La personalità

È morto a 85 anni Frederik Willem de Klerk, ultimo presidente bianco del Sudafrica. De Klerk era nato a Johannesburg nel 1936. Veniva da una famiglia di politici bianchi, legata al Partito Nazionale sudafricano, che aveva adottato la maggior parte delle politiche di segregazione razziale artefici e sostenitrici del regime dell’apartheid.

Anche de Klerk si formò in quell’ambiente: studiò legge in un’università cristiana del Sudafrica e nel 1972 fu eletto al parlamento col Partito Nazionale, diventando ministro nel 1978 e leader del partito nel 1989, anno in cui divenne anche presidente. De Klerk aveva fama di conservatore, come ministro dell’Istruzione non aveva fatto nulla per porre fine alla segregazione razziale nelle scuole.

Una costruzione anacronistica e socialmente inaccettabile

In quel tempo, il mondo stava cambiando rapidamente. Crollava il Muro di Berlino. L’anno successivo si sarebbe disgregata l’Unione Sovietica. L’apartheid non aveva un futuro.

La rivolta dei neri sudafricani oppressi durava da anni, con conseguenti morti; all’estero il Sudafrica era oggetto di una campagna globale di boicottaggio, a cominciare dagli Stati Uniti (tuttavia non dall’amministrazione Reagan); lo slogan Free Nelson Mandela era scandito da tutto il globo. Il regime sudafricano non trovava più sponde.

La svolta di de Klerk apparì rivoluzionaria, ma non aveva niente di profetico. Il suo scopo non era quello di riparare un torto indicibile, come l’ex presidente sembra sostenere nel suo messaggio postumo, bensì salvare la faccia dei nazionalisti bianchi sudafricani, il popolo eletto, secondo loro.

Egli si convinse perciò di dover dialogare con la maggioranza nera anziché tenerla segregata, ma il giudizio sulle sue scelte è spesso distinto da quello sulle sue motivazioni: “non ha detto che l’apartheid sia cattivo o immorale, ma che ha deciso che non può più funzionare”, riferì un diplomatico americano responsabile di seguire gli sviluppi della fine del regime. De Klerk riceveva pressioni sia dai paesi democratici sia dalla comunità internazionale.

De Klerk apre alla maggioranza nera (con riserve)

Dopo quasi 30 anni di prigionia, de Klerk liberò Nelson Mandela e altri oppositori politici.

Nel suo discorso de Klerk annunciò un cambio radicale nei rapporti tra bianchi e neri, che avrebbe dovuto dare vita ad un “nuovo Sudafrica”. A motivarlo furono fattori diversi, alcuni anche legati a sue convinzioni cristiane, ma influirono soprattutto le enormi proteste pubbliche contro l’apartheid a cui si aggiunsero le pressioni internazionali sul governo per la sua abolizione.

Nel 1991 istituì insieme a Mandela la Convenzione per un Sudafrica democratico con l’obiettivo di creare un nuovo governo eletto da tutti i cittadini e nel 1992 indisse il referendum tra i sudafricani bianchi: due terzi di loro approvarono la dissoluzione del sistema dell’apartheid, attuata poco dopo.

Frederik de Klerk con Nelson Mandela nel 1994 (crediti: Corriere della Sera)

Il Nobel e i dissapori con Mandela

Nel 1993 Mandela e de Klerk ricevettero congiuntamente il premio Nobel per la Pace. I rapporti tra i due diventarono più complicati negli anni successivi. Mandela lo definì sempre “un nemico” con cui aveva raggiunto un accordo di pace.

Nel momento in cui si tennero le prime elezioni libere a suffragio universale del Sudafrica, nel 1994, Mandela vinse ottenendo più del 60 per cento dei voti, mentre de Klerk si fermò al 20 per cento.

Mandela venne eletto presidente della Repubblica e formò una coalizione di governo con de Klerk, che invece ricoprì l’incarico di vicepresidente. Governarono insieme per due anni, con grandi disaccordi, fino a quando, nel 1996, de Klerk uscì dalla coalizione, diventando il leader dell’opposizione. Si dimise dal suo partito l’anno successivo.

Nell’agosto del 1996, de Klerk si scusò pubblicamente di fronte alla Commissione sudafricana per la verità e la riconciliazione, istituita nel 1995 per ricostruire i crimini più gravi perpetrati durante l’apartheid.

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