Esperimenti di democrazia elettronica

In un decreto dello scorso 9 luglio la ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese e il ministro per l’Innovazione tecnologica, Vittorio Colao, hanno annunciato l’inizio di un processo di sperimentazione del voto elettronico per le votazioni politiche, europee e nei referendum. Nelle sue fasi iniziali la sperimentazione prevederà una serie di simulazioni di voto e scrutinio; esaurita questa prima fase è prevista invece la sperimentazione del sistema in una vera e propria votazione ufficiale, avente questa volta valore legale.

Una piccola vittoria per il M5S

L’iniziativa proviene dal presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Giuseppe Brescia (M5S), e prevede uno stanziamento di 1 milione di euro disposto ancora nella manovra economica del 2020. I promotori dell’iniziativa hanno motivato la sperimentazione sostenendo la necessità di facilitare le modalità di voto per una platea di aventi diritto che al momento sembra comprendere: italiani residenti all’estero, cittadini lontani dalla propria residenza per motivi di studio o salute (circa 7,5 milioni di cittadini italiani).

Il parlamentare grillino ha tenuto a sottolineare come l’evento rappresenti un primo passo storico verso una possibile democrazia digitale che garantisca il diritto di voto universale dei cittadini. Parere questo, sul voto online, che non sembra essere stato dunque intaccato dalle recenti frizioni che hanno portato la rottura tra lo stesso Movimento 5 Stelle e Rousseau, ormai ex fornitore dei servizi di voto e co-fondatore del partito.

La sperimentazione

Scendendo nel concreto, la sperimentazione andrà ad interessare una particolare modalità di voto digitale, quella via web, che prevede quindi l’utilizzo dei dispositivi personali dei cittadini o di apposite “stazioni di voto” e che consentirebbe il voto tramite un processo di autenticazione, si immagina analogo al sistema SPID.

Se tuttavia i vantaggi del voto elettronico via web sono di facile individuazione, le esperienze pregresse in tale ambito inducono a nutrire serie e fondate preoccupazioni sulla sicurezza dei mezzi ad oggi a nostra disposizione.

Le principali critiche riguardano due aspetti chiave delle procedure e degli standard per una votazione libera, regolare e sicura: anonimato e fiducia del cittadino nel mezzo, come stabilito dall’art. 48 della Costituzione.

Dubbi e possibili minacce

I dubbi che si legano alla tutela di questi due requisiti riguardano tre principali aspetti del voto elettronico online:

  1. Il software che permette il funzionamento del sistema di voto attraverso il dispositivo presenta una lunga lista di vulnerabilità difficilmente riscontrabili a causa della complessità dei sistemi informatici, anche nel caso in cui essi siano in linea teorica trasparenti e pubblici (come i sistemi open-source). Gli stessi analisti forensi testimoniano come stabilire un attacco informatico sia complesso e le modalità siano imprevedibili.
  2. Il trasporto dei dati similmente scopre il fianco a pericoli di diverso tipo, che vanno dalla possibilità di trafugare o manomettere le pendrive dove trasferiti i dati, alla possibilità invece, qualora il trasferimento avvenga online tramite un server, di “ostruire” il passaggio dei risultati. Le implicazioni di una tale eventualità sono di un’autoevidente gravità, senza tener conto di come circa il 5% dei dispositivi attivi sia stimato essere interessato dalla presenza di malware (la varianza delle stime oscilla dal 5 al 60%).
  3. Infine, il conteggio dei voti, pur divenendo un’operazione certamente più rapida, sarebbe comunque passibile di alterazione a livello software e a quel punto impedirebbe ogni controllo fisico dal momento che una correlazione voto-esito-dispositivo comprometterebbe l’anonimato del voto.

Altri casi di sperimentazione

Sperimentazioni non dissimili da quella italiana sono già state tentate da diverse democrazie occidentali. Svizzera e Germania avevano avviato un progetto che avrebbe dovuto consentire lo svolgimento delle rispettive elezioni federali attraverso il sistema di voto elettronico, salvo abbandonarlo entrambe al manifestarsi di gravi criticità legate alla permeabilità dei sistemi di voto. La stessa Corte federale tedesca, in una sentenza del 3 marzo 2009, ha affermato come tale modalità non garantisca i necessari standard di controllo.

Brogli su larga scala

Le considerazioni sul voto elettronico sopra riportate non negano le possibili criticità dell’attuale sistema “analogico-cartaceo” ma semplicemente servono a rendere un concetto fondamentale da tenere ben presente quando ci si appresta a cercare di innovare i sistemi di voto, ovvero la scalabilità delle possibili azioni di sabotaggio. La manomissione e i brogli su larga scala necessitano, allo stato attuale, di un’ampia organizzazione e di un livello di penetrazione del fenomeno eversivo profondo e diffuso (si pensi ai casi di elezioni in democrature illiberali come la Russia); diversamente un attacco hacker volto a compromettere un esito elettorale può essere sferrato ovunque nel mondo, da un gruppo ristretto di agenti capaci di operare senza lasciare potenzialmente tracce.

(Foto di copertina da Agenda Digitale)

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