Come regolare le Big Tech

In questi ultimi anni le aziende big tech hanno ricevuto diverse critiche riguardo ai loro metodi d’azione, sia in Europa che negli USA. Recentemente, infatti, il Dipartimento di Giustizia statunitense ha accusato Google di proteggere in modo illegale la posizione di superiorità – quasi di monopolio – che detiene come motore di ricerca, mentre la Federal Trade Commission potrebbe prossimamente a sua volta procedere contro Facebook; ad ora non ha però avuto inizio alcun procedimento giudiziario.

L’accusa rivolta a Google

Riguardo a Google, il New York Times definisce tale accusa come “la più significativa sfida da parte del governo al potere di mercato di una compagnia tecnologica da una generazione a questa parte e una che potrebbe modificare il modo in cui i consumatori usano l’internet”. Google è accusata di concludere accordi esclusivi con altri importanti marchi tecnologici, attraverso i quali si assicura che il suo motore di ricerca sia impostato come predefinito nei devices. Secondo il DoJ (Department of Justice), tale comportamento penalizza i consumatori perché rallenta l’innovazione nel settore, limita la scelta e diminuisce la qualità dei servizi di ricerca. Il quotidiano spiega che l’istituzione governativa deve però riuscire a provare che Google si trovi in una posizione dominante rispetto agli altri motori di ricerca e che tali accordi con altri marchi nel settore tecnologico siano effettivamente stati conclusi.

A victory for the government could remake one of America’s most recognizable companies and the internet economy that it has helped define since it was founded by two Stanford University graduate students in 1998.

Estratto dell’articolo U.S. Accuses Google of Illegally Protecting Monopoly di Cecilia Kang, David McCabe and Daisuke Wakabayashi per il New York Times, 20 ottobre 2020

Google ha chiaramente criticato tale accusa, spiegando che in realtà la competizione tra i motori di ricerca è molta e, inoltre, i consumatori possono facilmente e liberamente scegliere quale utilizzare. Il New York Times scrive che Google potrebbe anche utilizzare l’arma della motivazione politica, visto che più volte Trump l’ha accusata di limitare i pareri conservatori.

crediti: Starting Finance

Un nuovo approccio

Riguardo a quest’ultimo punto le cose stanno però diversamente: nell’articolo viene infatti accennato che sta cambiando l’approccio della politica nei confronti del big tech, da parte di entrambi gli schieramenti. Come riportato già quest’estate (quando si sono tenute delle interrogazioni parlamentari in ambito economico-tecnologico), politici sia del Partito Democratico che del Partito Repubblicano sono d’accordo sul fatto che aziende come Apple, Amazon, Facebook e Google sono troppo potenti nel settore tecnologico e che è necessario rivedere la legislazione antitrust; al momento non ci sono però ancora proposte concrete o soluzioni condivise a riguardo. Gli ultimi sviluppi politici hanno visto la conclusione all’inizio del mese di ottobre di un report della Commissione Giustizia della House of Representatives, nel quale – come spiega la CNN – si ritiene che ci sia “evidenza significativa” riguardo al fatto che le principali aziende tecnologiche si trovano in posizioni monopolistiche e hanno “abusato del loro dominio nel mercato”, rallentando l’innovazione, riducendo la scelta per i consumatori e indebolendo la democrazia. Tale report ha anche ipotizzato lo sviluppo di future leggi in questo ambito, ad esempio creando nuove agenzie antimonopolistiche e imponendo la “separazione strutturale” (ad esempio, Amazon non potrebbe competere con prodotti di sua produzione sulla piattaforma che gestisce).

Il report nota però un aspetto importante nell’evoluzione di queste aziende: a differenze delle aziende che in passato sono state monopoliste in un certo settore, le big tech si sono sviluppate nell’ambito tecnologico e hanno poi reinvestito le loro risorse per imporsi altri settori collegati.

È anche per questo motivo che le leggi antitrust esistenti potrebbero non essere efficaci in casi di questo tipo. Il think tank Brookings propone un approccio diverso: in molti settori è risultato più efficace affrontare nuovi sviluppi tecnologi attraverso la creazione di un’agenzia governativa specifica, la quale potrebbe agire con una regolazione più agile e cooperando con le aziende del settore.

