“Italia solitaria, nel paesaggio dopo la battaglia”, così canta Vasco Brondi nella traccia che dà il titolo al suo nuovo progetto, il primo dopo la fine de Le luci della centrale elettrica, uscito lo scorso 7 maggio. 

Vasco si presenta ora, solo e cresciuto, ma con ancora nella memoria interna gli amici con cui ha condiviso le sue grigie giornate padane, le quali tornano oggi sotto una luce diversa, guadagnatasi con i viaggi, gli scambi umani, ben al di là del concetto di successo.

Il disco, secondo un’abitudine cara all’artista, e debitrice alle sue doti di scrittore, esce, in edizione limitata, con Note a margine e macerie, taccuino degli appunti e insieme riflessione sul presente e il futuro di questo paese, visto nella sua ora più buia degli ultimi decenni.

Ma ci sono anche l’India, le rotture sentimentali e il freddo a Lampedusa con i suoi miti e le sue creature antiche. Chi troviamo a parlarci nel 2021 di cultura classica? Chi è portatore di un animo così imprendibile, così necessario? Beh, una proposta ce l’ho.  

L’amore si spande e si consuma lungo le autostrade, in solitaria, grazie a ritmi lontani e poeti. 

Note a margine e macerie non è un diario del lockdown, ma un’occasione di rinascita; se conoscete Cosa racconteremo di questi cazzo di anni zero, uscito nel 2009 e di fatto impasto densissimo di immagini e ricordi di Vasco, vi emozionerete non poco a scoprire quanti anni siano passati, quanta maturazione umana e artistica derivino da un pellegrinaggio a piedi lungo il mondo, a vedere come la sua voce viaggi su altre coordinate, ma sia fedele a se stessa

L’arte è qui necessità espressiva, lo è sempre stata, dalle urla disperate ai toni dimessi; non c’è pezzo, in prosa o cantato, che non risponda al bisogno fortissimo di Brondi di portare amore universale. La sua polemica non è verso questo o quel politico, è verso l’umanità tutta, affinché non spenda male i suoi 26.000 giorni e le ricorda il suo statuto di “forma di vita sul terzo pianeta del sistema solare”. Quanto amore e quanta pace nella voce lenta e persa nei suoi giri. 

Chitarra nera appare per prima online e ci colpisce subito, liturgica e catartica, struggente all’inverosimile, con quel

La casa dove stavamo è diventata famosa,

La zona è migliorata, adesso vale una fortuna

che ci riporta alla casa in cui, agli esordi, viveva con tutti i suoi amici, quando

Ero un cameriere vestito bene, e quella casa adesso è un cantiere. E non ci resta che scoppiare a ridere a dirotto. e quando ci incontriamo fare finta di non vedersi e poi spararsi alle spalle. ma con l’amore necessario a fare passare la pallottola da una parte all’altra senza sfiorare nessun organo vitale.

Cosa racconteremo di questi cazzo di anni zero (BALDINI & CASTODI, 2009)

L’amicizia è da sempre centrale nella sua produzione, forse memore di quell’attaccamento tra le anime capace di generarsi solo tra veri poeti, penso a Vittorio Sereni e Attilio Bertolucci, a Jack Kerouac e Allen Ginsberg, alle debolezze individuali che si abbandonano ai piedi di certi paesaggi, di certe intuizioni. 

Vasco ci offre un Apparato critico poetico di questo straordinario album, aiutandoci a ricostruire filologicamente le immagini e le sue scelte di stile, sempre azzeccatissime. A proposito di Chitarra nera, ad esempio: 

Era un racconto di qualche pagina, ho tolto delle parti e l’ho registrato sulla musica come per liberarmene, con la mia voce normale, senza neanche cantare. Irrimediabile perdita, irrimediabile fiducia. Ci vediamo nella prossima vita. Mi ricomincerai a salutare, ti ricomincerò a salutare. Un poema, noi due come i miti greci ma da noi non si impara niente e con te adesso non ci parlo neanche. 

Un rapporto questo, con la parola, strettissimo e che non lascia scampo, le frasi si lanciano nel mondo, ci si libera di un peso- e qui di nuovo mi viene alla mente il grande Sereni, che in I versi, ci diceva: 

Si fanno versi per scrollare un peso

e passare al seguente.

V. Sereni, I versi, in Gli strumenti umani (Einaudi, 1965)

Una crisi ben diversa, quella del dopoguerra italiano e quella del post-pandemia, ma la volontà di andare al di là di quanto la realtà possa offrire in apparenza è la stessa, la rinascita in attesa dietro a tutto quello che abbiamo sempre codificato.

Tutte le nostre cifre non valgono niente in confronto al ritratto dell’India, alle persone incontrate lungo la strada, impossibili a capirsi a parole, utilizzano altri linguaggi. 

Per Vasco scrivere il disco è stata una battaglia, così dice. Per noi è invece un grande regalo, un respiro profondo che sa di pioggia estiva (non ha mai fatto caldo nelle sue canzoni) e di volontà di percorrere la terra a piedi nudi. 

Senza sapere cosa si cerchi, senza rincorrere nessuno, ma con il proprio, personalissimo e incalzante, ritmo. 

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