Dove soffiano le correnti?

Congresso, una parola che negli ultimi anni richiama sempre sentimenti contrastanti su tutti sconforto e consapevolezza che le correnti stiano facendo la guerra per il prossimo leader, che da lì a poco sarà sfiduciato.

Un loop terribile che sta portando qualcuno ad evocare l’hipster Bonaccini alla guida del partito, facendo intuire che ormai l’iscrizione ad un partito serve solo per poi fare il consigliere, il deputato o il sindaco.

Il PD sia avvia ad una nuova fase congressuale, dopo essere stato sconfitto da un giudaico Renzi che con un pugno di mosche ha fatto saltare il banco e appoggiando il leader naturale del M5S che adesso lo è anche sulla carta. Pensare a Conte come soggetto superpartes promotore di un ritorno radicale verso sinistra fa ridere, considerando l’esperienza pluridecennale dei baluardi di via del Nazareno.

Chi, dopo Zingaretti?

Questa domanda è il pensiero che sta tenendo occupato il PD parte da un errore nella formulazione cui quel pronome relativo, per far sì che le cose cambino, deve necessariamente trasformarsi in qualcosa come: “che cosa?”. Così, in modo da far rientrare nel discorso un piano chiaro per il futuro del partito e un coinvolgimento non di nomi ma di idee e temi per ritornare al passo di un mondo che continua a cambiare velocemente.

(Foto da: Momento Italia)

Il male non sono le correnti, espressioni di pensieri e visioni non nettamente distanti dalle altre, ma ognuna con sfumature e sottolineature diverse. Il problema è come viene intesa la corrente da molti, quindi come tentativo di arrivare ad un ruolo decisivo distruggendo e ostacolando quel processo di riorganizzazione che doveva essere attuato dopo quel funesto 4 Dicembre 2016. Continuare a scindere un organismo tipo meiosi ha spinto il partito ad una perdita di identità distaccandosi dalle realtà sociali che sono le vere radici dal quale la maggior parte degli iscritti proviene, o meglio proveniva.

Ritornare al passato per capire meglio il futuro?

L’esperienza dei più grandi deriva da quel PCI che negli anni ’80 aveva raggiunto risultati importanti e per cui gran parte simpatizzava.

Ma guardare al passato non può essere un mero esercizio nostalgico per poter evadere un presente incerto, la storia del quale il PD è figlio naturale deve servire a ritrovare la “spinta etica, una esigenza non risolta di giustizia e di dignità da conquistare per sé e per chi verrà. Io dico che non dobbiamo avere paura di affrontarla questa discussione. Può darsi che ci veda su posizioni diverse, ma fossero pure distanti, meglio imboccare la strada della chiarezza tra noi se vogliamo risultare credibili agli occhi degli altri” come affermato da Gianni Cuperlo in una recente intervista per l’Huffington Post.

Serve tornare, in questo momento solo concettualmente date le circostanze, nelle periferie e nelle piazze per essere la voce di chi non ha i mezzi per urlare. Serve riscoprire il motivo per cui si è scelta una parte rispetto ad un’altra della barricata, bisogna ritrovare il coraggio di compiere scelte e posizioni nette perché la barricata – prima o poi – cede e per necessità tornare ad essere parte di una o dell’altra sponda, a seconda di come va il vento.

La scintilla, tanto cara all’ex ministro Provenzano, per fortuna c’è ancora tocca alimentarla con una corrente corposa che spinge verso un’unica direzione.

Ad oggi, citando Willie Peyote, c’è il coatto che parla alla pancia ma l’intellettuale è più snob, ecco serve un terzo soggetto.

Poi magari il processo di cambiamento avrà bisogno di più di un congresso ma cambiare i social media manager del Segretario potrebbe essere un buon punto di partenza.


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