Come le posizioni politiche sulle foibe sono cambiate e per quale motivo

Come ogni anno accade per la Festa della Liberazione e per il Giorno della Memoria, anche la Giornata del Ricordo non è esente da scontri a livello politico sul tema delle foibe.

A riguardo, scontri e revisionismo si sono susseguiti in Italia dalla fine della Seconda Guerra Mondiale fino ad oggi; essi non riguardano tanto sui fatti storici, bensì sulle responsabilità e sul significato di eventi che si inseriscono nella più ampia e complessa questione del confine orientale.

Il confine orientale e la questione etnica

Con l’espressione “confine orientale” facciamo riferimento alla regione dell’Alto Adriatico, che è stata nei secoli un crocevia di diverse etnie, in particolare italiana, slava e tedesca. Dopo essere stata governata dall’Impero Austro-Ungarico, parte della regione venne annessa al Regno d’Italia, cui si aggiunse anche la città di Fiume nel 1924 in seguito al Trattato di Roma.

E’ necessaria a questo punto una precisazione: nonostante la presenza nell’Alto Adriatico di una comunità di lingua e cultura italiana, accanto alla quale ve ne erano delle altre non italiane, la regione non fece mai parte fino alla fine della Grande Guerra dell’Italia, visto che, prima di essere un territorio dell’Impero Austro-Ungarico, essa era della Repubblica di Venezia.

I governi italiani del primo dopoguerra iniziarono ad attuare un processo di assimilazione forzata per far fronte alla presenza di diversi popoli e culture, in particolare di etnia slava, nella regione; ma fu con l’avvento del regime fascista che queste politiche di assimilazione assunsero una natura ben più brutale e repressiva.

Un avviso diffuso da alcuni squadristi che intima l’utilizzo della lingua italiano a Dignano, in provincia di Udine (credits: Wikiwand)

In verità, già a partire dal 1919 le squadre fasciste iniziarono il violento processo di italianizzazione delle popolazioni slave, arrivando a dare alle fiamme nel 1920 l’Hotel Balkan, uno dei centri culturali più importanti per le organizzazioni slovene, un evento che rimase impresso nella memoria della popolazione di etnia non italiana.

La guerra mondiale

Il regime fascista arrivò a vietare anche le messe in lingua non italiana, contribuendo a fomentare le tensioni sociali nella regione che scoppiarono in occasione dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale. Dal 1941 al 1943 il regime mussoliniano, che nel frattempo aveva ampliato i propri territori con la creazione della provincia di Lubiana e del governatorato della Dalmazia, fece giustiziare e internare in campi di prigionia migliaia di civili e non della zona.

Con l’armistizio dell’8 settembre 1943 scoppiò una violenza di matrice sociale, ideologica, politica, personale e nazionalista senza precedenti che travolse militari e civili italiani che vivevano nei territori interni dell’Istria e che vennero presi di mira in quanto “rappresentanti” della precedente amministrazione italiana nella regione istriana.

In questo periodo i partigiani del Movimento Popolare di Liberazione Jugoslavo iniziarono a gettare nelle foibe tutti coloro che venivano catturati e giustiziati, partica che continuò, in misura maggiore, nelle ultime settimane del conflitto.

I massacri del 1945 e l’esodo giuliano-dalmata

Fra la seconda metà di aprile e i primi giorni di maggio del 1945, i partigiani di Tito occuparono interamente la Venezia Giulia e proclamarono l’annessione della regione alla Jugoslavia: iniziò così il secondo e più violento capitolo dei massacri delle foibe: l’O.Z.N.A., la polizia segreta jugoslava, iniziò ad arrestare, deportare, giustiziare e “infoibare” militari e civili, italiani e non, considerati d’intralcio all’annessione dei territori che un tempo erano regioni orientali del Regno d’Italia.

L’ultimo atto della questione del confine orientale ebbe inizio nel 1946 e si concluse nel 1956: nel giro di un decennio dai territori della Venezia Giulia, dell’Istria, del Quarnaro e della Dalmazia (territori inizialmente occupati e poi quasi tutti annessi alla Jugoslavia in seguito al trattato di Parigi del 1947) fra le 250 mila e le 350 mila persone di lingua e cultura italiana fuggirono per trovare una nuova casa in Occidente, lontane dalla dittatura comunista creata da Tito.

(credits: Internazionale)

La Prima Repubblica, fra silenzio e minimizzazione

Questi eventi erano noti già dalla fine del secondo confitto globale e nessuno ne ha mai contestato la veridicità, ciò nonostante durante la Prima Repubblica ci fu silenzio e minimizzazioni da parte dei partiti e delle istituzioni avvolsero il tema delle foibe.

Il Partito Comunista di Togliatti non gradiva che si parlasse dei massacri in Istria e Venezia Giulia: in primis per impedire che i crimini di guerra commessi dai partigiani titini macchiassero l’immagine pubblica e la memoria della Resistenza. 

In secondo luogo, fino al 1948, sia la Jugoslavia che il Partito Comunista italiano tenevano una posizione filosovietica e stalinista, quindi è plausibile pensare che per una questione di fratellanza ideologica i comunisti italiani volessero coprire gli omicidi compiuti dai comunisti jugoslavi nel ’43 e ne ’45.

Anche dopo la rottura fra Stalin e Tito, Togliatti cercò di tacere o minimizzare la questione delle foibe e dell’esodo, anche per evitare che venisse alla luce il ruolo che ebbe durante la guerra nell’incoraggiare i comunisti della Venezia Giulia a collaborare con i partigiani titini nell’occupazione della regione che, a tutti i costi, non doveva finire nelle mani degli “imperialisti” anglo-americani.

