappiamo è stata accettata. Va specificato che questa deadline non ha nessun valore dal punto di vista legale, era solo una questione organizzativa di Tennis Australia, e non incide in nessun modo sulla validità o meno del visto.

All’inizio di questa settimana erano state rilasciata alla stampa le dichiarazioni fatte da Djokovic durante l’interrogato all’aeroporto di Melbourne. In quell’occasione il numero uno al mondo aveva confermato di non essere vaccinato e di essere stato positivo al covid in dicembre. Il punto critico, destinato a metterlo in una posizione scomodissima, è che sia comparso in pubblico in due occasioni nei due giorni successivi al riscontro della positività. Nole ha affermato che nella prima occasione non sapeva ancora di essere positivo, cosa difficile da credere perché il risultato del tampone era arrivato il giorno stesso del prelievo.

Dentro fuori

Fatto sta che lunedì 10 gennaio il giudice Anthony Kelly aveva annullato la cancellazione da parte del ABF del visto di Djokovic, il quale era quindi potuto entrare in Australia. Più precisamente, il giudice aveva preso atto del fatto che il governo federale, alla fine, avesse ritenuto non ragionevole l’annullamento del visto, per il fatto che non fosse stato dato sufficiente tempo al serbo di fornire prove contro la cancellazione di tale lasciapassare, si era trattato quindi di una discussione sui vizi di forma. La questione di merito, ovvero il possesso o meno dei requisiti per arrivare (restare) nel Paese, non era stata affrontata, nel qual caso Novak non avrebbe avuto (e non ha) nessun appiglio.

Alla fine, però, la storia si è conclusa come previsto, almeno per il momento. Nella giornata di venerdì il ministro dell’immigrazione Alex Hawke ha revocato il visto al tennista serbo in base ai suoi poteri discrezionali: “Oggi ho esercitato il mio potere ai sensi dell’articolo 133C(3) della legge sulla migrazione di annullare il visto di Novak Djokovic per motivi di salute e buon ordine, sulla base del fatto che ciò fosse nell’interesse pubblico”, un passaggio del comunicato del ministro.

Il ministro australiano dell’immigrazione Alex Hawke (sx) (credits: The Age)

I legali di Nole hanno deciso di presentare ricorso e l’udienza si terrà domani mattina (domenica) alla Corte Federale, non più alla Federal Circuit and Family Court della prima udienza. La seduta sarà presieduta da un solo giudice, come richiesto dall’avvocato del ministro, in modo che sarà eventualmente possibile ricorrere in appello. Nel frattempo Djokovic è stato riportato al centro di detenzione dov’era in precedenza, il Park Hotel a Melbourne.

Tornando alla decisione del ministro di cancellare il visto, questa è stata giustificata anche dal fatto che la figura di Djokovic alimenterebbe sentimenti anti-vaccino e incoraggerebbe alcuni cittadini ad ignorare le precauzioni contro il Covid-19. Gli avvocati del numero uno al mondo hanno sottolineato il problema di non considerare il “ritorno di fiamma”, invece, di un suo allontanamento dal Paese, nel senso di una radicalizzazione ancora maggiore dei suoi sostenitori no vax, contestando come non ci siano prove che la permanenza in Australia causi ulteriori opposizioni al vaccino.

Altro punto non banale: il ministro Hawke, nel giustificare la revoca nel visto, non è entrato nel merito della validità o meno dell’esenzione concessa a Djokovic (guarigione dal Covid), così come non era stato fatto nella prima udienza: “Mi baserò sull’ipotesi che il Sig. Djokovic è entrato in Australia in accordo con le disposizioni nei documenti ATAGI […] per lo scopo di questo procedimento mi baserò sull’ipotesi che la posizione del Sig. Djokovic sia corretta piuttosto che cercare di arrivare in fondo alla questione in questa occasione“. “In questo modo il Governo si è tenuto aperta la strada di contestare l’ingresso di Djokovic in Australia sul merito” scrive Ubitennis.

A questo punto sarà molto improbabile vedere Novak scendere in campo agli Australian Open.

Le opinioni

Per onestà metto subito a nudo i miei bias dicendo che provo una malcelata antipatia per il personaggio Djokovic; personaggio perché, nel bene e nel male, quello che vediamo di una persona famosa è solo l’immagine pubblica costruita da essa e dagli altri. Ma ciò non impedisce di riconoscere il fatto che su di lui sia stato riversato un astio francamente esagerato, frutto sicuramente del suo non essere vaccinato e per questo comprensibile da parte dell’opinione pubblica australiana, ma che lascia il tempo che trova se proveniente dal resto del mondo.

Trasformato nel capro espiatorio della galassia No Vax, la sua vicenda ha fatto godere i molti che speravano, in modo del tutto gratuito, in una sua cacciata dall’Australia, mostrando ancora una volta come in quest’epoca le identità facciano fatica a formarsi al di fuori della contrapposizione a qualcuno o qualcos’altro. Altresì va riconosciuto che il serbo non ha mai fatto nulla per distanziarsi dal mondo anti-vaccinista e ciò diventa un problema se l’estremismo No Vax lo eregge a capopopolo.

Follemente incurante

Una cosa però va detta. C’è la forte impressione che lui si senta al di sopra delle regole (inevitabile a quei livelli di celebrità?) e questo legittimamente crea fastidio un po’ a tutti. Visti gli sviluppi della vicenda risulta sempre più difficile credere che fosse in buona fede e che non abbia cercato di fare il “furbo” sfruttando le finestre lasciate aperte dalla burocrazia australiana.