Il coinvolgimento diretto delle aziende big tech è considerato la soluzione più efficace anche dagli autori della Harvard Business Review, sulla quale viene fatto notare come già in altre situazioni i tentativi di dividere le grandi aziende tecnologiche non abbiano portato ai risultati sperati. Perciò, invece che intestardirsi in una guerra legale con questi colossi, potrebbe essere più utile anche per i consumatori cercare un compromesso. Viene ipotizzato che si potrebbe proporre a queste aziende di intervenire per garantire l’accesso a internet a una porzione maggiore della popolazione, visto quanto sia diventata essenziale una stabile connessione online al giorno d’oggi.

Lawmakers can press for the four Big Tech players that are their primary targets — Facebook, Alphabet, Amazon, and Apple — to collaborate on identifying the broadband deserts in the U.S., and designing a plan to collectively fill the gaps in a way that is affordable to users and gives them no advantage as gatekeepers. Agreeing to be a part of this solution then gives the companies the permission to remain at the table for further negotiation. This will create the right incentives to the companies to participate and take action.

Estratto dell’articolo Antitrust isn’t the solution to America’s biggest tech problem di Bhaskar Chajravorti per la Harvard Business Review, 2 ottobre 2020.
crediti: Wired

Cos’è l’antitrust

Per capire il concetto di antitrust ci riferiamo alla definizione data da Treccani.

È chiamato legislazione a. l’insieme di regole e azioni di vigilanza volto a impedire comportamenti e strategie delle imprese, che possano condurre a posizioni di monopolio o accordi collusivi a danno dei consumatori, che impediscano l’ingresso sul mercato di imprese concorrenti, o in altro modo distorcano la possibilità di libera concorrenza sui prezzi, sulla qualità dei prodotti, sulle innovazioni tecnologiche.

Da Treccani.

Sempre la Treccani spiega che il concetto di trust si sviluppa dalla tradizione giuridica inglese, nella quale è possibile “attribuire fiduciariamente ad altri l’esercizio dei propri diritti”. Tale principio venne sfruttato dalle grandi aziende negli USA alla fine del 1800, che crearono così un sistema nel quale si accordavano per detenere il controllo di un certo settore economico. Il Congresso rispose immediatamente a questa strategia con lo Sherman Act del 1890, che vietò ogni limitazione al commercio interno agli USA o con Stati stranieri, così come rese illegali gli accordi per fissare i prezzi, per limitare la produzione o per escludere la competizione; poi, rese illegale anche ogni tentativo di imporre dei monopoli negli USA relativamente ad ogni settore commerciale. Un preciso riassunto dell’utilizzo di questa legislazione si può trovare qui.

La situazione in Europa si è sviluppata diversamente: nel Vecchio Continente il ruolo dello Stato è sempre stato influente in ambito economico e sociale, perciò in molti settori erano presenti dei monopoli di Stato, oppure “le intese fra privati e le concentrazioni, se collimavano con le politiche nazionali, non erano perseguite, ma tutelate, a prescindere dagli effetti sulla concorrenza”. Il concetto di antitrust è stato introdotto in Europa dal Trattato di Roma del 1957 (che ha portato alla creazione della Comunità Economica Europea, CEE), poi nei decenni successivi ha favorito lo sviluppo di leggi negli Stati membri; attualmente anche l’Unione Europea vuole modificare il suo approccio in questo settore, infatti entro la fine dell’anno la Commissione dovrebbe presentare un progetto chiamato Digital Services Act. L’azione dell’UE negli ultimi anni è stata comunque decisa verso le aziende big tech, anche grazie alle iniziative prese da Margrethe Vestager come Commissario per la concorrenza.

crediti immagine di copertina: Agenda Digitale

Condividi!

Alessio Piccoli

Mi chiamo Alessio Piccoli, ho 23 anni e vengo da un piccolo paese in provincia di Pordenone. Studio Scienze Politiche all'Università Cattolica di Milano ed è proprio di politica che mi occupo, interessandomi principalmente ai contesti italiano, europeo e statunitense. Tra le mie altre passioni ci sono la musica e gli sport, il calcio soprattutto.

Lascia un commento