Nella sera di martedì l’ufficiale della Marina Walter Biot è stato preso, come si suole dire, “con le mani nella marmellata”. Le investigazioni dei carabinieri del Ros erano state motivate da alcuni comportamenti sospetti rilevati dai superiori. Infine, l’arresto, dopo che era stato ripreso dalle telecamere di sicurezza mentre fotografava alcuni documenti classificati dai monitor dell’ufficio Politica militare e programmazione dello Stato maggiore della Difesa. 

Questo caso, definito dagli inquirenti “né isolato, né sporadico”, è solo una delle ultime manifestazioni dei rapporti torbidi e delle dinamiche ambigue che legano il nostro Paese alla Russia. La concreta plasticità dell’evento ha destato scalpore, il coinvolgimento diretto di un membro delle forze armate ha acuito l’interesse. Tuttavia, per chi si è preso la briga di scavare sotto la superficie degli avvenimenti, che riguardano in particolare la politica estera e le relazioni internazionali italiane, non si sarà potuto certo sorprendere.

Un lungo corteggiamento

Negli ultimi trent’anni lo spettro politico italiano ha avuto diversi cambi di rotta su molte questioni ma su una ha difficilmente “suonato campane differenti”: l’approccio alla Russia.

Senza ora rivangare la storica relazione tra PCI e URSS (ridimensionata solo dall’allontanamento storico di Berlinguer), vale la pena ricordare come, trasversalmente, molti leader politici abbiano mostrato la propria vicinanza a Mosca producendo la legittima impressione che l’Italia fosse il “ventre molle” tra i paesi storicamente filo-occidentali e atlantisti.

Se le dichiarazioni possibiliste post disgelo della “seconda repubblica” possono trovare qualche legittimazione, non si può certo dire altrettanto per l’ostentata simpatia berlusconiana, capace di regalare al mondo un’immagine della politica estera italiana che potremmo definire, con un certo eufemismo, disinibita al fascino del “lettone di Putin”. 

D’altro tono ma non meno sinistre, le aperture di Romano Prodi da presidente dell’IRI a progetti di sviluppo e advocacy a favore dell’ex blocco sovietico, nella vana convinzione di potersi fidare a mettere la testa nella “bocca dell’orso”. Sintomatica di questa vicinanza è l’opinione di un vecchio paladino della sinistra come Massimo Cacciari, che nel 2014, nonostante l’occupazione della Crimea fosse in atto, profetizzava l’imminente rabbonimento di Putin.

M5S-Lega-FDI, una questione di feeling

Anche oggi non possiamo certo godere di prospettive migliori, l’attuale panorama politico è infatti figlio dell’avvento di una nutrita combriccola amica dello stratega del populismo Steve Bannon e del filosofo filo-putinista Aleksandr Dugin, fondatore del partito nazional-bolscevico, nientemeno.

Questo informe Moloc tricefalo (M5S, Lega e FDI), a più riprese autodefinitosi nazionalista e populista, non prova alcuna vergogna nel sottoscrivere accordi con il partito Russia Unita, dirigersi a Mosca per mercanteggiare con oligarchie e funzionari vicini al regime (ndr si veda il caso Savoini), o ancora difendere a spada tratta amici e alleati russi, come l’autocrate bielorusso Lukashenko: non esattamente un paladino della democrazia, nel caso in cui ve lo steste chiedendo. 

(Fonte: WineNews)

Il mio nome è Petrocelli, Vito Petrocelli

Caso da questo punto di vista emblematico, quello che riguarda il senatore della Repubblica Vito Rosario Petrocelli, attuale presidente della commissione affari esteri. Autore di molte memorabili interviste dove definisce l’oppositore di Putin Navalny “un blogger del piffero”, difende Assad sostenendo “non vi siano prove per l’uso di armi chimiche in Siria” e Al Sisi apostrofando i suoi oppositori come “ribelli”.

Ma non solo, la figura del senatore Petrocelli è infatti legata ad altre “gesta” che forse gli sarebbero dovute valere maggior fama e lustro. Primo di questi la strenua opposizione al progetto TAP (Trans-Adriatic Pipeline) che consentirà al nostro paese di approvvigionarsi di gas naturale proveniente dall’Azerbaigian e per questo inviso alla Russia.  

Tuttavia, se questo collegamento vi dovesse sembrare flebile, ebbene sappiate che in occasione del congresso di Russia Unita (18 giugno 2019, ultimi mesi del Conte I, il gemello cattivo tanto per intenderci) il buon senatore prese parte alla delegazione italiana che presenziò all’evento. In quell’occasione incontrò due importanti figure del regime di Mosca: Costantin Kosachev, responsabile di una celebre agenzia governativa di promozione della cultura russa nel mondo, e Sergey Kislyak, ambasciatore russo a Washington celebre per aver interloquito a più riprese con Trump nel periodo precedente alla sua entrata in carica. Interlocuzioni oggetto di indagine dell’FBI e parte integrante del Muller Report. 

La geopolitica di brighella

Questi elementi si inseriscono in un più ampio movimento politico e d’opinione che stenta a nascondere la propria ammirazione verso il regime di Putin. In alcuni casi motivato da cieca ideologia, in altri da mero arrivismo, in altri ancora da manie di grandezza miste a goffi tentativi di geopolitica da operetta (ndr la querelle sul vaccino Sputnik, uno degli ultimi copioni in ordine di tempo). 

Il triste spettacolo al quale siamo chiamati ad assistere ha avuto come ultimo atto un brighella che si vende per poche migliaia di euro, l’auspicio è che gli assetti internazionali prospettati dalla nuova amministrazione statunitense possano riportare il livello delle sceneggiature a più dignitosi fasti.

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