In più, non si può ignorare il fatto che personaggi pubblici del suo calibro hanno delle responsabilità “educative” anche al di fuori della mera competizione sportiva, responsabilità che non sempre è stato in grado di rispettare (a settembre scorso era stato fotografato assieme a Milan Jolovic, ex comandante di una forza armata che partecipò al massacro di Srebrenica, e a Milorad Dodik, ex presidente della Serbia che in passato ha negato tale genocidio), e che rispetterebbe appieno se avesse compiuto scelte diverse riguardo ai vaccini, a maggior ragione in questo periodo.

E a proposito di responsabilità, un comportamento gravissimo rimane, e probabilmente lascerà strascichi per lui molto infelici. Come già scritto, nonostante fosse consapevole di essere positivo, Nole ha deciso di partecipare a due eventi pubblici in Serbia (un incontro con dei ragazzi al Novak Tennis Centre e un’intervista a L’Équipe), venendo quindi a contatto con altre persone, fatto inqualificabile e ingiustificabile non solo dal punto di vista sanitario, ma quanto da quello di immagine pubblica e di ottemperanza del ruolo che ha scelto di ricoprire intraprendendo quella carriera. La sua affermazione che l’esito del tampone sia arrivato solo il giorno dopo averlo effettuato non è supportata dai fatti e a nulla valgono le sue scuse: “Mentre tornavo a casa dopo l’intervista per procedere al mio isolamento, ho valutato di aver commesso un errore di giudizio e sono pronto ad accettare che avrei dovuto rimandare l’impegno

Novak Djokovic ad un evento a Belgrado il giorno dopo il riscontro della sua positività al Covid (crediti: Open)

Oltre lo sport

Chi semina vento dunque raccoglie tempesta, e le prese di posizione di Djokovic sui vaccini di certo non hanno aiutato ad evitare le critiche. Per non parlare delle dichiarazioni del padre di Novak, non nuovo a statement eufemisticamente discutibili. Srdjan Djokoivc ha paragonato il figlio a Gesù perseguitato e lo ha eretto a paladino del “mondo libero”, con la sua solita retorica sproporzionata rispetto alla realtà dei fatti e sobillatrice del pensiero Serbia contro il mondo. La vicenda si è colorata inevitabilmente anche di nazionalismo e il presidente serbo ha volute far sapere che “Serbia will fight for Novak, truth and justice. Novak is strong, as we all know”, salvo poi ridimensionare le su posizioni; non gli ha portato fortuna.

Insomma, un ambiente di fanatismo sportivo, che si trasforma in culto della persona, per poi arrivare ad un nazionalismo tutt’altro che rassicurante (almeno per il sottoscritto), passando per il fanatismo religioso; andando così a radicalizzare le frange più estreme dei suoi tifosi e contribuendo a creare un clima di astio e frustrazione con le fanbase più sfegatate degli atri due big del tennis mondiale, Federer e Nadal, più di quanto non ci sia già.

Complici del danno

Anche la controparte australiana ha le sue colpe, incastrata in una babele burocratica da far invidia ai legislatori nel nostro Paese. Le incongruenze fra le regole stabilite dal governo federale e quelle stabilite dal governo di Victoria e da Tennis Australia derivano o da una mancanza di comunicazione non accettabile a questi livelli o da una deliberata scelta da parte di Tennis Australia provare ad avere a tutti i costi Djokovic al via del torneo, cosa non escludibile visto la portata commerciale di avere il numero uno al mondo come lui.

A tal proposito, vergognoso ciò che è accaduto alla tennista ceca Renata Voracova, coinvolta in una situazione simile a quella di Nole. Voracova è entrata nel Paese da non vaccinata grazie ad un’esenzione dovuto ad una recente infezione da Covid-19, ma dopo l’esplosione del caso Djokovic le è stato annullato il visto ed è stata rispedita a casa. “Hanno esaminato attentamente i miei documenti ovunque, ma non hanno fatto storie. Il Servizio federale di frontiera mi ha rilasciato immediatamente”, ha detto la tennista riferita al momento di ammissione nel paese, “Ho fatto tutto ciò che mi hanno chiesto di fare. A quanto pare l’Australian Tennis Association ci ha dato istruzioni sbagliate”.

Il primo ministro australiano Scott Morrison (credits: InsideOver)

Tornando alla questione principale, c’è poi un aspetto di politica interna. L’opinione pubblica australiana ha maldigerito la possibilità che ad una persona non vaccinata venisse concessa una deroga dopo tutti i sacrifici fatti negli ultimi due anni, soprattutto a Melbourne, che l’anno scorso ha vissuto un lockdown lunghissimo di nove mesi. Non a caso, nel suo comunicato di revoca del visto al campione serbo, il ministro Hawke ha detto che “Il governo Morrison è fermamente impegnato a proteggere i confini dell’Australia, in particolare in relazione alla pandemia di Covid”

Il premier australiano Scott Morrison ne è ovviamente consapevole e a parole ha spinto affinché non ci fossero trattamenti di favore, ma al contempo deve rispondere della confusione creata dagli apparati del suo stato. Il premier ha scaricato la colpa dell’accaduto su Tennis Australia, il governo di Victoria accusa quello federale di mancanza di chiarezza, mentre per l’opposizione l’Australia è oggetto di derisione dal resto del mondo.

Insomma una vicenda che a memoria non ha precedenti e che lascerà pesanti strascichi, soprattutto per Novak, il quale forse si è reso conto che il gioco non è valso la candela; anche se la sensazione è che da questa storia entrambe le parti ne escono sconfitte, qualunque sarà la conclusione definitiva.

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