Sulla base di queste motivazioni possiamo capire come mai il Partito Comunista Italiano per lungo tempo additò gli esuli dell’esodo giuliano-dalmata come borghesi o “fascisti in fuga” per motivi ideologici dal paradiso comunista jugoslavo e per quale motivo accusò le informazioni riguardanti le foibe di essere notizie generate da “propaganda reazionaria”.

I democristiani tacquero invece sulla questione delle foibe per due motivi: la Jugoslavia era un importante attore nel contesto della Guerra Fredda e i rapporti italo jugoslavi vennero normalizzati negli anni’60. Anche per questi motivi, la Democrazia Cristiana non volle incrinare i rapporti diplomatici con Tito, posizione condivisa anche dai comunisti dopo la morte di Togliatti.

Palmiro Togliatti (credits: FIRSTonline)

La fine della Guerra Fredda

La caduta del Muro di Berlino e la fine della Guerra Fredda aprirono un nuovo capitolo sui massacri delle foibe: nel 1991, per la prima volta, un presidente della repubblica italiana, Francesco Cossiga, chiese pubblicamente scusa per il silenzio che per troppo tempo aveva avvolto tali vicende. Nuove opportunità di riflessione e approfondimento emersero, squarciando sempre più il velo di omertà e falsificazioni degli anni precedenti.

Il presidente della Repubblica Francesco Cossiga si inginocchia durante al visita a Basovizza
Il presidente della Repubblica Francesco Cossiga si inginocchia durante al visita a Basovizza (credits: Wikipedia)

Al di là degli ambienti comunisti e post comunisti che accusarono il processo di riflessione storiografica sulle foibe di essere frutto della propaganda nazifascista atta a riportare in auge un sentimento neo-irredentista italiano, emersero anche nuove interpretazioni circa i massacri perpetrati in Istria e Venezia Giulia.

In particolare si fece strada l’ipotesi della pulizia etnica compiuta dai partigiani jugoslavi ai danni della popolazione di lingua e cultura italiana per annettere nuovi territori alla Jugoslavia.

Questa ipotesi fu sempre presente negli ambienti neofascisti della Prima Repubblica e che anche gli eredi del PCI, ovvero i membri del Partito Democratico della Sinistra, iniziarono a sostenere per crearsi una nuova identità politica di stampo più nazionale, dimostrando di avere a cuore le sofferenze degli italiani subite a causa degli stranieri.

I partiti politici del secondo governo Berlusconi, sostenitori dell’interpretazione sopracitata, proposero e approvarono la legge che istituì il Giorno del Ricordo per commemorare le vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata; anche i partiti politici di sinistra la votarono, fatta eccezione per Rifondazione Comunista.

Lungi dall’essere un tentativo di storicizzare quegli avvenimenti, la legge serviva a “compensare” il Giorno della Memoria e la Festa della Liberazione e infatti ancora oggi molti considerano il Giorno del Ricordo una festa di destra.

(credits: Comune di Scandicci)

La situazione odierna

Oggigiorno la narrazione non è molto diversa: i principali partiti di destra quali Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, nonché gli ambienti di estrema destra, sostengono che i massacri delle foibe furono un tentativo di genocidio nei confronti degli italiani. Essi hanno anche tentato di equiparare l’Olocausto ai massacri delle foibe, proponendo una modifica dell’articolo 604 bis del codice penale che prevede la detenzione per la negazione o la minimizzazione riguardo la Shoah, i crimini di genicidio, i crimini contro l’umanità e i crimini di guerra.

Tali partiti di destra, inoltre, accusano di riduzionismo e di negazionismo coloro che tentano di contestualizzare i massacri delle foibe, ovvero coloro che cercano di presentare in maniera storica tali avvenimenti. Sono in particolare i partiti di sinistra ad essere accusati ed essi, a loro volta, accusano la destra di strumentalizzare politicamente le tragedie dell’Istria e della Venezia Giulia.

Storia e memoria

Ma perché tutto ciò accade? Se gli storici e gli stessi politici sono concordi su quanto accaduto, per quale motivo, da ottant’anni a questa parte, si susseguono minimizzazioni e ipotesi di genocidi quando si parla delle foibe? Perché le interpretazioni e le opinioni dei politici e, spesso, anche delle persone comuni, non hanno nulla a che vedere con la storia?

Quando ci apprestiamo a riflettere sulle foibe, sull’olocausto, sull’esodo giuliano-dalmata, ecc…, quello che spesso facciamo è ricostruire e ripensare a quegli avvenimenti non in maniera oggettiva, ma basandoci sulla memoria e sui racconti di chi visse in prima persona quei fatti, una memoria che è soggettiva e che porta necessariamente ad esprimere dei giudizi di valore.

Lo storico prescinde dai giudizi di valore: il suo compito è quello di raccontare gli avvenimenti nel modo più oggettivo possibile, basandosi sul contesto e sulle motivazioni per le quali essi accaddero, non per giustificarli, ma per comprenderli e poterli spiegare al meglio. Alcuni eventi però non possono e forse non devono essere storicizzati, la loro importanza e il loro significato sono troppo importanti per essere ridotti ad un racconto oggettivo: essi devono continuare a insegnare alle nuove generazioni quanto di buono e cattivo ha fatto e può fare l’uomo. La memoria di massacri e tragedie non dovrebbe essere utilizzata per creare divisione e odio nel presente, bensì dovrebbe fungere da monito e da motivo per stringerci nella commemorazione di tutti coloro che persero la vita a causa di esse.

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